martedì, 30 maggio 2006


Cesare Lanza


LA CARTA PIÙ ALTA
il gioco, la fortuna, l'azzardo


Arnoldo Mondadori Editore
- I edizione, marzo 1998 -


Questo libro è dedicato a tutti quelli che ho battuto, in cinquant'anni, al gioco. Ma soprattutto è dedicato a tutti quelli che mi hanno battuto correttamente, insegnandomi ad accettare la sconfitta.

Cesare Lanza


«La cosa migliore del mondo è giocare e vincere. Subito dopo, la cosa migliore è giocare e perdere.»

Nick il Greco

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martedì, 30 maggio 2006

Non so se avete mai sentito parlare di chemin de fer. Vi dico subito che è il gioco di carte più violento e crudele che esista. In apparenza, è molto semplice: non è forse vero che si vince (almeno questo lo sapete, io spero) con la carta più alta? Ebbene, dietro questa ingannevole apparenza si nascondono segrete perfidie, alla lunga insostenibili. Nessun giocatore può reggere il ritmo erosivo delle partite di chemin de fer. In questo gioco, alla fine, c'è un solo vincitore, la cagnotte, il buco nero in cui scompare il 5% delle puntate di banco: la percentuale riservata al casinò. Se rinchiudete in un casinò per un mese cento giocatori di chemin de fer, con qualsiasi somma in tasca (che godimento sarebbe), e li costringete a giocare ininterrottamente, alla fine del mese tutti sarebbero in perdita grave e solo, da sola, risulterebbe in lauta vincita la cagnotte. Chemin de fer, tuttavia, è una metafora della vita e in verità, in verità vi esorto a non averne paura: sarebbe come avere paura della vita.
Dipendesse da me, insegnerei questo gioco - ma anche altri, il poker ad esempio - a scuola, a scopo educativo. Però in una partita di chemin c'è tutto, ci sono il successo e il fallimento, la trappola dell'ansia e della noia, l'insidia dell'attesa, ci sono le bestie feroci che accompagnano la nostra vita, la stretta della solitudine che ti artiglia le viscere, più inesorabile di tutte quell'altra bestia viscida che ci segue e resta sempre in agguato.
C'è il desiderio impossibile di essere puntuali a ogni appuntamento come si vorrebbe, di volta in volta coraggiosi o prudenti. Il mistero vitale del gioco, il fascino inimitabile sta qui: se giochi di banco e stai vincendo, ad ogni colpo la tua ricchezza si raddoppia, e però a ogni colpo metti in gioco tutto e tutto puoi perdere. Sei sempre ad un bivio: se ti ritiri, rischi di rinunciare ad altra ricchezza, ad altri colpi vinti, pronti per te, lì, nel sabot imperscrutabile, che contiene le carte; se vai avanti, rischi di distruggere, in un colpo, tutto ciò che hai vinto. Chemin ti costringe, ti obbliga a scegliere e in pochi secondi devi decidere. E subito il gioco ti rivela (a differenza della vita, che a volte ci mette anni, prima di farti sapere la verità) se hai scelto bene o no. Sotto gli occhi di testimoni crudeli, gli spettatori sfaccendati, il cinico sguardo del croupier, il cruento interesse degli altri giocatori. Ecco perchè trovi, nel tempo breve di una partita, i pesi e le lievi consolazioni della vita di noi miseri umani, la costante illusione, la forza dei sogni, la speranza, i premi quieti e rassicuranti, le conquiste clamorose, i brutali e improvvisi disincanti. Con un tragitto inevitabile, dall'ebbrezza della vittoria (la vita che si accende e ti illude) alla rassegnazione della sconfitta (la morte) che affronterai prima o poi secondo il tuo carattere, con trepidante consapevolezza o con torvo, amaro dispetto.
Ma la fortuna, dite? Sto forse dimenticando di parlarvi della fortuna? No. Un vero giocatore, anche se la invoca e la bestemmia, sa che la fortuna non esiste. Esistono, per tutti, alcune opportunità. Il vero problema è come riconoscere e affrontare queste opportunità, che non si presentano certo (questo, cari i miei lettori che non sapete di gioco, è alla fine la madre di tutti i problemi) con un fiocchetto e un biglietto da visita, le opportunità non vengono certo a suggerirti con un inchino: ecco, questo è il momento in cui devi essere coraggioso e in quest'altro devi invece, con intelligenza e un sorriso, marciare in ritirata.

La più bella partita di chemin de fer a cui abbia assistito si è svolta nel casinò di Saint Vincent nella notte tra domenica 12 e lunedi 13 maggio 1997. La gara si è conclusa intorno alle sette del mattino per il progressivo abbandono di tutti i partecipanti. Un solo giocatore, non vi dirò subito quale, aveva sbaragliato tutti e infine, non solo impossessandosi dei soldi di tutti, ma psicologicamente massacrando un irriducibile antagonista, era rimasto il solo vincente in campo.
La domenica, per la verità, se n'era andata da un pezzo. Ricordo di aver guardato l'orologio, erano le due e mezza, e tutto cominciò con un insolito applauso. Le due e mezza, un'ora disperata, in qualsiasi casinò del
mondo. L'ora della resa dei conti. Nei tavoli di roulette la pallina sta per girare per gli ultimi colpi. Gli altri tavoli sono chiusi, l'elegante trente et quarante, il favoloso poker, i dadi chiassosi, lo spettacolare black jack: tutti i giochi, o quasi, sono chiusi o stanno per chiudere. Ma resteranno aperti, fino all'alba e oltre, i tavoli del gioco
più nobile, chemin de fer.
Alla domenica sera puoi cogliere, se sei sensibile, se ti rimangono ancora abbastanza soldi in tasca per pensare ad altro, di un inquietante spettacolo di tristezza. Spariti i gruppi svagati ed eccitati, frequenti nei giorni feriali, i nottambuli del venerdi e del sabato sera. Alla domenica restano in sala i viziosi e gli accaniti, i nevrotici, i rottami, gli anziani mai stanchi o oppressi dalla solitudine. E, sempre, i professionisti. Stanche puttanelle si aggirano per i tavoli, a caccia di una furtiva mancia più che di un improbabile cliente, tutte bene attente a evitare i severi controlli degli ispettori. Si ascoltano (anche se non ne hai voglia, anche se pensi ai problemi tuoi) imprecazioni strascicate sotto voce e poco convinte, c'è sempre chi racconta a se stesso la sua modesta disavventura personale. Quasi tutti, anche i big, i protagonisti dello chemin, si affollano ai tavoli di roulette aspettando l'annuncio dell'ultimo colpo, per rischiare sul tavolo verde le puntate disperate, in gergo la "scazzata", con l'aria di dire adesso o mai più (eppure quasi tutti, domani, con rinnovate speranze, torneranno a questi tavoli, a riprovarci). Al bar incontri facce stravolte dalla fatica e dalla delusione più che dall'alcol. Vite segnate, a loro modo fantastiche, orribili e irripetibili, e hai paura di guardarti allo specchio: forse sei come loro, sei come tutti. E' il momento in cui qualcuno, spudorato o con vergogna, guardandoti dritto o con gli occhi bassi, dopo aver bruciato milioni, ti chiede un cinquantamila per la benzina. Per tornare a casa.

Era stato un week end con il torneo di chemin de fer, e alla mezzanotte la gara si era conclusa. (Permettetemi di spiegarvi bene, vi prego: in questa storia, è una svolta decisiva). Il torneo si svolge così: una gara al mese, per tre mesi consecutivi. Il primo premio finale è desiderabile, di solito un'auto di grossa cilindrata del valore di due, trecento milioni, a volte il sogno di (quasi) tutti, la mitica Ferrari. Ogni mese vengono distribuiti premi parziali, di solito orologi di medio valore, quindici o dieci milioni.
Il torneo si era concluso e molti, tra i giocatori più forti, avevano lasciato il casinò per tornare a casa o per andarsene a dormire, nell'albergo attiguo, il Billia. La classifica del torneo di chemin è stabilita dal punteggio dei colpi vinti tenendo il banco. Per il terzo premio eravamo (ma sì, c'ero anch'io) in ballo addirittura in cinque, tutti avevamo raggiunto i sette colpi: negli uffici della direzione doveva tenersi, alla presenza di un notaio, l'estrazione a sorte. E insomma, come dirvelo, non vorrei anticiparvi il finale di questa emozionante partita di chemin, ma fu proprio allora, e nessuno certo poteva immaginarlo, che un singolare destino decise di mettersi in moto, a predisporre con la dovuta perfidia le sue opportunità. Vincente infatti risultò il Codino. Il Codino è uno dei più grandi giocatori di chemin, che abbia mai visto in azione: inarrestabile sia di banco sia di punta, uno di quegli uomini che sempre vanno fino in fondo, o si rompe la testa o stende tutti gli avversari. Qualcuno (la direzione del casinò, un amico?) ebbe l'idea, innocente ma storta, di telefonare al Codino per avvertirlo: l'orologio del terzo premio era suo. Il Codino, che da qualche ora appena era ritornato a Milano, decise d'impulso (secondo carattere non gli parve vero) di raccogliere un pretesto psicologico per tornare a Saint Vincent. A ritirare l'orologio. E a spararsi, è ovvio, qualche ultimo colpo a chemin.
Era rimasto aperto anche il tavolo grande, quello con dieci posti anzichè nove, riservato esclusivamente alle puntate dei giocatori seduti, protetto con una pretenziosa cordicella di colore granata dalla curiosità del pubblico, che di solito si accalca a commentare a bassa voce, a qualche metro di distanza, i colpi più emozionanti. Ma quella notte, vi ho detto, molti grandi giocatori se n'erano andati. Dissolto il clan dei napoletani, che aveva animato il torneo con audaci colpi accompagnati, come di consueto, da giochi di parole intinti nell'ironia. Se n'era andato anche Fulvio (un uomo alto e magro, con occhi spiritati dietro le grandi lenti, la faccia incavata, sempre taciturno, somigliante a Cesare Pavese), uno dei giocatori più orgogliosi, accompagnato dalla sua bella e luminosa moglie Roberta. Il giorno dopo, inconsolabile, non si sarebbe stancato di ascoltare, attraverso il mio racconto, ogni minimo particolare della partita. Se n'era andato anche l'Assicuratore, un uomo freddo ed educato, che ormai vive in Sudamerica, ma ogni mese torna in Italia per affari, e certo non si nega qualche sosta nei casinò. O il Professional, come lo chiamavamo al tavolo, tra tutti e da sempre il migliore, un killer di punta, scaltro e accorto di banco. Quanto avrebbero rimpianto, tutti, di essere andati a letto presto, quella notte!
Il gioco dunque languiva, si stentava a coprire puntate di poche centinaia di migliaia di lire. E all'improvviso scoppiò quell'applauso. Ricordo ch'era seduta al tavolo, la moglie di un altro sommo giocatore, il Costruttore, un siciliano estroverso, di parlantina non frenabile. Quando è vincente, il Costruttore è un carro armato capace di stritolarti senza pietà; quando perde si trasforma, aspetta l'alba dormendo (a volte russando, e tuttavia rispettato dai croupier e dagli altri giocatori). Si sveglia, o lo svegliano, al suo turno di uscita, e punta il minimo, continuando a perdere nelle forme più inverosimili e imprecando (quasi) sempre sottovoce. Quando esplose l'applauso, la moglie del Costruttore, che sonnecchiava accanto a lui, si svegliò di colpo e mormorò qualcosa, in siciliano stretto, con il consueto preambolo: "Mizzica!". Poi, riprendendosi, mormorò ancora qualcosa in simil italiano: "Ma che va succedendo, e che forse festeggiano un compleanno?", così strappando una risata a tutti noi, che di colpo ci alzavamo dal tavolo per accorrere a vedere.
Un applauso in un casinò è un evento raro, proibito: dunque era successo qualcosa di straordinario. Solo gli americani, sfrenati giocatori di craps, urlano e applaudono ad ogni colpo vinto o anche, prima del colpo, per augurarsi ("Seven, eleven!") il punto vincente. Alla roulette, ma di rado, puoi sentire un piccolo grido uscire dalla strozza di un innocente giocatore - per un "cavalluccio" da diecimila lire? - o qualche battuta ad alta voce dopo un colpo grosso giocato, per i limiti massimi, da un violento puntatore. Ma un applauso, un applauso vero, più simile a quello di uno stadio che a quello di un teatro, io fino a quella notte in una casa da gioco non l'avevo mai sentito. Il casinò ha una sua sacralità, ludica certo, ma rigorosa: il silenzio fa parte delle regole. A chemin, poi! E' il gioco più raffinato, si potrebbe disputare - volendo - solo con i gesti: i croupier dicono che è l'ideale per i sordomuti. Cos'era successo? Il Codino, giunto in poco più di un'ora da Milano per ritirare il suo orologio, si era messo ad attaccare di punta, in piedi, al secondo tavolo. Vestito come al solito di grigio, i lunghi capelli brizzolati raccolti dietro la nuca, con una piccola coda di cavallo. Occhi intelligenti, implacabile e determinato. E subito, di fronte allo spettacolo, si erano formate tre file di spettatori. Il Costruttore, svelto a destarsi dalla sua sonnolenza, grazie alla lunga esperienza aveva subito ben capito che non si trattava certo della festa di compleanno ipotizzata dall'ingenua moglie, ed era accorso ad osservare il gioco in terza fila, arrampicandosi quasi sul collo di chi gli stava davanti e così io, tra gli ultimi arrivati, mi arrampicavo su di lui per tentare di seguire il nuovo colpo in ballo.
Al secondo tavolo di chemin il gioco, fino a quel momento, era stato ancor più lieve e noioso che al grande: quasi tutte le uscite di banco erano di appena duecentomila lire, ovvero il minimo. Al posto numero uno era seduto il Belga, un bel giovane di carnagione scura, di origine siciliana, vagamente somigliante ad Alain Delon. Vidi che alle sue spalle, con aria protettiva, vigilava un silenzioso gigante, uno di quei personaggi che ti aspetti di incontrare in film tipo "Il padrino" o, nella ipotesi migliore, davanti all'entrata di una discoteca. In tandem con il Belga, misterioso e sconosciuto per i frequentatori abituali, usciva di banco il Siciliano, seduto al posto numero sei, vestito elegantemente con una giacca blu e una cravatta in tiro. Il Codino, appena arrivato da Milano, si era trovato di fronte a un banco del Belga di lunga sequenza, partito da duecentomila lirette e giunto ormai a dieci milioni (così, poi, mi ricostruirono i fatti). Con superba disinvoltura lo aveva chiamato, e aveva perso, ed eccoci a venti milioni, salva la cagnotte. E mentre noi ignari al grande tavolo mandavamo avanti una stracca partita, subito il Codino, come sempre irruente, aveva di nuovo chiamato banco e il Belga - che fino a qualche minuto prima trovava sul tavolo, a stento, puntatine di qualche centinaio di migliaia di lire - glielo aveva disinvoltamente accordato, sfilando le carte senza che una sola smorfia ne tradisse l'emozione. Il Codino, tra un colpo e l'altro, aveva ordinato un panino con carne arrosto, e ora lo stava azzannando, senza neanche degnarsi di guardare in faccia il rivale. "Anch'io lo sbirciavo senza guardarlo in faccia" mi avrebbe raccontato poi con fierezza il Belga, durante la notte. "Sono sicuro che aveva chiamato banco perchè era convinto che io passassi mano: lei capisce, pensava che per paura mi sarei ritirato; e lui avrebbe acquistato il seguito. Quando vide che invece sfilavo le carte e gli davo il colpo, mi è sembrato che il panino gli restasse di traverso, in bocca". C'è bisogno di dirlo? Colpo vinto per il Belga, e siamo a quaranta milioni: a questo punto, irrefrenabile, era esploso l'applauso. Intorno al Belga e al suo guardaspalle c'erano altri buttafuori, ma soprattutto il Siciliano era in compagnia di una piccola corte di amici, tutti con mogli o fidanzate, in apparenza estranei al gioco e al casinò, ma non fino al punto di non capire chi vincesse e quanto alta fosse la posta in palio: questi furono i primi ad applaudire e contagiarono tutti, ad esclusione - si capisce - dei professionisti, sempre rispettosi dei diritti altrui.
Ormai da tutta la sala accorrevano a frotte, chiusi i tavoli di roulette, altri giocatori e curiosi. "Banco!", sibilò gelidamente il Codino estraendo dala giacca due pesanti piastre da venti milioni di colore rosato, in gergo definite "aragoste": "Banco! Banco!", ripetè con compiacimento, buttandole sul tavolo in modo altero. Il banco era ormai arrivato a quaranta milioni e in quell'angolo del casinò l'eccitazione aveva raggiunto livelli febbrili. Il Belga sollevò il viso e guardò la platea con occhi di ghiaccio, come un bravo rigorista prima di tirare il calcio di rigore, come un attore consumato al momento di affrontare il pubblico: nella bella faccia olivastra si era disegnato un piccolo tic, mi parve, al labbro sinistro, uno di quei tic che a poker ti consentono, a volte, di smascherare un bluff. Ma qui eravamo a chemin de fer e il Belga, in piena solitudine, doveva decidere se ritirarsi; o accettare la puntata e giocarsi tutto. Nel drammatico silenzio che subito era seguìto all'applauso, questo giovane e, fino a quel momento, sconosciuto giocatore, sfilò lentamente le carte dal sabot. Il Codino afferrò avidamente le sue carte e le lesse velocemente, poi le rovesciò con un lampo di trionfo negli occhi. Otto. Ci fu un mormorìo. Otto a chemin de fer è il secondo punto, il primo e imbattibile è nove. Senza apparente emozione il Belga girò le sue carte e dalla claque del suo socio, il Siciliano, si levò un ululato. Cinque e quattro; nove! Un ululato e poi un altro, chiassosissimo applauso, invano deplorato dagli impiegati, dal croupier e soprattutto dall'ispettore (al quale, giurerei, sarebbe piaciuto comportarsi come nei telefilm fanno i giudici in tribunale e gridare: "Silenzio o faccio sgomberare l'aula").
Il banco era ormai arrivato a ottanta milioni.
Per strano che vi sembri, non è una somma colossale, in questo bellissimo e maledetto gioco d'azzardo. A Montecarlo, a Deauville, a Venezia, a Campione, spesso a Saint Vincent, ho visto dare e chiamare banchi di cento o duecento milioni, e talvolta banchi più alti, ma senza emozione. Ma quella notte era esploso all'improvviso, con la forza gioiosa e violenta di un temporale di estate, un clima da arena, una sfida da gladiatori, da una parte un esordiente che rivelava nervi incrollabili e dall'altra un giocatore maturo e aggressivo.
Il Codino aveva finito i soldi e non poteva puntare più una lira: osservò con rancore freddo il Belga, che sfilava impassibile le carte per il nuovo colpo. (Questo vuol dire che, se il Codino avesse potuto, il Belga aveva deciso di accordargli un colpo da centosessanta milioni. Ma il Codino era senza denaro). Ebbene, come spesso succede in questi casi, esaurita la sfuriata dei puntatori, il banco finalmente cadde: sul tavolo, essendo il Codino obbligato a ritirarsi, erano rimaste solo puntate irrisorie. Così, tra la soddisfazione di parenti e amici, il Belga raccolse e divise con il socio, il Siciliano, un ingente malloppo, accordando al croupier, come se fosse cosa d'ogni giorno, una mancia equivalente a un onorevole stipendio di un mese per qualsiasi lavoratore di qualsiasi Paese sviluppato nel mondo. Intanto il Codino piombava furente nel recinto del nostro tavolo grande, dov'eravamo tutti tornati, e approcciava sbrigativamente l'ispettore. "Certo la partita non si ferma qui, io voglio giocare" sibilò. "Sono senza soldi e voglio cambiare. Voi sapete che cliente io sia. Svegliate il direttore, rintracciate chi volete, fatevi autorizzare, fate quello che dovete e volete. Ma io debbo cambiare e giocare". Era un tono che non ammetteva repliche.
Al nostro tavolo grande, intanto, un giocatore altezzosamente aveva consigliato all'ispettore di sbrigarsi ad invitare il Belga: che lasciasse il suo misero tavolo e accettasse l'onore di spostarsi da noi, che lo aspettavamo a fauci spalancate. Qualche istante dopo, con aria divertita sotto un sorriso mesto di circostanza, l'ispettore ci annunciò l'orgogliosa e inattesa risposta. "Dice: se i giocatori del grande tavolo vogliono misurarsi con lui, si spostino al secondo tavolo. Lui non si muove". Fu in quel preciso momento che non ebbi più dubbi: ci trovavamo di fronte a un giocatore di sangue blu, un emergente di razza. E tutti, come me, afferrarono al volo la nuova situazione. Il primo a capire in verità fu Pitt Bull, un altro straordinario giocatore, un giovane lombardo sempre in giacca blu, che parla come Renato Pozzetto nei suoi film comici e fisicamente ricorda l'allenatore del Parma Ancelotti: uno che non ti molla più, bonariamente, ma fino ad ucciderti, come i pitt bull. Gioca sempre in attacco e ha il vezzo, per superstizione, di far finta di non conoscere le regole. Gira le carte e chiede al croupier: che cosa si fa, si chiama carta o no? (Nel momento in cui chiede al croupier che cosa stabilisca la regola, il giocatore è obbligato a seguirla). Pitt Bull capì prima di tutti che il grande tavolo era ormai finito e fece in modo di spostarsi al secondo. Mandò la sua momentanea compagna, una bionda signora assidua frequentatrice del casinò, a parlamentare con un giocatorino seduto al posto numero due del secondo tavolo, il posto privilegiato, successivo a quello del Belga. E grazie alla piccola e rapida operazione diplomatica, in cui non è certo da escludere il sostegno di una opportuna mancia, il giocatorino gli lasciò il posto: Pitt Bull fu il primo a sedersi al tavolo del Belga. Anch'io annusai la situazione e mi precipitai dall'ispettore, per il gusto di esserci, a prenotarmi per il secondo tavolo. E così dopo qualche minuto, appena si liberò un posto (il numero dieci, l'ultimo), anch'io arrivai al tavolo del Belga, che mi accolse con un largo e inaspettato sorriso.
Com'era prevedibile il Codino, dopo una breve assenza, ritornò in sala con un nuovo pacco di fiches: tra "aragoste" e altro, un paio di centinaia di milioni. Sollevò quasi di peso un conoscente, prendendolo per la collottola, un giocatore che sedeva al numero quattro, e si accomodò imperiosamente al suo posto al tavolo,sistemando davanti a sè una impressionante montagnetta di gettoni: via, via - ripeteva, intanto - questo posto è mio, non scherziamo, mi spetta un posto a questo tavolo, e cominciamo a giocare seriamente! Anche voi sapete, presumo, che spetta all'ispettore assegnare i posti ai tavoli di chemin de fer. Ma ormai, nell'arena, le regole erano saltate: il tavolo grande stava per essere chiuso, il secondo tavolo era diventato il tavolo grande, i protagonisti del tavolo grande occupavano quasi di forza i posti del secondo tavolo, inducendo gli altri giocatori a filarsela. Il Belga ci accoglieva con sorrisi privi di ironia, come un piccolo re benevolo, ben comodo nel suo trono. E in breve, credetemi, anche questa fu una esperienza nuova, non esistevano più problemi, per nessuno. Tutti i giocatori di piccola caratura avevano abbandonato i loro posti, intimiditi dal clima cruento: si preannunciavano livelli insostenibili di puntate. Arrivarono gli ultimi tre reduci dal tavolo grande: il Manager, un giocatore misurato e di poche parole, tra i più corretti e intelligenti; e poi Cassio, un ragazzo dal volto affilato e con una barba rada, come si dice che fosse quello del rivale di Cesare, anch'egli giocatore di categoria aggressiva; e infine il Costruttore siciliano, che era rimasto senza fondi, ma non voleva rinunciare a un posto in prima fila, per godersi lo spettacolo. Eravamo immersi nel chiasso, tra commenti ad alta voce d'ogni tipo: niente più applausi, da festoso che era il clima stava diventando pesante, drammatico. Il recinto del secondo tavolo era stracolmo di curiosi. L'ispettore sfoderò il pugno di ferro. "Fuori, fuori!" gridò alla folla di sfaccendati, che andarono ad assieparsi dietro la mitica cordicella ."Questo è ormai diervntato un grande tavolo." I valletti, di solito pigri se non c'è il richiamo delle mance, accorrevano volenterosi di fronte all'emergenza e riuscirono a ristabilire, a fatica, l'ordine perduto.
Erano ormai le tre e mezza. I posti al tavolo erano così definiti: al numero uno il Belga, al numero due Pitt Bull, al numero tre Cassio, al numero quattro il Codino, al numero sei il Siciliano, al numero otto il Manager, al numero nove il Costruttore e infine al decimo c'ero io, testimone e spettatore più che giocatore (ai numeri cinque e sette si alternarono giocatori di minor forza). Subito, per mia diretta responsabilità, ci fu la seconda, violenta svolta della partita. Il Manager, che nelle sue uscite di banco giocava in società con me, era momentaneamente assente. In assenza dei giocatori è l'ispettore a tirare i colpi, di solito tre, salvo altre indicazioni. L'uscita era di un milione, un cinquecento a testa, e l'ispettore vinse per il Manager i tre colpi rituali, con facilità, come se bevesse un bicchiere di acqua. Poi passò la mano, secondo regola. Il banco era arrivato a sette milioni abbondanti. Ebbene, seduto com'ero al numero dieci, avevo la possibilità di acquistarlo all'altezza, con precedenza su tutti. Di fronte a me, il Codino mi incitava, con segni via via più esasperati della testa, ad acquistare il banco per poi uscire in tandem con me: d'istinto aveva fiutato la possibilità di tirar dentro il Belga, obbligandolo a giocare di punta. Ma io non acquistai il banco. Non acquisto mai il banco del mio socio, tanto più in sua assenza, non solo per prudente condotta di gioco, ma perchè la considererei una ineducata scorrettezza verso il compagno, che ti ha dato l'opportunità di vincere e ha diviso i soldi con te. E poi, se perdi, fai la figura del fesso; se vinci, è come dare del fesso al tuo socio, che ha vinto e giocato per te.
Il Codino mi guardò furioso. Il banco fu acquistato, all'altezza, dal Belga.
Da sette milioni il Belga portò il banco a quattordici, e poi al doppio e ancora al doppio e al doppio, fino ad arrivare quasi a cento: soldi puntati dal Codino, ma anche da Pitt Bull e da Cassio, che si svuotò le tasche e uscì di scena quasi subito. Il Codino è un magnifico giocatore, che va sempre fino in fondo, indifferentemente di banco o di punta. Avete capito la perfidia del boomerang? Se io avessi acquistato il banco all'altezza, dando al Codino l'opportunità di essere mio socio, tutti questi soldi sarebbero stati vinti da me e da lui. Alla mancata vincita si sommavano invece le puntate perdenti: ecco la gravità dello smacco. A un certo punto il banco non fu più coperto. E quando, appagato, il Belga decise di ritirarsi, le montagnette di gettoni davanti al Codino e a Pitt Bull si erano più che dimezzate. Per un po' il gioco andò avanti con sequenze emozionanti, ma sempre segnate da un invariabile schema: ogni volta che il Belga, sempre più euforico (ora si era tolto la giacca, si concedeva perfino qualche lieve battuta), di banco o di punta toccava le carte, vinceva con i punti più inverosimili, uno contro zero, nove contro otto, se l'avverasario aveva sette lui risaliva con la terza carta fino a otto, e così via. Uno spasso per lui e per il socio. Un tappetino con petali di rose. Ricordo che in un altro momento cruciale, quando era di banco, il Belga aveva cinque e sfilò per l'avversario un quattro. E questo (tenete a mente questo, amici miei, sono convinto che già vi state innamorando dello chemin de fer) è uno dei momenti chiave per capire la psicologia di un giocatore. La regola lascia possibilità di scelta al banchiere, se ha cinque dando quattro può tirare o meno la terza carta: le possibilità di migliorare il punto sono equivalenti a quelle di peggiorarlo. Ma i veri giocatori, d'animo e cuore forte, non tirano: anche se il quattro, ne convengo, fa impressione. E' anche una questione di stile: prendere carta con cinque, dando quattro all'avversario, è come indossare i calzini bianchi e corti, come ficcarsi le dita nel naso, come lasciarsi scappare un rutto mentre alla Scala tutti aspettano l'acuto del tenore. Il Belga, guidato dall'istinto, non tirò. (Il Codino, basta dirlo tra parentesi, aveva quattro e perse anche quel colpo). E poi, e poi ancora succedeva che se il Belga, dopo averci preso a schiaffi con i suoi banchi, decideva di passare mano, e Pitt Bull o il Codino acquistavano il seguito, il nuovo colpo risultava regolarmente perdente.
Su uno di questi cosiddetti "seguiti" volò l'ennesimo nove del Belga. Il Codino immolò i suoi soldi residui: sì alzò, salutò dignitosamente, augurò a tutti la buonanotte e se ne andò. Dopo un quarto d'ora - ma voi lo avete già intuito, vero? - ritornò: con maniere brusche, aizzato da Pitt Bull, indusse un incauto giocatore, che si era seduto al suo posto, ad alzarsi sollecitamente, a dispetto di ogni regolamento. Il Codino aveva messo insieme chissà come nuove munizioni, un'altra cinquantina di milioni: le bruciò, con disperato furore, in pochi colpi. Da tempo nessuno aveva il coraggio di applaudire e neanche di sorridere. Quando a chemin scorre il sangue, cresce a poco a poco una sorta di crudele compianto, è evidente il rispetto per i perdenti definitivi. E il Codino era ormai il simbolo, eterno e drammatico, del giocatore perdente: ferito a morte, ma deciso a non arrendersi finchè gli fosse rimasto un minimo di fiato (di denaro, voi mi capite), sfidando incupito la sorte, gli avversari, il mondo intero. Così di nuovo, dopo mezz'ora, bruciato l'ultimo contante, salutò fieramente l'avversario e gli altri giocatori e, con naturale dignità, abbandonò la sala. Era l'alba, ma nessuno aveva voglia di alzarsi dal tavolo. Pitt Bull, il più resistente, giocava in un ruolo poco congeniale per lui, cioè in difesa, sgretolando lentamente il suo capitale. Il Manager e io aspettavamo invano, come cacciatori in una foresta, una nuova opportunità, dopo la magnifica occasione perduta. Il Manager, impassibile come se fosse dietro la sua scrivania in azienda, si inseriva giocando di punta contro Pitt Bull o il Siciliano, appena, d'istinto, scorgeva un momento favorevole. Il Belga faceva strage delle puntate: la metà andava al Siciliano, che invece perdeva sistematicamente, quando era il suo turno.
Erano le sei del mattino quando il Codino tornò ancora, con una trentina di milioni in mano. Lo aspettavamo e sapevamo che in qualche modo sarebbe tornato, come succede in certi film western, quando gli spettatori capiscono che l'eroe sconfitto non vuole darsi per vinto. Dalle tende filtrava nei saloni la luce del giorno, che si mescolava a quella dei lampadari. Eravamo fuori dalle consuetudini del mondo. Eccolo qui, in un borgo della Val D'Aosta, di primo mattino, all'ora in cui di solito ci si alza per andare a lavorare, eccolo qui un indomito giocatore di chemin de fer, l'eroe del film western che non vuole darsi per vinto, e torna a sfidare l'invincibile avversario.
Il Codino ancora una volta riprese orgogliosamente il suo posto: non ebbe bisogno di scacciare nessuno perchè il disgraziato giocatore, che aveva osato sedersi al posto suo, se la svignò diplomaticamente, con un mezzo inchino. Quando giunse il suo momento per il banco, il Codino con uno sguardo sfavillante disse a Pitt Bull: esci con me, quindici milioni a testa. (Il Codino gioca sempre da solo, ma questa volta con evidenza aveva bisogno di una forte uscita di banco, per tentare di mettere sotto schiaffo il Belga, in pochi colpi). L'uscita di banco era dunque di trenta milioni. Tutti ci voltammo a guardare il Belga, che senza un attimo di esitazione chiamò banco. Ed ecco finalmente, dopo molte ore, come non di rado succede al gioco, e di colpo, si invertirono le parti: il Belga girò un otto e il Codino gli scagliò addosso un nove. Banco a sessanta milioni, a parte la cagnotte. Il croupier aspettava, passarono istanti angosciosi. Facemmo qualche puntata irrisoria, perfino il Siciliano puntò due lire: tutti guardavamo e aspettavamo il Belga. Il giovane alzò gli occhi verso gli amici, che lo fissavano con qualche preoccupazione. Sorrise e strizzò l'occhio, come a dire: pensate forse che, giunti a questo punto, io possa avere paura? "Banco", annunciò. Altro che applausi, ormai: ricordo un impressionante silenzio. Girarono le carte e il Belga perse ancora. Il banco salì ben oltre i cento milioni.
Il Codino si alzò in piedi e sfilò subito le carte dal sabot per il nuovo colpo (quando le carte sono sfilate, il banchiere non può più cambiare idea ed è obbligato a dare il colpo). Il silenzio era totale, dalla claque del Belga e del Siciliano non usciva un sospiro. Il calcolo del Codino era lucido e temerario: non aveva fiducia in una sua lunga sequenza, era partito con un'uscita stellare per portarsi subito a quote altissime. Difatti aveva vinto solo due colpi, ma il banco era al di là dei cento milioni. Il Codino si giocava la sua ultima opportunità.
Nessuno osava pronunciare una sola parola e nessuno osava avanzare una puntata. Finalmente il Belga, senza più sorridere, prese a contare le aragoste e le altre fiches che aveva davanti sè e allineò tutti i gettoni, alla punta. "Banco", mormorò ancora con tono di sfida. Non ricordo - scusatemi - quale punto avesse il Belga, era un punto qualsiasi; e subito, quasi con frenesia, il Codino gli rovesciò addosso il suo prevedibile nove. Aveva vinto. Il croupier trattenne la favolosa cagnotte e annunciò: "Il banco è di duecentoventisei milioni". Il Codino, con un'espressione di trionfo e senza una parola di commento, si affrettò a tirar fuori subito le carte dal sabot. Tra la piccola folla ci fu un mormorio emozionato: questo gesto significava che non si ritirava e avrebbe dato il colpo. Il croupier armeggiava con le fiches, contandole a una ad una. Sulle guance del Codino brillavano gocce di sudore. Si guardava intorno, senza fissare nessuno, con occhi febbrili: cinque minuti prima era moribondo, ora gli era tornata miracolosamente la vita. Questo è in fondo lo chemin, come metafora della vita: muori quando non te lo aspetti e vivi quando pensi di morire. Il Belga rifletteva, ammutolito. Davanti a sè aveva solo poche fiches: oh sì, era ancora in forte vincita, ma chissà dove erano finiti gli altri soldi, in tasche nascoste, nelle tasche dei guardaspalle, oppure spediti al sicuro in albergo, chissà. Davanti a sè aveva solo quaranta milioni. Capivamo che il Belga viveva un travaglio psicologicamente terribile: aveva dominato tutta la notte e adesso, in cinque minuti, si lasciava portar via gran parte della vincità, in pochi colpi. Forse ipotizzava anche un colpo di testa: di chiamare il banco per intero, e così di rischiare di perdere tutto. Il suo socio, il Siciliano, lo guardava impenetrabile. Al di là della cordicella gli amici aspettavano, improvvisamente ammutoliti. Il Codino intanto ci guardava con ironia: tutti facemmo qualche piccola puntata, mentre il Belga non accennava a muoversi.
"Il banco è di duecentoventiseimilioni e cinquecentomila lire", scandì il croupier dopo aver contato i gettoni fino all'ultimo spicciolo.
Il Belga con lentezza melodrammatica sollevò tutti i gettoni, i quaranta milioni che aveva davanti a sè, e tutto puntò, togliendosi di tasca ancora qualche piccola fiche di scarso valore, forse per scaramanzia. Il Codino sfilò le carte. Il Belga lesse e annunciò: carta! (Questo significava che aveva un punto debole, da zero fino a un massimo di cinque). Il Codino rovesciò le sue carte: la prima carta rovesciata era un nove. E qual è, a questo punto, la carta più probabile in un mazzo di sabot di chemin? In grande prevalenza sono le ciste, le figure. Dunque, dopo aver scoperto un nove, il Codino aveva forti probabilità di chiudere la partita e di dare al Belga il colpo di un ormai inatteso kappaò. Perchè, in caso di una nuova sconfitta, quasi certamente il Belga, punto nell'orgoglio, si sarebbe rigiocato tutto quel che gli restava.
Invece, la seconda carta rovesciata fu un quattro, e questo significava che il Codino aveva, in totale, tre (nove più quattro, tredici: ovvero tre). Girò la carta destinata al Belga: un nove. La regola dice che il banchiere, avendo tre e dando nove, può comportarsi a volontà: chiedere carta o accontentarsi del suo punto. Il Codino decise di restare col punto che aveva. Il belga, con un sogghigno educato, girò le carte coperte, ch'erano due ciste: nove, annunciò. E aveva vinto.
Di fronte al Codino era rimasto un centinaio di milioni: una somma sufficiente, se avesse voluto, per continuare a giocare con pazienza, aspettando il giusto momento. Era ormai mattino, è vero, ma quale ispettore di casinò avrebbe osato chiudere un tavolo di chemin dove si battevano banchi da cento, duecento milioni? Per tradizione i tavoli di chemin de fer restano aperti finchè c'è gioco. E tuttavia il Codino aveva fretta di conoscere il suo destino. Sapete quanto tempo passa perchè le carte dal posto numero sei, dove era seduto il Codino, arrivino fino al posto numero uno, dove era ancora in agguato il Belga? Cinque minuti al massimo, ovviamente se il banco non si ferma per un filotto. Ed ecco che cinque minuti dopo che il Codino aveva avuto l'opportunità di infliggergli il kappaò, le carte tornarono al Belga per la sua uscita. Con un sogghigno, il giovane contò un pacchetto di gettoni: ventiseimilioni e cinquecentomila lire. Non chiese il raddoppio del suo socio, nè il Siciliano glielo offrì (e questo, poi, avrebbe provocato un piccolo, fastidioso problema tra i due).
Il Codino si avventò come un toro, grandioso e possente, sul manto rosso: il Belga gli sbattè in faccia il primo nove. Banco a cinquanta milioni. Il Codino subito con irruenza chiamò il banco: il Belga gli girò sadicamente in faccia un otto. Il Codino era furente, quasi ansioso di precipitare nel suo destino. Era un suicidio, al gioco, sotto i nostri occhi illividiti dal cinismo. Banco a cento milioni. Ma ormai al Codino, come tante volte lungo la notte, erano rimaste poche fiches: aspettò e aspettò e poi, alla fine, come disegnando nell'aria un gesto di resa, si decise a raccogliere e puntare tutto ciò che aveva. Vinse, com'era ormai chiaro a tutti, il Belga: con un perfido punteggio. Le carte apparvero rivelando uno sberleffo che hanno solo certe donne quando ti tradiscono sotto gli occhi. Il Codino aveva sei, forse anche ebbe la tentazione, contro ogni regola, folgorato da un presagio, di chiamare la terza carta. "Sto", disse infine, quasi un gemito.Con tristezza, e con l'inesauribile dignità di chi sa come si deve morire, il Codino osservò il punto delle carte scoperte dal Belga: sette, naturalmente, come tutti sapevamo. Era finita. Si alzò in piedi: aveva proprio perso tutto. "Questa volta," disse con un sorriso amaro "vi saluto per davvero". Non era vero, naturalmente. Se ne andò e ritornò dopo due minuti, nelle pieghe del portafoglio aveva trovato l'ultimo milione. Così, fece ancora la sua uscita di banco e perse (se avesse vinto, scommetto, sarebbe andato avanti a oltranza, fino a dare il banco a qualsiasi cifra). E definitivamente se ne andò.
L'ultimo a cedere fu Pitt Bull, proprio lui, il grande giocatore di attacco, obbligato a difendere come un cane ferito il cibo che gli era rimasto davanti. Infine ad uno ad uno, rapidamente, tutti i giocatori si alzarono e il croupier (era anche lui un po' emozionato?) annunciò la fine della partita. Il Belga si alzò trionfante, tallonato dal Siciliano e dagli amici della claque. "In quel banco" diceva il Siciliano "era sottinteso che fossimo soci, come in tutta la partita... Mi devi la metà". Non so come sia andata finire.
Gli inservienti pulivano la sala, lavavano i pavimenti. Gli ispettori e gli impiegati contavano i soldi della cagnotte. Credetemi, è incredibile come in un casinò, anche dopo i colpi più emozionanti, tutto prontamente ritorni alla normalità, in pochi minuti. Con il Manager ci avviammo lungo il corridoio che porta all'Hotel Billia, che ospita i giocatori e i clienti di maggior riguardo. Non avevamo avuto opportunità; io ne avevo avuto una sola e l'avevo sprecata, in onore al mio codice di gioco. Diavolo di un giocatore, il mio amico Manager con una grigia condotta era riuscito a vincere qualcosa.

Il giorno dopo, il lunedi sera, e anche questo è un fatto insolito dopo il week end, tutti ci fermammo a Saint Vincent e tutti puntualmente, alle nove della sera, eravamo seduti al tavolo: il Costruttore e Pitt Bull, e Cassio, e altri ancora, perfino l'amico Fulvio; e non si parlava d'altro. Il Codino era tornato con nuove risorse. Tutti aspettavamo il Siciliano e il Belga. Per il Belga l'ispettore tenne a disposizione un posto per qualche ora, perchè potesse sedere al tavolo, in qualsiasi momento fosse arrivato. Ma non arrivò: da quella notte non lo abbiamo più rivisto.
Non solo a Saint Vincent, ma in molti ambienti frequentati dai giocatori di chemin de fer, da quel giorno ogni tanto si parla della emozionante sfida tra il Belga e il Codino, i particolari ogni volta si gonfiano, la fantasia vola, come succede quando si rievocano grandi partite di caccia o di pesca. Ecco perchè ho deciso di raccontarvela, questa strana e grande partita, così come si è svolta, essendo uno dei pochi, per avervi assistito, che sanno davvero come siano andati i colpi e come siano state sfruttate, o bruciate, le molte opportunità che la sorte aveva concesso.

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categoria:001 - una partita memorabile
martedì, 06 giugno 2006

Chemin de fer, vi dicevo, è il gioco più semplice del mondo. Vi dicevo: non si vince, forse, con la carta più alta, il nove? "Nove... il numero glorioso che dava solo la vincita e il pareggio e mai la perdita allo chemin de fer, il gioco d'azzardo chiamato nei nostri paesi "scià e là", perchè pare consistere nella sua terribile semplicità, nel gesto del banchiere, quando premendo con la punta delle dita fa scivolare una carta a destra e una a sinistra". (Piero Chiara, Una spina nel cuore).

Nella realtà chemin non solo è il gioco di carte più nobile e interessante, e uno dei più antichi, ma anche il più complicato, il più affascinante, il più diretto e violento, e anzi per certi aspetti - come cercherò di spiegare - il più perverso, per una caratteristica. Da una parte, sollecita i giocatori a continue e contrastanti tentazioni; dall'altra, non solo li obbliga alla inevitabilità di una scelta spesso difficile, ma soprattutto, e subito, nei minuti immediatamente successivi alla scelta, li espone impietosamente a un pubblico giudizio, ai commenti degli avversari e degli spettatori. Tutti, in pochi istanti, verificheranno se la scelta effettuata sia stata abile e fortunata, o incauta e perdente.
Saint Vincent, in Val d'Aosta, può essere considerata in questi anni la capitale dello chemin de fer. Nel passato, il primato era di altre case da gioco prestigiose, entrate nella leggenda, come Deauville, Montecarlo, Baden Baden. Il successo del casinò valdostano, in parte imprevedibile, deriva dall'affluenza, dai volumi di gioco e soprattutto dalla continuità: nei giorni feriali sono aperti a Saint Vincent due, tre o quattro tavoli di chemin de fer, durante i tornei anche nove. E spesso proseguono fino alle otto del mattino le partite, che s'iniziano alla sera, intorno alle ore 21, nei giorni feriali, e al pomeriggio, intorno alle 17, nel week end. Il Casinò de la Vallée, con un impegno evidente, ha puntato con determinazione su questo gioco antico e ne ha salvato il gusto, la tradizione, la cultura. In altre case da gioco, dove lo chemin de fer ha vissuto stagioni memorabili, la decadenza è invece altrettanto evidente e probabilmente irreversibile. Ogni tanto, d'estate e in occasione delle festività natalizie, si ha notizia di partite di alto livello a Montecarlo e a Deauville.
Non è una decadenza casuale. Dappertutto nel mondo l'americanizzazione dei giochi (il black jack, la roulette a tiro rapido, le slot machines, il videopoker) è una moda che dilaga e impazza senza freni. Il luna park sta prendendo il posto del casinò. Sono entrati in crisi proprio quei giochi, che hanno fatto la storia dei casinò, che hanno ispirato celebri film, memorabili romanzi: a poco a poco rischiano di estinguersi.
I giocatori di chemin de fer sono migliaia, e assai diversi tra di loro, sia per censo, sia per posizione sociale, sia per cultura e comportamenti, sia per esperienza. Per quasi tutti, al di là della partita quotidiana, i tornei mensili proposti dai casinò (in Italia, Saint Vincent, Campione, Sanremo, Venezia) rappresentano un richiamo irresistibile. Insieme con gli appassionati di chemin più esperti e famosi, ovviamente puntuali all'appuntamento, da ogni parte d'Italia arrivano nei quattro casinò giocatori e giocatrici d'ogni tipo: i neofiti baldanzosi, gli "incalliti" cauti e sornioni e i giovani spericolati, i perdenti rassegnati e gli inesorabili vincenti, i più brillanti giocatori di punta e "banchieri" forse di origine popolare ma di aristocratica sicurezza, ragazze che cercano conforto nei consigli del croupier, scaltre signore con un temibile curriculum. E ancora: giocatori avventurosi e avventurieri predoni, sognatori alla ricerca del colpo della vita e cinici sapientoni, puntatori brillanti e un po' esibizionisti, coraggiosi e irriducibili utopisti determinati ad andare avanti a oltranza con il loro banco, bellezze fatali alla loro prima esperienza (di gioco) e pollastrelle finto-ingenue. I più simpatici, forse, sono gli anziani per non dire i vegliardi, incanutiti al tavolo verde, popolarissimi tra gli impiegati e gli altri giocatori. (Li guardiamo con ammirazione e ci chiediamo con invidia: riusciremo ad arrivare alla stessa età, con la stessa freschezza e lucidità, con la stessa voglia di giocare?).
Mi sono chiesto anch'io molte volte in quale tipo di categoria di giocatori debba andare a collocarmi. La risposta spetterebbe, ovviamente, a quelli che mi conoscono un po'. Ma, a mio parere, rischierei controvoglia essere inserito nell'odiosa e spassosa categoria dei tecnici, ovvero di quelli che sanno (quasi) tutto delle regole e che, probabilmente proprio per colpa di questa competenza, di rado riescono - vincolati come sono dal pessimismo - a cogliere le buone occasioni offerte dalla fortuna.
Nei tornei di Saint Vincent, che da qualche tempo si svolgono in tre "manche", il livello di competizione è assai aspro, la selezione assai dura. I tornei si svolgono dalla mezzanotte di venerdì fino alle cinque del mattino di sabato e dal pomeriggio del sabato fino alle cinque di domenica, infine riprendono nel pomeriggio della domenica e si concludono a mezzanotte. I giocatori cominciano ad affluire nella prima serata di venerdi: dopo qualche ora, molti sono già a tasche vuote. Chi vince un torneo di Saint Vincent, capitale internazionale dello chemin de fer, può essere considerato una sorta di campione del mondo. Di fatto il suo titolo è ufficiosamente rimesso in palio, quasi si trattasse di un campionato di boxe, al torneo successivo, dopo tre mesi. Riconosco però che l'espressione è un po' enfatica, risente delle abituali semplificazioni di stampo giornalistico. In palio nei tornei ci sono premi assai allettanti, come orologi e bracciali d'oro; il premio finale è sempre un'automobile di lusso, una Ferrari o una Porsche.
Succede anche che il giocatore, che si aggiudica il primo premio del torneo, non riesca a vincere denaro in misura proporzionata o che, addirittura, alla fine risulti perdente.
Come è noto, la vittoria nel torneo è assegnata al giocatore che abbia totalizzato, nell'ambito delle tre gare, il maggior numero di colpi vinti a banco. E' possibile dunque che, attratti dalla possibile vittoria nel campionato, molti giocatori si espongano a inseguire una serei positiva tenendo il banco e, di conseguenza, si assumano rischi notevoli: ad esempio giocando con violenza di punta, allo scopo di indurre altri banchieri a passare la mano, interessati a rilevare il seguito. (Se è poco chiaro, spiegherò ai non esperti che cosa significa tutto questo, in un capitolo finale, dedicato alle regole del gioco).
D'altra parte, neanche i dirigenti del casinò, neanche i bravi e riservati funzionari dell'ufficio fidi sanno (o vogliono o possono) indagare nei misteri dei portafogli altrui. E quel che fa testo è dunque solo il campionato, una vetrina prestigiosa. Può allora risultare enfatico sostenere che il campione assoluto è il vincitore del torneo, mentre vincitore vero è colui che, dopo un'accorta condotta di gioco, e con maggior merito se non ha potuto sfruttare una serie vistosa di colpi favorevoli, è riuscito a concludere la serata, o il week end, con il portafogli ben gonfio. Ed è ragionevole affermare che il vincitore di Saint Vincent (visto il volume di gioco e l'affluenza di giocatori di chemin de fer alla casa valdostana) possa essere considerato, se non il campione assoluto, certamente tra i più forti ed esperti in Italia, e di conseguenza in Europa e nel mondo. Vorrei ricordare sommessamente, a difesa della mia vocazione all'enfasi nonchè della mia semplificazione giornalistica, che in ogni gioco e in ogni sport una certa retorica delle definizioni fa parte delle regole della comunicazione. Anche il campione del mondo di pugilato della categoria pesi massimi, probabilmente, non è l'uomo più forte del mondo e neanche il pugile più forte del mondo: non può definirsi tale con assoluta certezza. In qualche porto, in qualche miniera, in qualche sperduto angolo del mondo si potrebbero rintracciare energumeni, in grado di abbattere "il campione del mondo" con facilità, senza allenamento, forse con sbalorditiva semplicità. Ma è il campionato del mondo, è il titolo mondiale a far testo.
Così, se i giocatori interessati fossero d'accordo, per dare ulteriore sapore e interesse alle gare di chemin de fer sarebbe divertente affiggere un cartello, alla fine del torneo, con il nome vero (o con uno pseudonimo, un nome da battaglia, perchè no?) del campione in carica: come del resto si fa in certi circoli, per gli scacchi, il bridge o altri giochi. Sono consapevole che la proposta possa risultare un po' estrosa e altrettanto certo che i dirigenti dei casinò non prenderanno in considerazione questa possibilità, forse in anticipo sui tempi. Ma giorno verrà. Se la passione per lo chemin de fer continuerà ad essere coltivata e diffusa, un giorno sarebbe bello pubblicizzare, almeno all'interno della casa da gioco, che il campione d'estate è l'ingegner Otto Sabot, faccio per dire, piuttosto che l'avvocato Primo Maibaccarà. Questo riconoscimento ufficiale indurrebbe il campione a difendere il suo titolo e gli sfidanti ad appostarsi, studiando l'occasione giusta, per un grande duello. Di più: i grandi casinò, come avviene per i tornei internazionali di calcio, potrebbero accordarsi per una manifestazione collegata, in modo da portare a un tavolo unico - alla fine - i dieci vincitori di ogni singolo campionato.
Sto volando troppo in alto e troppo lontano con la fantasia? Forse. Vorrei però ricordare un episodio che risale al lontano 1750. Si ha notizia che a Spa, la prima capitale riconosciuta del gioco d'azzardo, un piccolo editore ottene un certo successo, con la sola idea si pubblicare una rivista in cui si occupava dei personaggi, famosi e no, che frequentavano le terme e si dilettavano a giocare d'azzardo, a faraone e dadi, successivamente con il biribisso.
Un'idea editoriale buona anche per il prossimo millennio?

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categoria:002 - chemin de fer
lunedì, 12 giugno 2006

Tra i molti aspetti fascinosi e originali dello chemin de fer c'è anche questo: una scelta delicata, invisibile agli altri e a mio parere determinante, che può cominciare alcune ore prima o un giorno, qualche volta alcuni giorni, prima della partita. E' la scelta che riguarda l'assegnazione al tavolo, la prenotazione, a volte la conquista di un posto. Non tutti la pensano a questo modo. Ed ecco, dunque, una prima e drastica divisione tra i giocatori di chemin de fer in due scuole di pensiero: quelli che pensano che avere un certo posto al tavolo, anzichè un altro, risulti determinante (sia per i banchieri, sia per chi gioca di punta); e quelli che pensano, invece, che sia il giocatore a "fare" il posto, e non viceversa. Per quel che mi riguarda, sono iscritto da sempre alla prima scuola di pensiero, per i motivi che esporrò.
Prima di addentrarci in questa piacevole analisi, è opportuna una precisazione di natura linguistica. Si tratta di questo: la parola "tavolo" è entrata solo di recente nel linguaggio comune italiano, accettata con evidente schifiltosità dai principali dizionari. In italiano, infatti, si dice tavola, che proviene dal latino "tabula". Ma nessun giocatore di chemin direbbe mai che sta per sedersi alla tavola dello chemin: tutti si sganascerebbero per le risate, più o meno come quando Totò ci fa ridere, in un celebre sketch, dicendo "noio" anzichè "noi". Fu un famoso giornalista e scrittore del "Corriere della Sera", Enrico Altavilla, ad avvertire per primo, puntigliosamente, il dovere di mettere in rilievo, molti anni fa, che "tavolo" era una espressione gergale. Oggi lo Zingarelli accoglie "tavolo", intendendolo come tavola adibita a usi particolari: da gioco, da ping pong, di cucina, d'ufficio, operatorio, anatomico; e come luogo e occasione di confronto sindacale e politico. Per lo chemin de fer non c'è un riferimento specifico: è augurabile che presto ci sia, anche perchè "tavolo", in gergo, è una parola importante per lo sviluppo del gioco; può significare tra l'altro, come vedremo, in bocca al giocatore di punta, che si vuole puntare la metà della somma del banco.

Con la coscienza a posto, torniamo ora a sederci al tavolo, senza più virgolette.
Come ho detto subito, sono assolutamente convinto che un buon posto al tavolo sia determinante per l'esito della partita. Anzi, l'esito della partita comincia a determinarsi nel momento in cui ci viene assegnato un posto anzichè un altro. E' la nascita della partita. E' il primo segno inviato dal destino. Un certo posto ci aspetta. Prima di metterlo alla prova, non possiamo sapere se sarà un posto baciato dalla fortuna, o disgraziato. Non diversamente - per quel che ne sappiamo - quando siamo nell'utero materno non possiamo immaginare se la casa che ci accoglierà sarà quella di una pacifica famigliola borghese in pace con il mondo e con dio, o una miserabile stamberga con un padre alcolizzato e una madre desiderosa di liberarsi al più presto di noi. Subito dopo il parto, dopo i primi vagiti, cominceremo a renderci conto dello stato delle cose. E' possibile che il benessere che ci aspetta sia rassicurante, con voci flautate e dolci ninnananna, biberon all'ultima moda e puliti pannolini. O forse ci aspetta tutt'altro: la fame, il freddo, una repentina malattia; per alcuni infelici neonati la vita s'inizia davanti ai gradini di una chiesa o, peggio, in un bidone della spazzatura. Non diversamente, a chemin de fer, nessuno può sapere quale sia, al tavolo, il posto fortunato della serata, e per quanto tempo un posto, anzichè un altro, sarà assistito dalla fortuna.
Ma se non dipende da me, e nessuno comunque può sapere quale sarà un buon posto e quale sarà un pessimo posto, si chiederà giustamente il lettore, come peraltro sostengono i giocatori iscritti nella seconda scuola di pensiero (quella che non assegna alcuna importanza al posto), che importanza può avere, preoccuparsi di questo problema? Insomma, mi prendo il posto che mi viene assegnato a caso, e poi si vedrà. Così come il neonato, che non può scegliere, è obbligato ad accettare la casa che il destino gli ha assegnato: crescendo, capirà quanto e come dovrà lottare per vivere o anche semplicemente sopravvivere. Ammetto che questo elementare ragionamento possa apparire persuasivo.
Ma non è così semplice. Prima d'ogni altra considerazione, è bene precisare che a molti giocatori piace assaporare ogni fase del gioco e a ogni fase attribuire il gusto e il valore di una cabala. E la prenotazione ha procedure complicate. Perchè perdersi il gusto della prenotazione? E rinunciare ad attribuire alla prenotazione il nostro stile di approccio al gioco? Sarebbe, consentitemi un'altra metafora, come scendere in campo per una partita di calcio, senza allenamento; come fare l'amore, senza preludi. Prima dell'inizio della partita di chemin de fer, si può prenotare il posto attraverso i valletti o gli impiegati del casinò. Quando le partite sono in corso, ci si rivolge invece direttamente all'ispettore, che annota i nomi di ogni richiedente su un misterioso libriccino. I posti al cosiddetto tavolo grande, quello che esclude la presenza di spettatori e limita la possibilità di puntare ai soli giocatori seduti al tavolo, sono sempre rigorosamente assegnati dall'ispettore.
Ecco, allora, che si cominciano a delineare varie possibilità per la prenotazione. Ci si può affidare al valletto, con il quale si intrattengono i rapporti di maggior confidenza. Senza far torto ad altri, per fare un buon esempio, a Saint Vincent il mitico Antonio gode di una diffusa popolarità, E' puntuale e rispettoso, sollecito, comprensivo verso i perdenti, dignitoso verso i vincenti, non lesina a nessuno una parola di incoraggiamento, ma è sempre ben attento, credo istintivamente, a non farsi coinvolgersi nella ragnatela delle superstizioni e degli affari altrui.

Molti giocatori preferiscono affidare la loro prenotazione sempre allo stesso valletto, probabilmente perchè una volta, grazie alla "sua" prenotazione, hanno avuto in regalo dalla sorte una serata fortunata. E la fiducia in questo tipo di ripetitività è un sentimento cieco, nutrito dalla nostalgia, animato dalla speranza. Non solo per lo chemin de fer, ma per qualsiasi gioco. Una volta, alla roulette, ho colto una vincita discreta puntando sul 14: il croupier che raccolse e pagò la mia puntata, un tipo assai simpatico, ancora se la ricorda. Ogni volta che mi vede avvicinarmi al suo tavolo, e a volte sono anche distratto, mi chiede con cortesia: lei gioca il 14, vero? Non dimentichiamo il 14! E chi se lo dimentica più. Da molti anni ormai, continuo a puntare su questo ambiguo orfanello (gli "orfanelli" sono chiamati,inm gergo, otto numeri della roulette disposti in due diversi settori della ruota). C'è bisogno di dire che il 14 non ripaga la mia buona memoria nè quella del croupier, nè la mia fedeltà? E che la pallina dovunque si ferma, tranne che nella sua casella? Finisce sul 20, si adagia sul 31 - le due caselle a fianco - ma col 14 la roulette si comporta come un automobilista assai ligio di fronte a un cartello di sosta vietata.
Molti altri giocatori hanno - per motivi analoghi - un "loro" numero preferito, non solo per puntare alla roulette, ma per scegliere un posto al tavolo di chemin de fer: prenotano per tempo allo scopo di sedersi, se possibile, sempre al numero uno piuttosto che al numero otto o nove. Ancora di recente, una affabile signora, convinta a torto di essere perseguitata dalla sfortuna (alterna le partite a punto e banco con quelle a chemin) mi informava delle buone e razionali - sic - motivazioni, che la inducono a scegliere, assolutamente, il numero sette o il numero otto, e mai il nove. Nonchè il suo disagio, quando quei due posti non sono disponibili, a trovarsi in un altro angolo del tavolo (e spesso le tocca l'odiatissimo numero nove). E quando i numeri sette e otto non sono disponibili perchè già prenotati da qualcun altro, questa brava ed esperta giocatrice - pur non rinunciando, ovviamente, ad affrontare la partita da altra postazione - si considera predestinata a una sorte nerissima. Come un bebè che avesse il presentimento di sbucare nella vita, che so, in un'affollata topaia di Harlem, a New York, piuttosto che in un sorridente attico di Belgravia, a Londra.

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categoria:003 - un posto al tavolo
mercoledì, 14 giugno 2006

Per quel che mi riguarda, a chemin de fer preferisco rivolgermi per la prenotazione a un qualsiasi valletto o alle impiegate, senza differenza e senza indicare quasi mai la preferenza per un numero; che scelgano loro, come vogliono. Però, è importante per me prendere posto alla partita fin dall'inizio, quando ancora il posto è vergine. Debbo essere io a rendermi conto per primo delle opportunità, oggi, di questo posto; e non altri. E sono sempre puntualissimo al tavolo, all'ora dell'apertura della partita, come del resto in qualsiasi altra incombenza della mia vita. Al tavolo di chemin de fer e al mio posto cerco di approdare con cinque minuti di anticipo, in particolare, dal giorno in cui arrivai, non per colpa mia, con un leggero ritardo: il tempo tuttavia necessario perchè l'ispettore, non avvertito, consentisse a un usurpatore di prendere il "mio" banco. Naturalmente, c'era una "passe", una serie, favorevole di una decina di colpi. Ricordo le occhiate di compassione e ironia - tutti gli appassionati di chemin sanno che si tratta di una situazione rituale - con le quali fui accolto dai giocatori seduti al tavolo e dagli spettatori intorno al tavolo, in piedi, una piccola folla, attratti dall'evento. E la gioiosa, precipitosa e sadica premura con cui molti si affrettarono a informarmi dell'accidente. Ogni giocatore sa che, di fronte a uno sberleffo simile della sorte, bisognerebbe avere la forza di rinunciare alla partita, quasi inevitabilmente destinata, dopo questa premessa, a proseguire con esito disastroso. Qualsiasi giocatore si arricchirebbe al gioco, se solo seguisse una linea di buon senso. Quasi nessuno ne è capace e ovviamente anch'io non lo sono, anche se scrivo libri sull'argomento e, in teoria, sono capace di fornire agli altri e a me stesso consigli ricchi di buon senso.
Ma scacciamo i brutti ricordi. Quanto alle prenotazioni, se decido di partecipare a un torneo, ho l'abitudine di prenotare, raccomandando solo che il numero al tavolo sia sempre lo stesso. Non voglio correre il rischio di occupare il posto numero cinque molto sfortunato al sabato e di ritrovarlo fortunatissimo, ma occupato da altri, il giorno seguente. E' vero anche che nella cabala non ci sono regole. Molti giocatori, di diversa mentalità, la pensano in modo esattamente opposto e si lasciano condizionare dall'andamento del gioco. Se un certo posto è stato fortunato venerdi e sabato, essi ritengono che non possa essere fortunato anche alla domenica (mentre altri, convinti come sono che la buona sorte è ripetitiva come la jella, si regolano in modo esattamente opposto).
Un saggio criterio, per chi gioca abitualmente a chemin de fer, diciamo cinquanta o cento partite l'anno, è quello di scegliere sempre lo stesso posto: così, nel lungo periodo, nell'arco di alcuni anni, la fortuna tende a equilibrarsi e a non incidere in misura significativa, rispetto ad altri fattori. Se ti siedi sempre al numero cinque, ti beccherai i momenti sfortunati di questa casa, voglio dire di questa casella, ma ci saranno prima o poi anche i momenti fortunati. Come nella vita, insisto a dire: anche ad Harlem qualche volta splenderà il sole, così come anche nelle agiate e rassicuranti case di Belgravia prima o poi ci sarà qualche inconveniente.
Ci sono poi giocatori che deliberatamente non prenotano: arrivano davanti al tavolo e aspettano pazientemente, a volte anche alcune ore, il loro turno. E così lasciano la decisione all'ispettore, al massimo esprimendogli qualche preferenza: si consegnano volontariamente a una sorte ormai orientata, a partita già iniziata; il primo posto disponibile sarà il loro. A me non piace affatto questo approccio. Penso che sia preferibile inserirsi nella partita all'inizio del primo sabot. Nelle prime due ore, spesso, è possibile capire con sufficiente chiarezza come sia orientata la fortuna; e decidere poi, se restare seduti al tavolo o andarsene, o cambiare posto, se è possibile.
Non mancano altre buone ragioni per la mia appartenenza alla scuola di pensiero, che assegna una notevole importanza alla scelta del posto. Per il gioco di punta, l'importanza del posto è evidente a tutti. Facciamo qualche esempio. Se il banchiere seduto al numero tre è sfortunato e perde regolarmente al primo o secondo colpo, e io sono seduto al numero otto, saranno verosimilmente i giocatori seduti al numero quattro o al cinque, o al sei o al sette, a precedermi nel gioco di punta. E io non riuscirò a trarre, al di là della mia volontà e della mia intelligenza, alcun vantaggio dalla situazione favorevole. Se, inoltre, quel banchiere è un giocatore fortunato, ma timido o comunque prudente, e regolarmente al secondo o terzo colpo vincente passerà la mano, saranno sempre i giocatori seduti prima di me ad avvantaggiarsi dell'opportunità di rilevare quell'allettante banco all'altezza. E non basta. Se alla mia sinistra è invece seduto un giocatore fortunato, prima di rendermi conto della sua fortuna e di lasciare il compito ad altri spericolati sfidanti, avrò perso alcune volte somme forse consistenti, per aver battuto il banco per primo, come si usa (anche se non è obbligatorio). Se poi, alla mia sinistra, questo stesso giocatore passa mano al momento per lui fortunato, ecco compiersi fatalmente o quasi un altro piccolo disastro: perché io mi sentirò psicologicamente obbligato a rilevare il suo maledetto seguito, e dunque a perderlo regolarmente. Per un giocatore di punta ha fondamentale importanza avere al fianco sinistro due tipi di avversari: un giocatore in disdetta, perdente regolare; o fortunato e prudente. Nella prima ipotesi, come minimo, potrà regolarmente finanziarsi le sue uscite di banco; come massimo, nella seconda ipotesi, può sperare di rilevare un seguito di un banco molto fortunato.
Sulla base dell'esperienza, al di là delle opportunità per il gioco di punta, credo sinceramente che anche per il banchiere il posto abbia una certa incidenza. Il sabot gira, una taglia dopo l'altra... Guarda caso, qualche volta dalle cinque del pomeriggio fino all'alba, è quasi sempre il giocatore seduto allo stesso posto, che può contare su una serie piccola o grande di colpi fortunati. Quante volte abbiamo assistito a situazioni di questo tipo? Ovviamente, in nessun gioco, e particolarmente in questo gioco, esistono certezze. (Ne esistono solo due: con zero - in gergo, baccarà - non vinci; con nove non perdi. Ma la certezza totale dell'esito del punto anche in questi due casi - ecco la perfidia dello chemin - non c'è. Con zero dovresti verosimilmente perdere, e invece ti capita di pareggiare e di salvarti da una situazione che pareva irrimediabile, e al colpo successivo, chissà, forse riuscirai a vincere; con nove dovresti verosimilmente vincere e invece, anche in questo caso, e qualche volta la beffa giunge nei momenti cruciali della partita, può succederti di pareggiare. Sono situazioni che si verificano frequentemente, anche se giocatori inesperti o maleducati si lasciano andare a gesti screanzati, per il dispetto. Anche i nostri avversari hanno gli stessi nostri diritti e doveri, di fronte alla sorte). Quante volte avete visto il giocatore, poniamo, seduto al numero otto, alzarsi soddisfatto e con un bel gruzzolo, convinto di avere ormai sfruttato fino in fondo la serata favorevole; e al suo posto arrivare un altro giocatore, e più tardi un altro ancora, e un altro ancora, e tutti utilizzano la buona sorte che quella sera sembra baciare, immutabilmente, la casella col numero otto? E viceversa, in un'altra serata, in quello stesso numero otto, il banco non si ferma mai: cade sempre al primo o al secondo colpo; i giocatori si alternano e sfiduciati si allontanano dal posto numero otto, ma chiunque sieda a quel posto al primo o al secondo colpo regolarmente cade.

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categoria:004 - la scelta del posto
venerdì, 16 giugno 2006

É anche vero che, a volte, succede esattamente l'opposto. Un giocatore siede a un certo posto e tutti noi assistiamo regolarmente alla triste, per lui, e immediata, regolare caduta del suo banco: ogni volta e ad ogni giro, subito, al primo colpo. Dopo alcune ore quel giocatore se ne va - forse anche perchè, visibilmente, ha perso molto denaro o tutto il denaro che aveva in tasca - oppure chiede di cambiare posto; allo stesso posto si trasferisce un altro giocatore ed ecco, è un altro momento "classico" del melodramma a chemin de fer, ecco che a quel giocatore ignaro e appena arrivato, l'ultimo arrivato, "fresco fresco" come si dice in gergo, arride immediatamente, al primo giro disponibile, una "passe" di banco lunga e travolgente. Il banco della serata. Come spiegarlo? Quali significati attribuire a questo evento, salvo quelli, misteriosi e indecifrabili, legati esclusivamente alla fortuna? Il giocatore perdente se ne è andato portando con sè tutta la sua cattiva sorte, il nuovo giocatore vincente è giunto in quel luogo di apparente disgrazia sorretto da un paio di angeli sorridenti e benedicenti. Là dove il primo lasciava malinconicamente il suo denaro, il secondo giocatore raccoglie copiosamente il denaro degli altri giocatori. L'esperienza insegna ai giocatori più smaliziati di essere cauti, in circostanze di questo tipo, e di non avventurarsi a battere il banco: preferibile, al contrario, proporre un'uscita di banco "in società" al giocatore subentrato in un posto di dolore.
Ecco un'altra domanda difficile, che nuovamente spacca i giocatori in due scuole di pensiero contrapposte: è opportuno cambiare posto, durante la partita, o è meglio mantenere sempre lo stesso, costi quel che costi?
Per quel che mi riguarda, io appartengo alla categoria dei "movimentisti", e perciò chiedo di cambiare posto o tavolo anche due o tre volte nella stessa serata. Qualche volta mi è andata bene, altre volte - considerato puntualmente dagli avversari al tavolo, come ormai sappiamo, con compassione e ironia - ho peggiorato vistosamente la mia situazione e ho lasciato il mio posto, all'improvviso e miracolosamente divenuto fortunato, ad altri. Per evitare questa disastrosa evenienza, ci sono giocatori che non cambiano mai e restano seduti al loro posto con incrollabile fiducia, con disciplinata fermezza: qualsiasi cosa succeda, certamente non avranno nè rimpianti nè rimorsi. Fedeli fino all'ultimo, mi ricordano quei combattenti giapponesi della seconda guerra mondiale, che hanno continuato a tenere le armi, senza abbandonare il loro posto, anche quando la guerra era finita da un pezzo.
A chemin de fer, diciamo la verità, una scelta può valere l'altra. Importante, per gustare appieno le opportunità del gioco, è credere in una propria identità, non dico un'ideologia, che può sembrare una parola pomposa anche se, negli anni, vi si può credere con una certa coerenza. Basta anche una semplice idea superstiziosa a cui far riferimento, al momento di prendere scelte piccole o importanti. La mia convinzione, per quel che riguarda il gioco di punta, quando la posizione al tavolo sia evidentemente sfavorevole, è che sia importante cambiare posto. Ammesso, naturalmente, che ce ne sia la possibilità e che il giocatore, seduto nella posizione favorevole, abbia la buona (per noi) idea di alzarsi e lasciare inopinatamente ad altri quel suo bel posticino.
Giocando a chemin de fer, vi capiterà qualche volta di ascoltare discussioni tra giocatori in piedi e l'ispettore di turno. Come abbiamo visto, è l'ispettore ad assegnare i posti al tavolo, quando la partita è iniziata. Nel suo libriccino segna i nomi dei giocatori, che intendono fare la loro prenotazione. L'ispettore non segue affatto un criterio di precedenza, anche se con garbo assicura il contrario, per non offendere nessuno: il tavolo di chemin de fer non è, per nessun aspetto, e quindi anche per la precedenza, equiparabile a uno sportello dell'anagrafe o di un ambulatorio medico. Non possono esserci regole democratiche. Un buon ispettore sa che deve riservarsi qualche opportunità, per giocatori importanti che arrivino inattesi e meritino, per esperienza e curriculum, di trovare un posto al tavolo al più presto. Nei limiti del possibile, l'ispettore deve fare attenzione a predisporre una equilibrata composizione dei tavoli, in modo che i giocatori siano bene assortiti, secondo il loro livello e il loro modo di giocare. E' interesse di tutti, anche di coloro che aspettano in piedi il loro turno per ore, che i giocatori più "forti" possano essere accolti e messi in condizione di giocare a loro agio: sono loro, per primi, ad animare la serata e le varie partite ai tavoli. E' volgare dire perchè? Come sempre nella vita, in cui l'economia regola quasi tutto, è l'argent al centro del problema. Lo chemin de fer è un gioco che si disputa tra giocatori e vede in palio somme di denaro. Se nella partita sono impegnati giocatori di alto livello, sia per le risorse economiche sia per la determinazione di metterle in gioco, la serata sarà emozionante e interessante: offrirà a tutti qualche opportunità. La casa da gioco ha il suo interesse nella percentuale che le spetta sulle somme, che si giocano di banco. Il grande giocatore, avendone la possibilità, tiene il banco senza paura anche quando arriva a cifre da batticuore, compra seguiti importanti, gioca di punta audacemente. Tiene alto il livello del gioco.
Può capitare di vedere ai tavoli dove si gioca lo chemin de fer alcuni posti vuoti, a volte anche per un paio di ore. E tutt'intorno c'è folla, le prenotazioni fioccano. Che succede? Potete scommettere che i posti vuoti sono assegnati a giocatori importanti. Forse sono in ritardo, forse si sono alzati e non hanno fatto più ritorno, attratti da altri giochi, in altre sale. L'ispettore, giustamente, "difende" questi posti: rincorre i grandi giocatori ai tavoli di roulette o al bar o nelle sale del privé; si fa dare i gettoni necessari per l'uscita. In questi casi, secondo regolamento, è l'ispettore a sfilare le carte - in rarissimi casi di emergenza può farlo il croupier - per conto del grande assente e a giocare la mano, per conto suo. Una battuta frequente è la seguente: mai visto un ispettore fare una "passe" positiva. Gli ispettori, impermeabili, sorridono e sopportano. Si tratta, come è evidente, di una sciocchezza: primo, perchè raramente un ispettore sfila le carte, e quindi ha meno probabilità di altri giocatori di indovinare una "passe"; secondo, e soprattutto, perchè quasi sempre la consegna del giocatore assente è di passare mano, eventualmente, dopo la terza mano vinta.
L'ispettore, se può, riserva le sue piccole cortesie anche ai giocatori di minor livello. Rispetta la prenotazione, accetta le uscite - secondo regolamento - per una breve assenza dal tavolo. A mio parere, il buon ispettore è quello che applica rigorosamente, e senza paura, il regolamento in caso di contestazioni o incidenti; e tuttavia quando, augurabilmente, non ci siano nè contestazioni nè incidenti, è anche quello che cerca di creare la miglior atmosfera ai tavoli, con la migliore accoglienza ai giocatori in grado di far movimento. Così come nel calcio sono i grandi campioni a fare grandi le squadre e le partite, allo stesso modo a chemin de fer sono i grandi giocatori a fare grande il tavolo e appassionanti le serate. E così come i campioni del calcio favoriscono il tifo, la simpatia, la passione per il gioco del calcio - allo stesso modo sono i veri campioni di chemin, i giocatori di animo forte e tranquillo, a rendere popolare e interessante questo gioco, tramandandone il gusto e la cultura di generazione in generazione.

Prima di passare oltre, vorrei ricordare che a chemin de fer ci sono le più stravaganti opportunità: per questo motivo sostengo che, dietro un'apparente semplicità, è straordinaria la complessità - perfida - delle situazioni possibili. Ad esempio, proprio per quel che riguarda "il posto". Succede, specie all'inizio della partita ma anche durante il suo svolgimento, che un posto sia del tutto libero, privo di prenotazioni, oppure che il titolare si sia allontanato momentaneamente, per mancanza di denaro o per altri motivi. Insomma, in quel momento il posto è libero, si può chiedere una mano di banco. Come si fa a conquistarne il diritto? Tra i giocatori in piedi, ci sono quelli sveltissimi e pronti di riflessi, capaci di precedere gli altri: essi sanno che la richiesta deve essere indirizzata preferibilmente all'impiegato addetto ai cambi dei soldi e dei gettoni, piuttosto che al croupier o all'ispettore (de minimis non curat praetor). L'assegnazione della mano viene fatta secondo ordine di precedenza. Ed ecco un'opportunità notevole. La mano di banco, conquistata tanto casualmente, giocata in piedi in attesa dell'arrivo del titolare in posto, può coincidere - quante volte lo abbiamo visto! - con una "passe" favolosa. I giocatori abituali, i più forti e conosciuti, sono favoriti anche in questo caso, se è possibile che ciò avvenga senza offendere i diritti altrui. Quante volte avete visto le mogli e le compagne, le accompagnatrici dei giocatori seduti al tavolo impegnate a sfilare un po' maldestramente, data la loro inesperienza, le carte dal sabot? Non c'è scandalo, in questi presunti favoritismi, a mio parere. Il regolamento è rispettato: se poi, negli spazi lasciati liberi dal regolamento, c'è la possibilità di avere il classico "occhio di riguardo" per i giocatori più importanti, che male c'è? Questo è un Paese che sopporta file di auto blu e scorte impressionanti per qualsiasi politicante da strapazzo. Che male c'è, se al tavolo da chemin i protagonisti veri, i giocatori importanti, sono considerati con rispetto e attenzione?
Ho accordato tanto spazio, forse troppo, ai preliminari. E quando il gioco si fa duro, le domande cruciali a chemin de fer sono altre. Una, sopra tutte. Come vedremo nel prossimo capitolo.

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categoria:005 - il banco della serata
lunedì, 19 giugno 2006

Da seicento anni almeno i giocatori di chemin de fer non sono riusciti a risolvere il problema fondamentale, che rende tanto avvincente questo gioco: è preferibile giocare di banco, o di punta? E soprattutto: quando si ha il banco, e se si vince, fino a che punto bisogna tenerlo, prima di passare la mano? (Questo è il problema in ogni gioco. Accontentarsi della vincita e smettere: ma quando?)
Rispondere esattamente a queste due domande significherebbe aver individuato un modo sicuro per vincere. Ma in qualsiasi gioco d'azzardo la sicurezza di vincere è impossibile. D'altra parte, quale interesse avrebbe, un vero giocatore d'azzardo, verso un gioco in cui l'azzardo non ci fosse più? Gli scienziati, i matematici (sempre citatissimo Pascal, al quale viene attribuita, senza certezza, la determinazione dei numeri sulla roulette), si sono applicati per secoli, senza trovare vie di uscita, salvo l'indicazione del calcolo delle probabilità sfavorevoli. Una volta, in un dibattito televisivo, mi sono trovato di fronte a un bravo matematico italiano, docente universitario, il quale aveva scritto un libretto, con la collaborazione di altri dotti colleghi, allo scopo di dimostrare che il calcolo delle probabilità è assolutamente contrario ai giocatori. E così ingenuamente credeva di aver liquidato, una volta per tutte, il problema. Invano ho cercato di spiegargli che la sua ineccepibile analisi per una persona di buon senso rappresenta un punto di arrivo. Per un giocatore, invece, è il punto di partenza. Un matematico spende, ammirevolmente, buona parte della sua vita per arrivare a dimostrare che, statisticamente, non ci sono speranze possibili per i sogni dei giocatori. Ma i giocatori questo svantaggio matematico lo conoscono perfettamente, senza averci dedicato alcun studio; lo considerano scontato. E' proprio la sfida contro la sorte, che gli assegna minori probabilità di successo, ad affascinare il giocatore al momento in cui affronta una partita di azzardo.
A differenza di altri giochi, per di più, lo chemin de fer pone di fronte e sullo stesso piano i giocatori. Le probabilità, nello scontro tra i giocatori, sono uguali per tutti. Il padre dello chemin è il baccarà, importato probabilmente da Macao. Le regole sono simili. La differenza principale è che nello chemin de fer il casinò assume il semplice ruolo del garante fra i giocatori e sono i giocatori, a turno, a tenere il banco: fino a quando perdono o fino a quando, vincendo, non decidono di passare la mano.
Non ci sono indizi incontestabili per indicare la data di nascita e il luogo di origine del baccarà. I francesi lo considerano un gioco italiano ed è probabile che in Italia fosse già conosciuto nel 1400. In Francia si affermò alla fine del quindicesimo secolo: lo introdussero i soldati di Carlo VIII, che lo avevano imparato in Italia. C'è poi chi attribuisce al regno di Luigi Filippo (1830-1848) uno sviluppo significativo della popolarità del baccarà e l'assestamento delle regole moderne.
Lo chemin de fer è un gioco tipicamente latino: si è imposto in Italia e in Francia, ha successo nei paesi sudamericani. Agli anglosassoni non piace granchè. Nella sua Encyclopédie de la Pléiade, vol.23, Roger Caillois alla voce "Jeux et sports" afferma che il baccarà arrivò negli Stati Uniti solo nel 1911, e ben presto finì nell'oblio, soprattutto per il crescente successo del black jack.
Lo chemin de fer arrivò negli Stati Uniti dopo la prima guerra mondiale, facendosi strada in ambienti più snob, ad esempio a Palm Beach, in Florida.
Ebbene, in seicento anni, milioni di giocatori si sono divertiti pazzamente, e quasi tutti ci hanno lasciato le penne, arrovellandosi su un quiz che meriterebbe uno spot divulgativo simile a quello lanciato in televisione, in tempi recenti, per il telefono: mi ami? quanto mi ami? A chemin de fer il quiz è il seguente: passare? quando passare? Ritengo più probabile che gli uomini riescano ad andare sulla Luna tranquillamente per il week end, e che siano debellate le più spaventose malattie, è più probabile che sia scoperto l'elisir dell'eterna giovinezza, insomma è più facile che un cammello passi attraverso la cruna di un ago, piuttosto che tra un secolo o due, o anche un millennio, qualcuno riesca a dare una risposta conveniente al quiz fondamentale dello chemin de fer. Ammesso, naturalmente, che tra un millennio - come sinceramente mi auguro, nella tenue e folle speranza di essere letto dai posteri - l'umanità interessata al gioco si appassioni ancora ai misteri del sabot.
Qual è la condotta migliore di gioco per portare a termine una partita di chemin con un risultato soddisfacente? Ridiscendendo dalle stelle alle stalle, vi riferirò l'opinione - a mio parere molto persuasiva - di un vecchio croupier di Venezia. "Amici cari," mi ha detto una volta "se volete divertirvi con una partitina di chemin ogni tanto, non c'è bisogno di consigli: giocate come vi suggerisce il cuore, seguite l'istinto". Insieme con me, un piccolo gruppo di appassionati lo seguiva con attenzione, come davanti a un oracolo Un attimo di pausa. In quel piccolo gruppo nessuno di noi era un giocatore per passatempo, una volta l'anno. Tutti lo guardammo, pur restando in silenzio, con una espressione significativa che voleva dirgli: per favore, non prenderci in giro.
"Ma voi", annuì l'anziano croupier "non siete giocatori che si divertono facendo una partitina ogni tanto. Se giocate almeno cento volte l'anno, invece, seguite questi tre consigli e quasi certamente il vostro bilancio risulterà molto soddisfacente:
1) Il primo consiglio, per il gioco di punta, è di battere banco solo al quarto colpo o nei colpi successivi, se non vi è possibile al quarto: qualunque sia la cifra;
2) Il secondo consiglio, quando vi tocca di fare il banchiere, è di uscire con una cifra consistente, abbastanza alta, e di passare mano dopo il secondo colpo vinto;
3) Il terzo consiglio è di rilevare all'altezza - di qualsiasi cifra si tratti - tutti i seguiti che vi sia possibile prendere e di tenere il banco per un solo colpo, possibilmente senza accettare la compartecipazione a metà di altri giocatori".

Fin qui il croupier veneziano. Posso aggiungere che sono persuaso anch'io che questo schema di gioco, questa condotta possano assicurare - nell'arco delle cento partite - notevoli soddisfazioni sotto il profilo economico, a patto di applicare regolarmente, e rigidamente, tutte e tre le regole. Così come tanti altri metodi tattici di gioco. Il problema è un altro. Affinchè un buon metodo di gioco possa concedere buone chances, oltre ad infliggere gli inevitabili colpi negativi, è indispensabile che sia rispettato rigorosamente, senza deroghe nè deviazioni, di alcun tipo. E chiedere a un giocatore di seguire scrupolosamente e disciplinatamente un certo tipo di condotta, e di asservirsi a uno schema costantemente, senza voli di fantasia, senza colpi di ingegno, senza improvvisazioni di nessun genere, è come pretendere (mi scusino tutti i giocatori, per l'irrispettoso paragone) dalle professioniste di un bordello che all'improvviso si adeguino a severe regole di castità. E' possibile che il miracolo succeda. Ma è improbabile. E, se succede, è probabile che dopo un breve periodo, non sufficiente a rifarsi una verginità, subito si torni a una dissolutezza totale.

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categoria:006 - quando passare
mercoledì, 21 giugno 2006

La seconda regola, poi! Passare il banco dopo due o tre colpi vincenti? Non è facile, sul piano psicologico, adeguarsi disciplinatamente a questo tipo di comportamento. Poniamo il caso che la mia uscita sia stata di cinquecentomila lire. Ho vinto il primo colpo e il mio banco è diventato di un milione (tralasciamo, per comodità di ragionamento, di calcolare l'incidenza della "cagnotte", ovvero della royalty del 5 %, che spetta al casinò); vinco il secondo colpo e arrivo a due milioni; vinco il terzo colpo e salgo a quattro milioni.
Che cosa voglio di più? Ho portato il mio banco da cinquecentomila lire a quattro milioni, ho vinto tre milioni e mezzo, che cosa pretendo di più? Tutto è successo in pochi istanti: nessun blitz in Borsa, nessuna operazione finanziaria mi consentirebbero, in proporzione, gli stessi margini di lucro.
Eppure, a questo punto, l'eterno quiz dello chemin de fer si ripropone inconfondibile nella sua eterna, misteriosità religiosa. Passare o no? Ci sarà il quarto colpo vincente, in quelle maledette carte nascoste nel sabot? Arriverò a otto milioni (decurtati della quota spettante alla cagnotte, si capisce) oppure perderò tutto in un colpo solo? Chi lo sa! Se le carte non sono truccate, e in un casinò serio le carte non sono mai truccate, nessuno può saperlo. Per quel che mi riguarda, per sdrammatizzare, quando le carte spettano a me, penso a Woody Allen e alla sua celebre battuta sul grande mistero della vita. Ci sarà un'altra vita? Non si sa. Del resto, ci sarà un idraulico libero, il giorno di Ferragosto? E ci sarà un altro colpo vincente, per il mio banco? Forse, mi dico con ottimismo, è più difficile trovare un idraulico disponibile. Il quarto colpo sarà vincente? E poi perchè soltanto il quarto? Non può esserci anche il quinto, il sesto, il settimo, l'ottavo? Non potrebbe esserci una passe formidabile, in quel sabot sempre indecifrabile? Questa è la vocina, che ogni giocatore si sente dentro, questo è l'insolubile dilemma, quando arriva il momento di decidere, dopo ogni colpo vinto. Ce ne sarà un altro? Si troverà un idraulico libero il giorno di Ferragosto? E ci sarà davvero un'altra vita, dopo che avremo chiuso gli occhi? Domande semplici e profonde, come si vede, destinate a risposte personali, senza poter contare su riferimenti affidabili. Per di più, per quel che riguarda lo chemin de fer, il fascino diabolico del gioco sta in questa tenaglia: in questo momento nessuno al mondo può dirmi se il prossimo colpo sarà vincente o no; tra pochi istanti tutti sapremo la verità. Conoscerò subito il mio destino.
Il giocatore di chemin de fer decide il suo destino in pochi istanti. Il regolamento in verità non stabilisce quanto tempo sia concesso. Ma l'usanza impone che il tempo utilizzato per riflettere debba essere breve, comunque ragionevole. Si decide in pochi secondi. Un giocatore freddo e intelligente probabilmente ha già deciso durante il colpo precedente. Se vinco questo colpo, ha detto a se stesso, al prossimo passerò. Oppure: andrò avanti ad oltranza, fino a quando il banco non cadrà.

Un ripensamento, tuttavia, è sempre possibile. Nel giro di pochi attimi, quelli che rendono inimitabile questo gioco, per la sua violenza. Non è in gioco soltanto il denaro, che peraltro può essersi ammucchiato sul tavolo verde, rappresentato dai bei gettoni colorati, in misura considerevole. Non è solo questione di denaro. Esempio: un giocatore ha fatto un'uscita alta, il banco è arrivato a dieci milioni; se vince ancora un colpo, diventano venti. E poi, e poi, e poi chissà cosa succederà. Non sono in gioco soltanto quei gettoni, che ora il croupier sta scrupolosamente allineando davanti a sè, e che tutti già guardano con comprensibile invidia, forse con ingordigia. In gioco c'è qualcosa di più. C'è il tuo prestigio, la verifica del tuo fiuto; la speranza di trovare la "passe" infinita, che hai sempre desiderato nella vita (fa rima, un verso non malvagio, per chi gioca), i dieci e quindici o venti colpi e forse più; la possibilità di tenere il sabot per mezz'ora, un'ora, di coltivare a lungo l'illusione di non lasciarlo mai più.
La decisione, abbiamo detto, dev'essere rapida. E' inutile cercare conforto negli sguardi degli altri giocatori, o tra gli spettatori: in quella signora prudente che sembra scandalizzata per il montare del banco, o nella ragazzina provocante che sembra dirti vai avanti che ce la fai e dopo, se vuoi, ce la spassiamo; è inutile sperare di trovare la giusta ispirazione negli occhi dell'attempato giocatore invidioso, che forse non ha mai visto una "passe" così lunga e appetitosa in vita sua. E' inutile cercare sollievo tra le rughe del croupier, nel suo sguardo professionale e a volte ironico, che sembra dire non c'è nulla qui dentro, in questo ambiente e a questo tavolo, che io non abbia già visto tante volte Perchè anche il croupier, che ha più esperienza di tutti, non può sapere se il colpo sarà vincente o perdente. (Se lo sapessimo, ci hanno detto tante volte i croupier, non saremmo qui a lavorare faticosamente, ma in giro per il mondo a giocare, a vincere e a fare la bella vita). E' inutile guardare l'espressione della faccia del tuo socio, se lo hai. Se il socio è un tipo corretto, sfuggirà il tuo sguardo o ti dirà, più o meno esplicitamente, con un'occhiata: decidi tu, regolati come credi. Se è scorretto, ti manderà un messaggio (vietato dal regolamento) quasi sempre sbagliato: ti indurrà a passare se il colpo è vincente e ti indurrà a tenere il banco, se il colpo è perdente. Tutto comunque è inutile, salvo la tua decisione, e tu sai di essere solo con te stesso.
Di fronte alla decisione da prendere, i giocatori di chemin de fer si dividono in varie categorie. Passare o no? Ci sono "quelli che si accontentano": ovvero quelli che non si pongono il problema dell'esistenza di Dio o di trovare un idraulico libero il giorno di Ferragosto. Quelli che si accontentano passano sempre dopo il secondo colpo o dopo il terzo, dicendo qualche banalità di cui tutti si infischiano, in particolare il croupier e quelli che perdono somme elevate. Le banalità sono rivolte genericamente a tutti, ma in particolare al socio, quando c'è: "Mi scusi, ma sono i primi soldi che vedo in tutta la serata". Regolarmente il socio risponde con un'altra micidiale banalità: "Ma per carità, la ringrazio, questi sono soldi sicuri; mentre il futuro nessuno lo sa". Salvo diventare verdi di bile, i due compari, se il banco tiene ancora per parecchi colpi. Altra banalità, visibilmente bugiarda: "Non vinco mai un colpo in vita mia. Mi sembra incredibile averne fatto due."
Ci sono quelli che, di solito, non passano mai. Scrivo "di solito" perchè, pur con la mia lunga esperienza, non ho mai visto nessuno andare sempre avanti, ad oltranza, tutte le volte. A tutti capita di passare la mano. E a tutti capita almeno una volta di lasciare un banco, che poi si rivela vincente per una decina di colpi e forse anche più. Uno dei più forti giocatori di questi tempi (uno di quelli che meriterebbe il titolo, sia pur temporaneo, di campione del mondo) di solito non si ferma mai, quando ha il banco in pugno. Sono in rapporti amichevoli con lui. Si chiama Fulvio, è un uomo alto, con un naso aquilino, taciturno, educato, elegante, con una bella e simpatica moglie bionda, che da poco tempo ha anch'essa imparato il gioco, con discreto successo. E' napoletano, ha vissuto e lavorato al nord, a chemin de fer protagonista di sfide memorabili con altri giocatori di notevole valore; gioca abitualmente di punta, non è fortunato particolarmente come banchiere, eppure di solito non passa mai la mano, come si dice in gergo per indicare il giocatore che rinuncia ad andare avanti e preferisce ritirare la vincita acquisita. Però ho visto anche lui e chiunque altro, qualche volta, passar mano: chissà perché. E a tutti è successo di lasciare un seguito importante. Non è il caso di provare imbarazzo o, peggio, vergogna, se capita di lasciare un seguito favoloso alle altrui fauci. Capita a tutti. Anche se la delusione brucia molto.

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categoria:007 - difficile passare il banco
venerdì, 23 giugno 2006

Ci sono quelli che seguono l'istinto, e sono pericolosi per sè e per gli altri. Io sono tra questi. Noi che seguiamo l'istinto siamo pericolosi per noi stessi perchè, assai spesso, l'istinto è traditore. Però, qualche volta, diventiamo pericolosi, micidiali anche per gli avversari. In linea di massima, ad esempio, siamo considerati prudenti. E, per la verità, per quanto mi riguarda, prudente sono davvero. E così la mia vincita più forte a chemin de fer, la mia vincita storica, è stata quando mi sono trovato di fronte un giocatore convinto di riuscire a farmi passare, e mi chiamava banco, banco, banco, allo scopo di farmi passar mano. Ma io lo avevo osservato con attenzione e avevo bene in mente una regola non scritta, ma fondamentale a chemin de fer. Non si gioca contro la sorte in senso generico, ma si misura precisamente la propria fortuna contro quella di un'altra persona. Il punto è dunque questo: questa sera, in questo momento, sono più fortunato io o sei più fortunato tu? Avevo ben osservato questo giocatore e avevo misurato l'incredibile sfortuna, da cui quella sera era perseguitato. Per di più, egli era reduce da una settimana di grandissima fortuna, in cui aveva sbaragliato tutti, saltando da un tavolo all'altro, vincendo centinaia di milioni e mettendo tutti in ginocchio. Ma quella sera no, quella sera era - all'improvviso - sfortunatissimo; e inoltre, errore micidiale per qualsiasi giocatore, non riusciva a farsene una ragione, era convinto che vincere fosse per lui ormai un diritto acquisito, e perdere un sopruso inflitto ai suoi danni da un destino maligno. Ebbene, quel giocatore era convinto che io fossi abituato a passare mano dopo tre colpi, quattro al massimo. E, per la verità, aveva anche ragione: questa è la mia abitudine. Senonchè a poco a poco avevo tentato di raddrizzare una serata cominciata malissimo, e a poco a poco la fortuna aveva cominciato a sorridermi. Succede. Così arrivò il momento magico - per me - in cui, seguendo l'istinto, "sentii" che stava per scoccare l'inizio di una "passe" importante. Lui chiamava il banco e io sfilavo le carte; lui era convinto che io passassi la mano e io giravo le carte con otto e nove di battuta, quanti mai ne avevo visti in vita mia. Arrivammo a una cifra davvero considerevole e diedi il colpo, davanti ai suoi occhi sbalorditi. Poi, passai la mano; e, gioia sublime, che intender non può chi non la prova, avevo visto giusto: fu proprio lui, il mio avversario, a rilevare il seguito e a cadere subito, al primo colpo.

Vorrei ancora intrattenermi sui giocatori che seguono l'istinto, categoria di cui faccio parte: pertanto, la conosco un po' meglio delle altre. L'istinto è traditore: ne sono consapevole e l'ho già scritto. Vi racconto la peggior esperienza che ho avuto, un colpo da kappaò, quello cosiddetto d'incontro: quando il pugile va avanti sul ring, euforico e allo sbaraglio, in vantaggio, in gran forma; e all'improvviso dai guantoni dell'avversario parte una stilettata fulminea, l'uppercut che raddoppia la sua potenza proprio perchè ti prende sul muso mentre sei proteso di slancio in avanti. Avevo il banco ed era una serata di torneo. Ero giunto al settimo colpo, a pochi minuti dalla chiusura, fissata come sempre verso la mezzanotte della domenica. Il primo giocatore nella classifica del torneo aveva raggiunto otto colpi: a quell'epoca, un paio di estati fa, il primo premio del torneo a Saint Vincent, una bellissima automobile si assegnava ancora dopo una sola manche, al giocatore primo in classifica. Al settimo colpo, ero dunque arrivato al secondo posto nella classifica del torneo, e la gara si stava esaurendo: ero, in pratica, l'ultimo giocatore in competizione. Si trattava dunque dei colpi decisivi. Ero al secondo posto in classifica, a pari merito però con altri due giocatori, che in precedenza avevano anch'essi raggiunto il limite dei sette colpi: come minimo, dunque, avevo raggiunto il diritto di partecipare all'estrazione a sorte per l'aggiudicazione del secondo premio, un orologio di discreto valore. Al primo posto in classifica c'era un altro giocatore, con otto colpi vinti.
Eccomi dunque all'ottavo colpo della mia "passe" positiva. Se avessi vinto, avrei raggiunto a pari merito il primo posto in classifica e, come minimo, avrei partecipato all'estrazione per l'aggiudicazione dell'automobile; se poi avessi vinto due colpi, sarei diventato primo in classifica, da solo, e l'automobile sarebbe stata tutta mia.
Ero euforico, spinto dalla fortuna con cui avevo vinto quei primi sette colpi. Otto e nove, nove e otto di battuta per i primi quattro colpi. Al quinto colpo, c'erano state pochissime puntate e avevo messo da parte un bel "garage", parola gergale, vuol dire che avevo avuto la possibilità di accantonare una buona parte della vincita (in caso diverso, chissà, forse avrei passato mano). Vinco il quinto e il sesto colpo più o meno alla stessa maniera, per due volte di seguito il mio punto è sette con le prime due carte, mentre il mio avversario di punta per due volte di seguito chiede carta e io gli dò due figure. Nessuna sofferenza! Vittorie facili e certe. Una passeggiata. Settimo colpo: un bel nove di cuori, di battuta. E che cosa c'è di più bello al mondo di un bel nove di cuori a Saint Vincent, in una bella notte d'estate, al settimo colpo vincente di una "passe" che ti sta portando a vincere il torneo? Ero dunque in quel pericoloso stato d'animo, di cui tutti i giocatori dovrebbero diffidare, e invece mai imparano a diffidare, nonostante l'esperienza e le brutte sorprese. E' lo stato d'animo in cui vincere ti appare un diritto divino, perdere un sopruso ormai impensabile, un accidente riservato solo agli altri, al resto del mondo.
Mi aspettava, puntuale, quel sopruso.
All'ottavo colpo, sfilai le carte con grande ottimismo. Il mio avversario chiese carta, io scoprii le mie e avevo un asso, cioè uno. Il mio avversario chiese la terza carta, aveva zero, io gli diedi un asso e dunque il suo punto era diventato uno; convinto di perdere, mi mostrò le carte, mentre io sfilavo la mia, sentendomi il cuore in paradiso e le chiavi dell'auto già in tasca. Lui aveva uno e io avevo uno, e stavo girando la mia carta: come non vincere? Al minimo, pensai in quella frazione di secondo che i giocatori di chemin conoscono tanto bene, così rapida e così lunga, avrei pareggiato. Perché c'era una sola carta, che avrebbe potuto farmi perdere; una sola carta avrebbe potuto far crollare il mio bel banco trionfale. Una sola carta.

La riconobbi subito, mentre la tiravo fuori dal sabot. Tutti i giocatori esperti riconoscono subito il valore delle carte di chemin de fer, che spesso appaiono incomprensibili ai novellini. Era - lo avrete già intuito - un nove: di picche, per la precisione, per crudeltà della sorte (quasi tutti i giocatori sono convinti che le picche portino rogna). Il mio avversario, che aveva zero, vinse dunque il colpo con uno. E io, che avevo uno, presi la sola carta che mi potesse far perdere, un nove, e scesi a zero.
Da quel giorno credo un po' meno nell'istinto. Resto iscritto alla categoria dei giocatori d'istinto, pericolosi per se stessi e per gli altri, ma con un pizzico di convinzione in meno. Quando debbo decidere, cerco l'ispirazione in altri punti di riferimento, oltre che nell'istinto, quel misterioso impulso suggerito da una insistente vocina che sentiamo dentro di noi e spesso ci spinge verso la scelta peggiore, o perchè si diverte a mandarci fuori strada, o perchè siamo noi incapaci di decifrarne il senso. E quali sono, questi altri punti di riferimento? Ogni giocatore di istinto coltiva le sue bizzarrie. Io posso raccontarvi le mie. C'è un vecchio quadro appeso da sempre alla parete vicina al secondo tavolo di chemin, a Saint Vincent, una vecchia amabile crosta in cui si vedono tanti giocatori intenti a seguire la roulette. Intenti no, per la verità. Sono tutti rivolti da un'altra parte, incuranti della roulette, guardano cioè fuori dal quadro, verso la sala da gioco, verso di noi. All'esistenza di quel quadro, per buffo che sia (alcuni giocatori sono vestiti esattamente come i croupier) molti giocatori sono un po' affezionati, certamente abituati: fa parte dell'ambiente.

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categoria:008 - istinto traditore
lunedì, 26 giugno 2006

Quando sono seduto al secondo tavolo, ma qualche volta anche al primo, in taluni frangenti, prima di decidere se dare il colpo o ritirarmi, alzo lo sguardo per fissare i giocatori del quadro e tentare di cogliere l'ispirazione giusta. Se il mio sguardo cade su un giocatore dall'espressione a mio giudizio simpatica, mi sento incoraggiato a tirare il colpo. Se lo sguardo cade su un giocatore con un vestito violaceo, colore che odio con tutto il mio cuore, passo la mano. Più di tutte, preferisco una giocatrice biondina con un corpetto rosso a forma di cuore. Se il mio sguardo cade sulla biondina del quadro, tiro il colpo e sono convinto di vincerlo.
Altre ispirazioni, a volte, cerco nella memoria. Ho mai giocato un colpo con analoghe caratteristiche? Mi sono mai trovato in questa stessa situazione? Ebbene, sì. E come andò? L'intenzione sarebbe di seguire l'esempio precedente, considerandolo istruttivo. Se quel colpo analogo andò bene, bisogna osare anche questa volta; se invece andò male, bisogna ritirarsi. E tuttavia l'istinto, insidiosissimo, torna a rifarsi vivo. Quella molesta vocina ti sussurra dentro, mentre stai prendendo la tua decisione: ma no, fa' il contrario, ti dice la vocina; se hai vinto quall'altra volta, mica vorrai vincere sempre, passa la mano; e se hai perso, certo non perderai ancora, riprovaci ancora!

Passare o no? Ci sono quelli che non danno mai il colpo, se nel colpo precedente le puntate sono state esigue: ho vinto, ragionano così, quando le puntate erano basse, dunque sono entrato in sfortuna. Ma ci sono anche quelli che danno il colpo, per lo stesso identico motivo: le puntate erano esigue, il "garage" è generoso, adesso ci si può sbizzarrire fino in fondo. Poi ci sono quelli che non danno il colpo se il banco è coperto da tante puntate, da tanti giocatori in gruppo: per il principio, che vi ho già esposto, e cioè che lo chemin de fer è una partita tra giocatori. E quindi bisogna misurare la fortuna testa a testa: uno contro tutti è rischioso (in mezzo al gruppo ci può essere un giocatore di fortuna determinante). Mi sembra un principio ragionevole. O forse no? Mi sembra di sentire l'obiezione, che ho ascoltato milioni di volte: le carte all'interno del sabot mica possono cambiare, quelle sono e quelle restano! E' vero. E' indiscutibile. Tuttavia, se il colpo ti mette di fronte a un giocatore fortunato, in buona serata, questo è un buon indizio per capire, per prevedere che il rischio è molto alto. Una buona regola è quella di aspettare un po', prima di sfilare le carte (dopo che le carte sono sfilate, è obbligatorio dare il colpo, non ci si può più ritirare) e verificare quale sia il giocatore impegnato a chiamare di punta.
Ci sono difatti quelli che danno, o non danno, il colpo, in relazione a chi chiama il banco: se alla punta c'è un giocatore fortunato, scappano; se alla punta c'è un giocatore jellato, danno il colpo. Ma ci sono anche quelli che, per togliersi il pensiero e i tormenti del dubbio, sfilano le carte subito dopo aver vinto (per regolamento sarebbe proibito), senza neanche aspettare l'invito del croupier: così, non possono più tornare indietro. Ci sono quelli che non danno il colpo a giocatori in piedi, estranei alla partita: con la giustificazione che non vogliono correre il rischio che il denaro, eventualmente perduto, non resti al tavolo (e di conseguenza rigiocabile). Innumerevoli poi i giocatori, che si regolano in relazione all'ultimo punteggio ottenuto. Con un'infinità di luoghi comuni, di motti popolari. Parità di sette? Il banco a fette. Parità di sei? Il banco è forte. La punta aveva nove e il banco - che legge le carte per secondo - ha fatto il miracolo di pareggiare? Allora il banco è forte, il colpo si dà. La punta aveva sette, il banco aveva zero e gira un otto o un nove? Il banco è forte, si può andare a oltranza (ma ci sono, invece, quelli che passano per l'opposta ragione, nei due casi: pensano che il banco abbia resistito con le ultime risorse e prodotto il maggior sforzo possibile, dunque adesso è "stanco" e rischia di cadere).

A qualsiasi categoria apparteniate, io penso che alla radice delle decisioni ci sia sempre, o quasi sempre, un misterioso impulso che arriva dalla nostra personalità più segreta, segreta a volte anche per noi, o inesplorata, e che si svela via via, puntuale e inesorabile, nelle più strane circostanze.
Il pericolo, per il vero giocatore, è di cedere alla tentazione di "andare fino in fondo"; la tentazione di giocarsi tutto. Il giocatore vero è esposto a questo rischio: sa, sente dentro di sè, che può arrivare il momento di "giocarsi tutto"; lo farebbe nella vita, può farlo nel gioco d'azzardo. Quando avevo vent'anni, a quel tempo ero un giovane cronista di un quotidiano sportivo, giocavo spesso a poker con personaggi più anziani della redazione. Uno dei giocatori più importanti era un vecchio correttore di bozze, napoletano, filosofo, coltissimo. Ne parleremo più avanti. Dico subito, qui, che ci pelava quasi sempre. Arrivava prima o poi il momento in cui lui prendeva tutto il denaro che aveva davanti e rilanciava dicendo: mi gioco tutto. (Se qualcuno andava a vedere, aveva il punto vincente. Ma se tutti passavamo, e gli chiedevamo di farci vedere le carte, si scopriva che era in bluff). Un rilancio totale e definitivo: mi gioco tutto. Quel correttore mi ha insegnato tante cose - soprattutto per quanto riguarda il coraggio e la dignità - anche se lui, purtroppo nella vita, e non certo al tavolo verde dove invece era quasi sempre vincente, si era davvero giocato tutto, per orgoglio; e aveva perduto.
"Che cos'è l'eroismo?" mi disse una volta, filosofeggiando, prendendomi a braccetto, mentre ci avviavamo al consueto appuntamento per la partita a poker, al circolo del giornalisti, nel quartiere Flaminio, a Roma. Capiii che voleva spiegarmi, in modo divulgativo, una delle sue ardite teorizzazioni sulle possibilità di affrontare la vita. "Un eroe, ad esempio", disse "è considerato un uomo che si butta sotto le ruote di un autobus per salvare la vita di un bambino, se il bambino sta per finire sotto le ruote dell'autobus."
Restai in silenzio, in attesa.
"Ma se non c'è nessun bambino che sta per finire sotto le ruote dell'autobus," aggiunse il mio amico con una risata "quell'uomo non potrà mai dimostrare di avere qualità eroiche! Per tutta la vita sarà stato uno come tanti, senza infamia e senza gloria, anonimo, un tipo anonimo che aspetta l'autobus."
Ancora un po' di silenzio.
"Il giocatore vero" concluse il mio amico "è quello che sa, che sente dentro di sè, che si butta: se arriva l'autobus e c'è il bambino, si butta. Parlo di situazioni di gioco, si capisce."
Che cosa concludere? Quello che mi disse il mio amico, strizzandomi l'occhio. Cari amici giocatori, auguratevi che l'autobus non passi mai e che i bambini se ne stiano tranquilli sul marciapiede, ben custoditi dai genitori.
Se passa quell'autobus, sono guai. La tentazione del giocatore è di andare fino in fondo. E quando si va fino in fondo, in una sfida chiaramente impossibile, raramente ci si salva.

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categoria:009 - uno contro tutti rischioso
mercoledì, 28 giugno 2006

Il giocatore educato, anche se superstizioso, non parla delle sue ossessioni, non trasmette inquietudine al socio nè gli infligge consigli o ammonimenti con smorfie o battutine; non butta le carte in faccia agli avversari se perde, non gongola se vince, non prende in giro i perdenti, non li sfotte, non li compiange; scopre le carte in modo che non solo l'avversario diretto, ma tutti, i giocatori, il croupier e anche gli spettatori, possano vedere e verificare con facilità il punteggio e seguire lo sviluppo del gioco.
Il buon giocatore sa che lo chemin de fer è forse l'unico gioco al mondo che si può giocare senza proferire parola. Basta un colpetto (lieve, non è necessaria una manata) sul tavolo verde per far sapere che si vuole battere il banco; per puntare basta collocare i propri gettoni correttamente al di là della linea segnata sul tappeto verde; per passare la mano, basta accantonare il sabot senza gesti plateali, assestandogli, se si vuole, un colpetto con la mano. Quando si gioca di punta, è consuetudine generale, non avallata dal regolamento, che basta allargare le prime due carte per indicare che se ne chiede una terza; è sufficiente incrociare le due carte, se non si vuole la terza; è sufficiente scoprirle, per "battere", come si dice in gergo. cioè indicare 8 o 9. E a sua volta il banchiere, se vuole "restare" con il punto che ha, senza tirare per sè la terza carta, può limitarsi a indicare con la mano le carte al croupier, il che significa inequivocabilmente che non chiamerà; o meglio ancora, per essere più esplicito, può avvicinare le due carte al croupier, come per dire va bene così. Insomma, lo chemin de fer può essere giocato da muti e tra muti.
Basta uno sguardo, a un giocatore esperto, per valutare l'educazione, la correttezza, l'esperienza di qualsiasi giocatore al tavolo, sulla base dei suoi comportamenti, delle parole che dice, dei commenti che fa. Tra gli episodi più divertenti ricordo l'amarezza di un novellino che teneva il banco per tre colpi, quasi regolarmente, e cadeva al quarto. Dopodichè, sconsolato, diceva invariabilmente: non riesco neanche a vincere il quarto colpo! Come se si trattasse di una impresa facile. In realtà, tenere il banco per tre colpi con regolarità è segno di una grande fortuna. (Tra parentesi, ricordo che nessuno, al tavolo, replicava alcunchè al novellino, nessuno si curava di spiegargli come stavano le cose. I giocatori di chemin sono in genere inesorabili, spietati. E dunque tutti erano contenti che il ragazzo, benchè assistito dalla buona sorte, regolarmente buttasse il denaro vinto e sprecasse tutte le opportunità favorevoli).
Le "fissazioni" superstiziose si intrecciano, infine, con il buon dettato della regola, con la tentazione di osare fantasie e falsi tiraggi, con il bon ton.
I numeri della roulette suggeriscono idee superstiziose assai più di quanto non succeda per lo chemin de fer. Ricordo che la somma dei numeri della roulette dà 666, ovvero il numero del diavolo, quello che indica la Bestia nell'Apocalisse di San Giovanni,. Ma 666 si può anche leggere 999, di qui infinite variazioni e battute: la più ironica mi sembra quella che a qualsiasi giocatore, in proporzione alle loro possibilità, manca sempre una lira per fare cento.

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categoria:010 - bon ton e superstizione
venerdì, 30 giugno 2006

Ecco alcuni esempi di diffusa credulità popolare, al gioco. Ho già ricordato i due famigerati slogan: parità di sette, banco a fette; parità di sei, contro il banco non andrei.
E che ne dite di "asso e figura, morte sicura"?
Anzichè esultare per il buon exploit, c'è chi è convinto che se si batte e si vince con nove su otto sia preferibile passare il banco.
Dopo il nove caratteristico, ovvero ottenuto con un nove più una cista (diverso dal nove composto: cioè quattro più cinque, oppure sei più tre, sette più due o un asso con l'otto), si è ottenuto il risultato più brillante, si è fatto il maggiore sforzo: quindi, sarebbe prudente passare mano.
Un originale e anche esperto giocatore entrava nel casinò, se doveva affrontare una partita cruciale di chemin de fer, solo dopo essersi riempito i pantaloni, sul fondo schiena, con un pacco di giornali. In questo modo assumeva - era basso di statura - l'aspetto di una persona deforme, per l'eccessiva abbondanza dei glutei. Impossibile non notarlo. Soddisfatto per l'attenzione ottenuta per le sue rotondità, questo giocatore affrontava la partita con evidente serenità: era convinto che l'ammirazione e l'invidia di tutti gli spettatori gli favorissero la fortuna desiderata.
Il medico psichiatra Edmund Bergler ("Psychology of gambling") sostiene che tutti i giocatori sono tormentati, a volte inconsciamente, da qualche superstizione.
Per quel che mi riguarda, i tormenti sono innumerevoli. Si va dalla scelta delle cravatte all'antipatia per il colore viola, dall'idiosincrasia verso talune persone alla simpatia per oggetti, parole, comportamenti, situazioni. Per quanto riguarda gli altri, mi divertono le battute che derivano, a volte, da usanze e modi di dire vecchi di secoli.
Dal gioco degli occhi e bocche, in voga in Italia nel 1690, e per il quale erano utilizzati tre dadi, ho tratto alcune affermazioni, in voga ancora oggi:

- occhio azzurro guarda modesto, tira quattrini;
- bocca storta, non pagare;
- occhi belli, tirate tutti;
- bocca dentona, va’ a mangiar se ne trovi;
- occhio nero, tira e sta’ savio;
- bocca sul sodo, tira con ragione;
- bocca sdentata, paga presto;
- bocca bella, tira la metà;
- bocca labbrona, taci e paga;
- bocca stretta, taci che sempre vincerai;
- bocchino bello, tira un sol quattrino;
- occhio sgarbellato, paga;
- boccacchia, paga paga;
- occhio stervellone, guarda il fatto tuo;
- occhio lagrimino, non stare al fuoco e paga un sol quattrino;
- occhio modesto, mantienti tale e tira;
- bocca ridente, ridi e canta e sei esente;
- occhio furbetto, pagherai un quattrinetto;
- occhio sonnacchioso, paga e va’ al riposo;
- occhio pronto, guarda di non cadere.

Come si vede, questi detti - come tanti altri - non sono di facilissima interpretazione. Meglio così, se è vero che ciascuno di noi, in fondo, nella vita, e in particolare nel gioco e nell'amore, crede quello che vuole credere.

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categoria:011 - credulita popolare
lunedì, 03 luglio 2006

Concediamoci a questo punto una breve pausa, rispetto alle vicende dello chemin de fer, e chiediamoci: in questo gioco appassionante - come in qualsiasi altro gioco d'azzardo - si può essere certi che tutto avvenga secondo regole? Abbiamo parlato di bon ton, di superstizione. Ma è possibile che nel gioco si verifichino scorrettezze? Sono numerosi i bari? Quali cautele è opportuno prendere?
E' una lunga storia.
Nella Venezia di Giacomo Casanova (1725-1798) il celebre avventuriero e il suo compare Domenico Scarlatti imbrogliavano le carte riuscendo a non farsi smascherare. I trucchi erano favoriti dalla luce scarsa, allo scopo di non far vedere le carte; la penombra favorisce la possibilità di manipolare.
Sono, come tanti, un tenace ammiratore di Casanova, lo considero un personaggio in credito verso la Storia. Il suo nome, in tutto il mondo, è considerato il simbolo del seduttore, dell'avventuriero, del baro. Certamente egli è stato anche tutto questo, ma è stato anche uno dei più grandi narratori del suo secolo: la sua qualità di scrittore passa, purtroppo, in secondo piano rispetto alla fama ottenuta come amatore, truffatore, giocatore.
Fu anche un baro, Casanova? Nella sua celebre autobiografia, è cauto. Parla volentieri, come tutti sanno, delle sue continue peregrinazioni e delle sue gesta di grande amatore. Ma offre di sè un certo ritrattino, in cui ammette che il successo gli procura antipatie, fin da giovane: "Abbastanza ricco, dotato da madre natura di un fisico che faceva colpo, giocatore nato, prodigo scialacquatore, gran parlatore sempre mordace, nient'affatto modesto, audace, donnaiolo impenitente, pronto a fare lo sgambetto a qualsiasi rivale e amante solo delle compagnie divertenti, non potevo che riuscire detestabile un po' a tutti". Ma barava o no? Certamente sì, anche se ha l'atteggiamento - quando parla delle sue prodezze - di colui che, al massimo, si spinge, così scrive, a "correggere" la fortuna. Ammette esplicitamente di barare soprattutto quando racconta che, cavallerescamente, trucca il gioco per aiutare, a suo danno, qualche bella dama - preda agognata - a vincere, ad esempio, una partita di faraone. Per far questo, conosce ogni astuzia e ogni malizia. E come si può pensare che, nei frequenti momenti in cui si trovava in bolletta, non utilizzasse la sua abilità anche a suo favore? Si lascia andare talvolta a sbrigative ammissioni: "Potevo star sicuro", racconta una volta "che quel famigerato baro non mi aveva messo l'occhio addosso per spennarmi e così, visto che non potevo dubitare che sapesse veramente il segreto per vincere e che mi offriva la metà del guadagno, misi a tacere ogni scrupolo e gli promisi il mio appoggio".
Nei suoi lunghi viaggi in Europa, Casanova accumula una lunga esperienza nei giochi allora di moda, il faraone e la bassetta, il picchetto (di cui racconta una partita durata quarantadue ore) e la cometa, il trik e il whist, la primiera e il tric trac, il trente et quarante e la quadriglia, la marsigliese e il biribissi, la bancarotta e il quindici. E certamente ne dimentico molti altri.

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categoria:012 - i bari
mercoledì, 05 luglio 2006

Ho scelto il grande Giacomo e mi soffermo su di lui perchè - dopo avergli conferito l'omaggio letterario che a mio giudizio merita - egli può essere considerato il tipo elegante e affascinante di personaggio da cui bisogna stare in guardia, al momento di affrontare una partita di azzardo. Diffidate, dunque, di qualsiasi giocatore che abbia:

- conoscenza perfetta di tutti i giochi di carte e comunque di azzardo (a proposito, colgo l'occasione per confidare ai miei lettori che io ne conosco profondamente solo quattro o cinque);

- disinvoltura nel maneggiare gli attrezzi del mestiere, le carte innanzitutto, i dadi, la pallina della roulette, il sabot e quant'altro;

- disponibilità misteriosa di risorse economiche, messe in gioco brillantemente;

- parlantina sciolta, capacità di attrarre (e distrarre) l'attenzione degli interlocutori, intrattenendoli sui più vari argomenti;

- capacità di incantare le donne con battute, galanterie e mezzucci che gli consentano di conquistare la confidenza, per "entrare" in vari ambienti sociali;

- disponibilità, a volte con la collaborazione dei complici, di improvvisare e proporre sfide, partite occasionali, società, iniziative bizzarre e anomale, legate al gioco.

In ogni caso fate attenzione all'illuminazione dell'ambiente in cui state disputando la vostra partita, diffidate degli improvvisi abbassamenti di luce, di situazioni di chiasso, esplosioni di risate, litigi o altri incidenti: Insomma evitate tutto ciò che possa distogliere o affievolire la vostra attenzione. State in guardia dai personaggi spavaldi, spacconi, inclini a esternazioni clamorose. Assai spesso, infatti, il baro è un esibizionista e parla di sè, o si esibisce, senza prudenza. E pèroprio per queste debolezze, di solito, viene smascherato.
Si bara da sempre. Aristotele scrisse qualcosa sul barare. Dadi truccati sono stati a volte rinvenuti durante gli scavi per portare alla luce monumenti antichi. Celebri bari furono Luigi XIV ed Enrico IV. Enrico VIII - forse - non barava. Ma condannò a morte un certo incauto Miles Partridge, che gli portò via in una scommessa le campane della chiesa più grande del suo regno. Indubbiamente le faccende si complicano se a barare al tavolo è un personaggio che disponga di un particolare potere, anche momentaneo: come i pistoleri del Far West - una delle epoche in cui si barava di più - che erano pronti a far scattare il grilletto e a uccidere, se necessario.
Alla fine dell'estate del 1997 il clamoroso episodio di Marrakesh, raccontato dai giornali e dalle televisioni con comprensibile clamore, ha riproposto una interessante serie di domande. Com'è possibile truccare il gioco? Com'è possibile farsi truffare da una gang di bari, senza rendersi conto di ciò che succede, fino a lasciare sul tavolo decine, addirittura centinaia di milioni? Quali pericolose insidie si nascondono, a volte, dietro allettanti week end, in cui al brivido di una partita di azzardo si unisce l'attrattiva di una piacevole vacanza?
Le cronache dedicate al casinò Es Saadi di Marrakesh (per una truffa organizzata da Alberto Cilona, con precedenti per associazione mafiosa; una vera "stangata", in pochi mesi, per duemila giocatori italiani attratti dall'esca di una vacanza sfarzosa in Marocco) hanno spalancato solo una piccola finestra sul mondo sconosciuto del gioco d'azzardo. Nonostante il chiasso suscitato dalla stampa e dai telegiornali, anche per la presenza inconsapevole di star dello spettacolo utilizzate come specchietto per le allodole, i misteri e i retroscena restano numerosi. La prima affascinante curiosità riguarda le tecniche utilizzate per barare: chiunque conserva il ricordo di racconti leggendari e letterari.

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categoria:013 - si bara da sempre
venerdì, 07 luglio 2006

Abbiamo appreso che a Marrakesh la truffa era organizzata per le partite di chemin de fer. Le carte, magnetizzate (simili a carte di credito), erano lette da un computer e portate a conoscenza del croupier e dei giocatori-truffatori seduti al tavolo, prima che uscissero dal sabot, l'apposito contenitore: in modo da consentire le puntate più alte nel momento più opportuno. Con qualche comico contrattempo: si è saputo infatti che, a causa del cattivo funzionamento del computer, a volte le segnalazioni risultavano sbagliate, per la gioia dei giocatori abitualmente spennati.
Nell'estate di tre anni fa il più famoso baro italiano, Giuseppe Martorana, re dei trucchi e dei travestimenti, ricercato dall'FBI, spauracchio dei casinò di tutti il mondo, era stato arrestato in flagrante insieme con alcuni complici, dopo una lunga indagine giunta a buon fine grazie alla collaborazione del più grande casinò d'Europa, Saint Vincent. Era abilissimo nel sostituire - sotto gli occhi di tutti, come un prestigiatore - le carte del sabot con altre decisive (9 e 8), che nascondeva nel taschino. Un "numero" classico del mestiere: quasi come il mitico asso nella manica, stravisto a cinema, che il baro nasconde e utilizza a poker.
Ma spesso, senza barare tanto pericolosamente, a giocatori esperti, a meno che non siano tutti jellatissimi, basta occupare tre o quattro posti strategici, per controllare, se non proprio dominare, la partita di chemin de fer. Difatti, nei casinò più prestigiosi, gli ispettori decidono l'assegnazione dei posti con molta attenzione. Martorana agiva con una serie di complici, in piedi e al tavolo. Le sue imprese colpiscono l'immaginazione perchè erano realizzate grazie a una prodigiosa serie di travestimenti, effettuati nei gabinetti, durante la stessa giornata, per sfuggire all'osservazione degli ispettori e dei giocatori più smaliziati. Le cronache probabilmente esagerarono, con enfasi tipica, l'entità dei colpi messi a segno dal baro.

E alla roulette si può barare? Secondo una diffusa convinzione, molti sospettano che un abile croupier impari a inviare la pallina, dopo migliaia di lanci, nella casella desiderata. Una prodezza impossibile. La pallina gira inversamente alla ruota, con due velocità non programmabili: quando sta per cadere, infatti, picchia quasi inevitabilmente su uno dei dadi del cilindro, col risultato di subire un'ulteriore deviazione. A volte, la ruota o la pallina sono calamitate o manipolate; E' impossibile far cadere la pallina in una determinata casella, è probabile però che si fermi in un settore prestabilito di 10/15 numeri (vantaggio sufficiente per ottenere cospicue vincite).
I trucchi alla roulette, in un casinò rispettabile, sono possibili solo grazie ad accordi tra impiegati infedeli e giocatori. I più frequenti sono due: il primo, assai rozzo ma efficace, attraverso il cambio dei soldi. Il giocatore butta centomila lire sul tavolo annunciando la puntata; il croupier complice, nella confusione, gli dà un resto calcolato non sulle centomila lire, ma su due, trecento, un milione. Il secondo: il piazzamento disonesto dei gettoni, in gergo "pussette", nell'attimo successivo a quello in cui cade la pallina. Non è indispensabile la complicità di un croupier. Un abile pussettista (si dice che esistano "scuole" a Casale Monferrato e Alessandria) bara sotto gli occhi di tutti, giocatori compresi.
Gli inviti sfarzosi per una vacanza di gioco: ecco l'altro aspetto che suscita curiosità, nella vicenda di Marrakesh. Il retroscena è semplice. Esistono elenchi (top secret) di migliaia di giocatori abituali, appassionati e incalliti, professionali e dilettanti. Sono clienti ambitissimi e invitati dalle case da gioco, spesso attraverso il cosiddetto "porteur", ovvero un agente incaricato di invitare i giocatori, senza spese di alcun genere, nè di albergo nè di viaggio. Un sistema che funziona dovunque, da Las Vegas e Atlantic City alla Slovenia e alla Turchia, a spedute e affascinanti isolette dei Caraibi. Il trattamento è proporzionato alle possibilità del giocatore. Durante il mondiale di calcio americano del '94, i casinò di Las Vegas offrivano ai giocatori europei più brillanti addirittura il viaggio in aereo col Concorde, da Parigi. Al contrario di Marrakesh - dove chi voleva "ritirarsi", si è scritto, era duramente minacciato - non c'è obbligo di giocare. La legge lo vieta. Ma l'invito è chiaramente una proposta seducente, il patto più o meno tacito è di passare alcune ore al tavolo verde e "investire" un certo gruzzolo (minimo, cinque milioni).

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categoria:014 - barare alla roulette
lunedì, 10 luglio 2006

Il più affermato professionista italiano è il romano Fabrizio Principato, leader della Gambler Services, ora collaboratore del Casinò di Venezia. Da molti anni svolge un'attività senza macchia, dal Nevada all'Africa, dalle crociere alle grandi case da gioco francesi. "La vicenda di Marrakesh non mi sorprende," dice "ma per gli appassionati di gioco e di turismo le cautele sono semplici: bisogna scegliere le case da gioco con grandi tradizioni, che hanno interesse, anche al di là di ogni obbligo etico, a giocare pulito; se possibile, munirsi di un agente attento e informato". E godere di una sostanziale differenza: a Marrakesh, dove si barava, si era obbligati a perdere la camicia; altrove, il giocatore-invitato ha una vacanza gratis e, se ha fortuna, può anche vincere.

Per quanto riguarda lo chemin de fer e il poker, è notorio che in una bisca malfamata le carte possano essere segnate direttamente dalla tipografia, su commissione dei bari; o, via via durante il gioco, da bari professionisti. So bene che la maggior parte dei lettori sorriderà con incredulità. E incredulo ero anch'io, prima di aver verificato, con i miei occhi.
Quando ero molto giovane, all'inizio della mia carriera giornalistica, dovetti occuparmi una volta (con somma delizia, potete immaginare) del gioco d'azzardo e fui messo in contatto con due bari, che per divertimento decisero di improvvisare un'esibizione di fronte a un novellino, qual ero io. Ebbene, in una sola mezz'ora, giocando a poker, quei due eccellenti professionisti riuscirono a segnare con minuscoli colpi d'unghia quasi tutte le carte, che io stesso avevo acquistato, per essere sicuro della loro verginità. A questo vantaggio, cioè la facilità di leggere le carte altrui, aggiungete una notevole abilità esibita nel servirsi le carte che volevano, e immaginate che pacchia, per i due bari, poter giocare con avversari corretti e fiduciosi.

In qualsiasi gioco, e dunque anche per lo chemin de fer, le carte possono essere segnate con un inchiostro particolare e lette con lenti a contatto particolarmente sensibili. Il dorso della carta segnata non rivela alcuna differenza rispetto a una carta non segnata. Uno scrittore che si firma Anonimo, autore di un interessante libretto ("I segreti dei grandi bari") afferma che questa operazione può essere fatta solo su carte con dorso rosso e indica due metodi di difesa. Il primo consiste nell'utilizzare una carta di caramella, trasparente e rossa (ottima la "Rossana" della Perugina, scrive spiritosamente), come filtro per osservare il dorso delle carte sospettate. Se le carte sono state lavorate, il segno risulterà evidente. Il secondo consiglio è quello di osservare con attenzione gli occhi degli avversari: le lenti a contatto sono spesso di fattura artigianale e provocano arrossamenti e lacrimazioni sospette. L'Anonimo ricorda che il modello 155 delle carte Modiano, avendo il bordo graficamente elaborato, si presta alla lettura del dorso pur senza essere truccate. Per questi motivi i giocatori professionisti preferiscono giocare con carte dal bordo bianco.
Attenzione inoltre agli specchi. Il baro può sfruttarli per qualsiasi tipo di gioco di carte. Lo scopo, ovviamente, è vedere le carte dell'avversario. Oggetti molto sospetti sono quelli dei fumatori: accendisigari, portasigarette, bocchini di metallo, pacchetti di sigarette con carta stagnola interna lucida e non zigrinata. E poi anelli, orologi. Se c'è un complice, ben piazzato alle spalle di chi gioca di punta, e i bari sono abili, il pericolo è alto. Attenzione a chi è incerottato, scrive lo scafatissimo Anonimo: anche un piccolo cerottino può nascondere un micidiale specchietto. Ma anche senza il pericolo degli specchi, una buona raccomandazione, quando si gioca di punta, è di non far vedere a nessuno le proprie carte.

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categoria:015 - le carte segnate
mercoledì, 12 luglio 2006

Un altro momento pericoloso (e difatti il croupier osserva sempre con attenzione questa fase del gioco) è quello in cui il baro banchiere sfila le carte: se è molto abile, può riuscire a darsi una carta nascosta - o anche tutte e due - nascondendola nel palmo della mano, e fingendo di sfilarla dal sabot. Si dice che il baro "impalma" le carte. L'uso di assegnare le carte alternativamente ai giocatori anzichè di seguito nasce proprio dall'intento di limitare, come si può, le possibilità di trucchi.

Ho letto episodi divertenti sulle gesta di un famoso baro internazionale, il belga Victor Watrice, che per quindici anni nei casinò francesi era riuscito a sostituire le carte dal sabot. Fu, infine, colto in flagrante nel 1952 ad Aix-en- Provence, dopo un litigio con la moglie, che insospettì monsieur Taupin, il direttore del Service des Courses et des Jeux - la speciale polizia francese che si occupa del controllo sul gioco d'azzardo. Watrice non voleva regalare alla moglie una collana di perle, che la gentildonna pretendeva. E questo atto di avarizia costò caro all'impareggiabile baro. La moglie, a un certo punto, gli gridò in faccia: "Per quello che ti costa!". Questa frase insospettì il bravo Taupin, che provvide a mettere sotto stretto controllo Watrice: in pochi giorni riuscì a smascherarlo. Storie di quarant'anni fa. Ispettori e croupier dicono che oggi i sabot, più stretti di una volta, sono costruiti in modo tale che è assai difficile sostituire le carte durante la partita.
Molti si chiedono: che fine fanno le carte da gioco? Il dorso delle carte è in tinta unita, in modo che eventuali segni siano più facilmente visibili e riconoscibili. Altavilla scrive che le carte, che una volta venivano regalate a ospedali e caserme, ora vengono bruciate. Lo scopo è quello di impedire che possano, segnate, rientrare in circolazione. E' molto improbabile, ma non impossibile, che i trucchi possano essere effettuati senza la complicità dei croupier. Se è trasparente e apprezzata l'integrità dei croupier, si può stare tranquilli.

Le carte debbono essere tenute in mano in modo che siano ben visibili: questa raccomandazione vale per i giocatori in piedi. Seguite bene i movimenti di quel giocatore in piedi (e anche seduto!), che raccolga le carte e - con l'atteggiamento di chi non voglia farle vedere a nessuno - le faccia strisciare lungo il petto, per portarle infine all'altezza degli occhi: quello è il momento fatidico in cui una carta può essere sostituita con un'altra, nascosta in un taschino. Se poi una carta sfugge di mano al giocatore in piedi e cade a terra - ecco un altro momento-chiave -, vedrete il cassiere pronto a scattare, si fa per dire, come un giaguaro; a lui spetta recuperare la carta e rimetterla in gioco, per evitare che qualcuno, giocatore o spettatore, la sostituisca con un'altra.

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categoria:016 - che fine fanno le carte
venerdì, 14 luglio 2006

(* Il numero successivo al 16 non può essere proposto, per rispetto dei lettori scaramantici, come intestazione di un capitolo di un libro dedicato al gioco d'azzardo. Non diversamente si regola, per i posti da assegnare ai passeggeri, la maggior parte delle linee aeree)

É arrivato il momento di affrontare il problema cruciale: é possibile vincere? Questa è la domanda che tutti si pongono, anche se la psicanalisi tende ad affermare che il giocatore gioca perchè gli piace giocare e non soltanto allo scopo primario di vincere. Vincere è, tuttavia, il sogno dichiarato di chiunque; se fosse possibile, vincere sempre, o almeno con continuità apprezzabile. Trovare un metodo segreto per vincere sempre al gioco, ecco un sogno ancor più difficile da realizzare rispetto a quell'altro, ugualmente seducente, di scoprire un elisir di eterna giovinezza.
Nel mondo del gioco un nome è diventato celebre: Richard Jarecki. Negli anni settanta, professore di filosofia e matematica all'Università di Gheioldelberg, una bella faccia intelligente, con occhi spiritati e folgoranti, nonostante lo schermo di un enorme paio di occhiali, Jarecki sbancò molte volte i tavoli della roulette in numerosi casinò. Poi fu considerato indesiderabile e inserito nell'elenco dei cosiddetti "vietati", le persone a cui, per un motivo o per l'altro, è inibito l'ingresso nelle sale da gioco. Il suo mistero non è stato svelato. Molti non ci credono, propendono a pensare che si trattò di una stagione fortunata, o che Jarecki avesse individuato alcune roulette difettose... Si ipotizzava anche un elaboratore elettronico, che gli forniva indicazioni preziose per i numeri da giocare.
Tra le imprese più famose nella storia del gioco si ricorda quella di Charles Wells nel 1891, a Montecarlo. Arriva con un capitale relativamente modesto, diecimila franchi: quando coglie una vincita alla roulette, la rigioca interamente due o tre volte, seguendo due o tre sistemi non facilmente decifrabili. Il primo giorno fa saltare il banco, due ore dopo fa il bis. "Tutti volevano giocare i suoi stessi numeri", racconta in un bel libro Ralph Tegtmeier, attribuendo la testimonianza a un capo croupier. "Gridavano ai croupier frasi in inglese, tedesco, francese, italiano, indù e curdo. Il direttore della sala fu costretto a limitare il numero dei giocatori intorno al tavolo."
Wells non segue le abitudini generali, che prevedono l'arrivo al casinò alla sera, preferibilmente verso mezzanotte. Entra in sala alle tre del pomeriggio, seguito da una folla eccitata e chiassosa. La sera del terzo giorno, ha già vinto un milione di franchi. Poi si ferma al tavolo di baccarà e vince altri centocinquantamila franchi dell'epoca. Lascia il Principato ed è accolto al ritorno in Gran Bretagna come un divo. Camille Blanc, figlio del famoso Francois Blanc (l'uomo che ha fatto la storia dei casinò, inventando prima Bad Homburg e poi Montecarlo: ne parleremo in un altro capitolo), direttore del casinò, lo aspetta al varco. Come tutti, anche Wells tornerà a rigiocarsi tutto.

Faruk è indicato come uno dei più grandi giocatori d'ogni tempo. Molti già conoscono l'episodio - autentico - della partita di poker a Sanremo. Nei casinò, una volta, non si giocava a poker. Ma una sera, a Sanremo, il re giocatore è colto dal desiderio di farsi una partitina e chiede che gliela organizzino. Molti giocatori, alcuni personaggi importanti sono desiderosi di entrare in rapporti amichevoli con Faruk: non è difficile accontentare il monarca. Faruk aveva l'abitudine di farsi servire, mentre giocava, micidiali frittatine con cipolla. A un certo momento, tra lui e un altro giocatore si sviluppa una fitta serie di rilanci. Quando si tratta di mostrare il punto, l'avversario di Faruk dichiara un poker di donne. Faruk mescola le sue carte e, forse anche alitando la cipolla in faccia al malcapitato, replica tranquillamente: poker di assi. Un punto vincente. Ma, come ho detto, non mostra le sue carte; anzi le mescola con le altre. Tutti, non solo il suo avversario, lo guardano sbalorditi, imbarazzati. E Faruk, pretendendo il piatto, strizza l'occhio, da quel simpaticone che era. Parola di re, si limita a dire, per giustificare il fatto che non abbia fatto vedere il punto. Ecco un modo sicuro per vincere, a condizione di avere grande carisma e maggior disinvoltura.
Faruk, attorniato sempre da belle donne, era un ospite assiduo dei principali casinò europei. Infine, negli ultimi tempi, a Montecarlo aveva ridotto il livello delle sue puntate: io sono povero, si giustificava con gli impiegati, che mostravano meraviglia. Uno dei suoi ultimi gesti provocatori: un gettone di un milione - anni cinquanta! - allungato a una bella giocatrice, con una delle sue famose strizzatine d'occhio. Ma la signora, di personalità grandiosa, con un gesto plateale girò il gettone agli impiegati, dicendo: da Sua Maestà, pour les employés! Faruk, ch'era un uomo che poteva permettersi un notevole senso dell'umorismo in qualsiasi circostanza, si inchinò con un sorriso agro.

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categoria:016 bis - faruk parola di re
lunedì, 17 luglio 2006

A Deauville,1926, viene attribuita la perdita più forte subita da un giocatore in un solo colpo: tredici milioni di franchi dell'epoca. A perderli fu André Citroën, che chiamò un banco di chemin de fer all'armatore greco Zographos. Citroën non fece una piega. Anzi, un po' più tardi, racconta il giornalista Enrico Altavilla, vide passare lo scrittore Michel e gli offrì 25.000 franchi per uno slogan pubblicitarrio per la nuova automobile, che voleva lanciare sul mercato. Michel gli propose: "Ecco l'automobile che migliora invecchiando". Citroën, compiaciuto, lo compensò con i 25.000 franchi promessi. Ma specificò benignamente: non potrò mai utilizzare questo slogan perchè i casi sono due: o lo slogan non ha successo; oppure, se ha successo, i miei clienti saranno indotti a non cambiare più l'auto.
Faruk e Citroën erano giocatori, come si dice in gergo, "senza orario". E purtroppo quasi tutti gli appassionati di gioco lo sono. Un giocatore metodico, professionalmente attrezzato a comportamenti studiati per ottenere il miglior risultato possibile, stabilisce in anticipo l'ora dell'inizio e l'ora della fine della sua partita. A poker, anche se tra amici questa regola non è quasi mai rispettata, un accordo sul tempo da giocare è fondamentale. Ma in ogni gioco è un elelemento molto importante. Famosi o no che siano, tutti i giocatori potrebbero raccontarvi mille aneddoti sulle loro imprese legate all'orario.
A chemin de fer spesso non c'è orario, si comincia nel pomeriggio e si gioca finchè i giocatori hanno la forza di restare al tavolo: secondo la consuetudine di molti casinò, una volta si finiva alle sei, le sette, anche le otto e a volte le nove del mattino. E anche più tardi. Negli ultimi anni i contratti di lavoro degli impiegati sono diventati molto rigidi, a mala pena si arriva all'alba. E' un peccato, anche se - come ho detto - gli eccessi sono sconsigliabili. La partita "senza orario" ha un fascino irresistibile, a volte entra nella leggenda, come certi racconti di pesca e di caccia.
Al contrario di Faruk, molti giocatori celebri preferiscono scendere in campo, freschi e riposati, nelle ore del pomeriggio o nelle prime ore della sera. Pochi altri invece arrivano ad ora tarda, anche verso l'alba, per utilizzare questa semplice opportunità: prima o poi, dopo pochissimo tempo, il casinò chiude. Di conseguenza il giocatore non può perdere più di tanto, soprattutto non può rigiocarsi la vincita, ammesso che sia riuscito a vincere qualcosa.
I frequentatori delle case da gioco si tramandano racconti suggestivi.
In quasi cinquant'anni di vita, è stato inaugurato il 29 marzo 1947, il casinò di Saint Vincent ha visto passare nelle sue sale i giocatori più celebri e i personaggi più famosi. Ad esempio, gli attori di Hollywood: Tyrone Power e Linda Christian, invitati tra i primi, vi giunsero a bordo di un'auto sportiva, inseguiti da fotografi e ammiratori; erano la coppia del momento. In anni più recenti, James Bond ovvero Sean Connery ha colto nel privé una vincita formidabile grazie a un 17 ripetuto tre volte e puntato con generosità. Molti protagonisti italiani dello spettacolo erano assidui ai tavoli di roulette e chemin de fer. Vittorio De Sica, brillante, sfortunato, ma citato da tutti come un impareggiabile esempio di educazione e correttezza, in qualsiasi situazione. Luchino Visconti era scatenato, irruente. Eduardo De Filippo e anche il fratello Peppino avevano una passione esclusiva (e non fortunata) per lo chemin de fer. Alberto Sordi, presente in tante manifestazioni come le serate per la consegna delle Grolle d'Oro, non ha mai giocato una lira, prudente e assennato com'è. L'elenco è interminabile, comprende giocatori più o meno impegnati, con abitudini, tic, originalità ben consociute dai valletti e dai barman ancor più che dagli impassibili croupier: Fellini, Lattuada, Pasolini, la Magnani, Rosi, Bertolucci, Silvana Mangano, Tognazzi, Volontè, Gassman, Walter Chiari e Ava Gardner... Via via negli anni, nomi grandi e piccoli del cinema e del teatro.

Di fronte al mistero della pallina della roulette o alle carte dello chemin, ogni giocatore è uguale all'altro. Si racconta dell'imprenditore Giovanni Borghi, re dei frigoriferi, che copriva quasi tutto il tavolo verde della roulette e, al suo fianco, una vecchietta di risorse evidentemente limitate, puntava solo i due, tre numeri non considerati dal grande imprenditore (e regolarmente vinceva la vecchietta). Così come l'editore Aldo Palazzi quasi si svenò, una sera, ostinandosi a chemin de fer a puntare contro un suo giovane e fortunato giornalista, per nulla intimorito, che aveva intuito il "filotto" e non si decideva a passare la mano.

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categoria:018 - giocatori celebri
mercoledì, 19 luglio 2006

Come ogni individuo nella vita è diverso dall'altro, così allo chemin de fer ogni giocatore è diverso dall'altro. Ma esistono, prima di ogni altra classificazione, due grandi categorie in cui è possibile dividere i giocatori. Una categoria è quella dei banchieri, l'altra è quella dei puntatori.
Il banchiere punta sulla continuità dei colpi, è un corridore di fondo. Il puntatore è un cacciatore che si aggira da un tavolo all'altro, fiutando la preda, con il colpo pronto, il dito sul grilletto, pronto a colpire e a sparare. Ma, a differenza del cacciatore, il cui massimo rischio è quello di fallire il colpo, il puntatore rischia in genere un'alta posta; bastano tre o quattro colpi perdenti, a volte solo un colpo, per rischiare di essere battuto in maniera pesante, senza possibilità di rivincita.
Il giocatore che ama giocare di punta qualche volta neanche chiede di sedere al tavolo. Si aggira da un tavolo all'altro con le orecchie ben tese, proprio come i cacciatori tesi ad avvertire il minimo fruscìo di foglie. Appena sentono che è in ballo un banco appetitoso, i giocatori di punta gridano: banco! Esattamente come fa il cacciatore quando preme il dito sul grilletto della sua arma. Ai puntatori, in questo paziente, instancabile appostamento, manca solo un cane fidato e addestrato al fianco. Talvolta il puntatore è accompagnato da un amico in sala, utilizzato per segnalare l'andamento del gioco. O spunta qualche improvvisato cortigiano, che non punta mai una lira di suo e tuttavia, alla caccia di una mancia, corre di qua e di là, per seguire le fasi delle varie partite e segnalare le opportunità più interessanti. Più raramente, ci si accorda all'istante con qualche bella ragazzotta, assoldata sul momento, stralunata, assonnata, estranea alla tecnica del gioco e ai suoi misteri, ma evidentemente desiderosa di racimolare un po' di denaro, costi quel che costi, anche dopo la fine della partita.

Come dev'essere un buon giocatore di punta? Audace. Spericolato. Determinato. Disposto a giocarsi tutto quello che ha, in pochi colpi, se necessario. (Di solito, in realtà, confida ciecamente nella sua tattica di assalto, anche la più stravagante). La punta conferisce al giocatore un vantaggio importante: non si pagano nè mance nè cagnotte. Per il puntatore, di solito non ci sono mezze misure, non è quasi mai prevista una tattica di attesa: se si è in una giornata fortunata, si può guadagnare molto; se la giornata è storta, il budget va a varsi benedire in altre tasche, senza possibilità di rimedio. Il puntatore professionista si riconosce per la calma con cui punta e vede le carte, impassibile sia se perde sia se vince: la sua è una scelta precisa. Il puntatore sa di avere tante probabilità di vincere quante di perdere. Negli ultimi anni ho osservato con ammirazione a Saint Vincent un puntatore di grande stoffa: un giovane veneto di trent'anni, educatissimo, vestito sempre in maniera molto elegante, con qualche ricercatezza, di solito abbronzato. Perfetto nei comportamenti: mai un gesto nè una parola di troppo, un commento volgare, una battuta inopportuna.
Molto interessante è la figura del puntatore dobermann o pitt bull, come li chiamo io, forse impropriamente. E' il puntatore che ti azzanna e non molla più la presa: banco, banco, banco, banco.... Non ti lascia più, grazie alla regola del suivì (se perde, ha la precedenza per continuare a chiamare banco). Di fronte a questo giocatore/puntatore, attenzione: se sei in serata sfortunata, rischi di perdere tutto. Se sei in fortuna, tertium non datur: o ti fa vincere grosse cifre; o ti costringe a un certo punto a lasciare ad altri il banco e a passare la mano. Se questo succede, se passi la mano dopo aver vinto una serie di banchi, il pitt bull (o dobermann) rivela la sua vera, identità: dottor Jeckyll o mister Hyde? Se è solo Jeckyll, cioè un vero puntatore, non mollerà la presa: il banco passa ad altri, e lui - grazie al suivì - seguirà il destino del banco, continuando a giocargli contro, fino allo stremo. Se è anche mister Hyde, dopo averti indotto a passare, tenterà di rilevare il tuo banco all'altezza e da puntatore si trasformerà in banchiere: a volte con esiti disastrosi, a volte con esiti trionfali.
É consigliabile, qualunque sia la tattica, che vi comportiate con una certa coerenza. Ci sono giocatori che cercano, in certi colpi, di giocare di banco e poi, con altrettanta disinvoltura, cambiano idea e si spostano tranquillamente sulla punta. Giocano a casaccio, puntano cioè esclusivamente sul sostegno della fortuna, succeda quel che deve succedere. Alla viva il parroco, si dice in gergo, ovvero palla lunga e pedalare: come si gioca, o forse si giocava, a calcio negli oratori e nei campetti di periferia. Pedate forti e via tutti dietro al pallone, senza uno schema nè un progetto tattico. Si può anche fare, si può anche vincere, qualche volta; di solito è il modo migliore per cacciarsi rapidamente nei guai.
Ora, una domanda interessante: quante probabilità ci sono di migliorare il proprio punto, prendendo una terza carta? Ovviamente, come sempre, non mi stancherò di ripetere che bisogna tener conto che i calcoli non sono rigidissimi: le probabilità sono valutate con le carte di un intero sabot, al momento di dare inizio al gioco; man mano che le carte escono, bisognerebbe tener conto di tutto e aggiornare il calcolo delle probabilità in relazione all'incidenza delle carte uscite. Impossibile: anche se si potesse utilizzare un calcolatore elettronico, ed è proibito, il gioco è talmente veloce (per fortuna) da rendere impossibile questo tipo di esercitazione.

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categoria:019 - di punta come a caccia
venerdì, 21 luglio 2006

Questa tabella, a titolo indicativo, è comunque significativa. Partendo da:

ZERO. Se si ha zero (l'unico caso in cui è obbligatorio tirare) le probabilità di migliorare sono del 3.46 %. Ovviamente non esiste una carta 3.46%, e quindi se alla fine avrete 3 siete leggermente sfortunati, se avrete 4 siete lievemente fortunati; se resterete con zero o se raggiungerete otto o nove potrete considerarvi, rispettivamente, molto sfortunati o molto fortunati.

UNO. Le probabilità di miglioramento sono del 2.69 % e quindi mediamente il punto passa da 1 a 3.69.

DUE. Le probabilità di miglioramento sono di 1.92 % e quindi mediamente il punto passa da 2 a 3.92.

TRE. Le probabilità di miglioramento sono di 1.15 % e quindi mediamente il punto passa da 3 a 4.15.

QUATTRO. Le probabilità di miglioramento sono di 0.38 e quindi mediamente il punto passa da 4 a 4.38%.

CINQUE. Avendo cinque, la punta tira o resta a volontà. Ma, se si gioca alla regola, bisogna restare. Ricordo che invece il banco, secondo regola, con 5 tira dando 5,6,7. A volontà, se dà 4. La statistica dice che è lievemente più facile peggiorare che migliorare. Le probabilità di peggiorare sono dello 0.38 % e quindi mediamente il punto passa da 5 a a 4.62.

SEI. La regola dice di restare sempre, quando si gioca di punta. Ricordo che il banco, avendo 6, tira la terza carta - secondo regola - solo se dà 6 o 7. Ma c'è chi, per cambiare il corso delle carte, vuole fare un falso tiraggio: Le probabilità di peggiorare sono dell'1.15 e quindi mediamente il punto passa da 6 a 4.85%.

SETTE. La regola dice di restare sempre, in qualsiasi caso, sia di punta, sia di banco. Se vi interessa sapere (ma rarissimamente ho visto tirare col 7) quali sono le probabilità di peggiorare, al momento di tentare un falso tiraggio, ecco qui: non si tratta di percentuali terrificanti, solo l'1.92 %. E quindi, mediamente, il punto passa da 7 a 5.8.

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categoria:020 - calcoli e probabilita
lunedì, 24 luglio 2006

Da sempre difendo i diritti del giocatore ad affrontare - correttamente, si intende - il rischio di una partita di azzardo. E tento di esporre alcune argomentazioni all'attenzione di coloro che, non sempre con insopportabile moralismo, ma spesso in buona fede, sospinti da intenzioni altruistiche e ragionevoli, ritengono che il gioco sia, tout court, un pessimo passatempo, forse un vizio pericoloso.
Una caratteristica importante del gioco è questa: consente, come poche altre situazioni della vita, la parità sociale. Sappiamo, ad esempio, che vivere e morire non è cosa uguale per tutti. La condizione sociale stabilisce importanti, speso crudeli differenze. Del resto non si è uguali nel nutrirsi, nel vestirsi, nelle opportunità di studiare, lavorare, far carriera, godere della qualità della vita. Non si è certo uguali nelle probabilità di ammalarsi, e ancor meno al momento di affrontare la malattia. Oltre alle partite di gioco d'azzardo, mi viene in mente solo un altro vero e autentico momento di parità sociale, quello del rapporto sessuale; nel momento in cui una principessa di casa reale decide di concedersi all'amante privo di sangue blu, mettiamo un gagliardo corazziere o un attraente campione di sport, o anche l'autista, la guardia del corpo, il giardiniere, nel momento esclusivo dell'unione sessuale e degli augurabili orgasmi, i due amanti sono assolutamente pari. Ma non lo sono un minuto prima, non lo sono un istante dopo.
A chemin de fer, anche se ti trovi al tavolo con gli uomini più ricchi del mondo, di fronte alle vostre puntate sul tavolo, nel momento in cui state per sfilare le carte, siete finalmente persone di pari opportunità. Non c'è distinzione che possa esere determinata dalla ricchezza, dalla cultura, dall'educazione, dall'ambiente in cui siete nati e cresciuti e vi siete addestrati alla guerra della vita. Diverse ovviamente sono le emozioni e le reazioni al momento di vincere o di perdere perché divderse sono le possibilità economiche. Ma uguale, di fronte al destino, una volta stabilite regole uguali per tutti, è la vostra possibilità di vincere o di perdere. Un minuto prima e un minuto dopo le nostre diversità, sul piano sociale, ritornano com'era prima. Ma durante "quella" puntata siamo uguali, esattamente come in amore. (Quando gioco, disse poi una volta la Bella Otero, mi sembra di avere venti amanti. Ma questo è un altro discorso).
Nel gioco, per secoli e secoli, si è tentato di emarginare le classi sociali meno abbienti, tranne al momento di sfruttarle attraverso le lotterie, che sono più o meno un espediente fiscale. Non a caso i potenti tentavano di riservare solo per se stessi i giochi d'azzardo, considerati invece una minaccia per la solvibilità delle classi "inferiori". Da una parte si è cercato dovunque di riservare, di fatto, solo a nobili e potenti i giochi d'azzardo più interessanti e divertenti. Dall'altra, anche in epoca moderna, anche nelle società più democratiche, si estende speculativamente al "popolo" - come una facile tassa - soprattutto qualsiasi volgare e strozzinesca lotteria, dal sempiterno lotto al "gratta e vinci", che è di moda in questi anni.
Luigi IX nel 1254 mette fuori legge tutti i fabbricanti di dadi. Carlo IX li proibisce insieme con i birilli e le boccette. Altre proibizioni si verificano con Carlo X e da Luigi XIII a Luigi XVI. Nella Parigi del diciassettesimo secolo la passione per il gioco (passione sfrenata per faraone ed ecarté, celebrati nelle memorie di Casanova) esplode incontenibile. Curiose limitazioni e aperture si alternano durante la Rivoluzione francese e sotto Napoleone.

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categoria:021 - invettiva di washington
mercoledì, 26 luglio 2006

Indifferentemente, in centinaia di secoli, e in tutti i Paesi del mondo, si trovano ricorrenti contraddizioni. Dovunque lo Stato fa il biscazziere, inventandosi la gestione delle più strampalate e popolari lotterie, allo scopo di assicurarsi facili e cospicue entrate. E contemporaneamente, con ipocrisia, sotto le più varie pressioni religiose o politiche, impone limiti e divieti o di fatto provoca restrizioni di stampo elitario. Il 15 gennaio 1629 Luigi XIII ordina solennemente che chi, per tre volte, si "prostituisca" con l'azzardo, deve considerarsi disonorato ed escluso dai pubblici uffici. Ma il veto vale solo per i plebei perchè a Corte, negli stessi anni, si gioca regolalrmente dalle 15 alle 18: con tavoli separati, per il re e la regina. Se le cose non sono cambiate di recente, una legge francese misconosciuta vieta di portare con sè un mazzo di carte. La Francia tuttavia è il Paese europeo con il maggior numero di casinò, ai quali è imposta la tassazione più alta che si conosca, con grande soddisfazione per le casse dello Stato.
George Washington affermò che il gioco è il figlio dell'avarizia, il fratello della corruzione e il padre del male. Doveva avere i suoi buoni motivi: a me sembra, francamente, un'invettiva violenta. Sono d'accordo invece con lo scrittore Mario Puzo, l'autore del "Padrino", il quale con maggior buon senso propone: tutti i genitori, come faccio io, ha scritto, dovrebbero insegnare ai propri figli a giocare a carte, perchè si tratta di una esercitazione che prepara alla delusione delle difficoltà della vita.
Sul gioco, che ha attratto in ogni epoca i personaggi più celebri, da Giulio Cesare a tanti statisti del nostro secolo, in primo luogo il grande Winston Churchill, si sono abbattute tuttavia le deplorazioni dei moralisti. Uno di questi è Carlo Goldoni: "Le donne e il gioco," scrive "sono i vizi peggiori. Per quel che riguarda le donne, bisogna rinunciarci con l'età. Quanto al gioco, ci si dedica fino alla tomba." Venezia era un'immensa bisca. Nel 1626 il Gran Consiglio autorizzò l'apertura della prima casa da gioco pubblica: tutti vi erano ammessi, anche i bambini, per divertimento.
In Francia, dopo qualche decina di anni di tolleranza, un decreto di proibizione ordinò la chiusura di tutte le case da gioco, il 31 dicembre 1837. C'era stata una campagna di opinione, ostile all'azzardo, promossa dal banchiere Delessert. Francois Blanc, un avventuriero imprenditore,un uomo geniale che abbiamo già citato e di cui torneremo ad occuparci, fu costretto ad emigrare altrove. In Germania inventò il casinò di Bad Homburg, poi accettò un ingaggio lungimirante del principe Ranieri e si trasferì a Montecarlo, dove impostò il capolavoro della sua vita dedicata al gioco. Poco prima di morire, nel 1877 in Svizzera, dichiarò solennemente ai suoi azionisti: "Sono stato un giocatore, ho provato il piacere della sfida, del segreto, la paura, la soddisfazione e l'ebbrezza di esistere. Oggi guardo giocare e sono convinto che non sia il denaro ad attirare a Montecarlo i ricchi, gli artisti, ma il desiderio di liberarsi di tutto, di scommettere contro il destino. Tutti coloro, che arrivano qui, sperano: il gioco, la speranza sono una passione che si paga."
Da sempre ci si interroga, anche attraverso la psicanalisi, su ciò che scatena, in un individuo, la passione per il gioco. Sigmund Freud, in un saggio su Dostoevskij, chiama addirittura in causa una "coazione onanistica" e il relativo bisogno di autopunizione. Il giocatore d'azzardo sarebbe insomma un personaggio nevrotico, che nel gioco esprime qualche patologia di origine sessuale (omosessualità, onanismo) e soprattutto la coazione ad autopunirsi. Tornerò su questo argomento, umilmente. Come potrei dirmi d'accordo? E d'altronde come potrei contestare il padre della psicanalisi?

Mi limito intanto a registrare varie opinioni. Come spiegare questa passione di massa per il gambling? - si chiedono anche Alessandro Dal Lago e Pier Aldo Rovatti nel loro bel libro, "Per gioco". "La prima tentazione, moralistica e di sinistra, è quella di vedervi un surrogato della maledetta passione capitalistica per il guadagno: il gioco del poker e i giochi da casinò sarebbero una variente del culto del profitto, uno scotto che gli ingenui giocatori pagano al dio dominante della nostra società scristianizzata..."
La politica entra dappertutto. Ma, fanno notare i due scrittori, è lecita qualche obiezione contro quella pur brillante ipotesi: la principale è che la passione per la ricchezza, in qualsiasi forma, è precedente al capitalismo e conosciuta in molte culture, arcaiche e antiche. Dal sovrano asiatico Re Mida a Crasso, che i Parti punirono per la sua avidità versandogli dell'oro fuso in gola.

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categoria:022 - contraddizioni
venerdì, 28 luglio 2006

Perchè, allora, giochiamo?

Cinque frasi più o meno celebri, durante le mie riflessioni sul gioco, mi tornano spesso alla memoria.

Giulio Cesare: "Alea jacta est" ("Il dado è tratto").

Gogol’: "Con le carte in mano, nel gioco, tutti gli uomini sono uguali".

Machiavelli: "La fortuna è donna ed è necessario, volendola tener sotto, batterla ed urtarla".

Renard: "Ci sono momenti in cui va tutto bene, ma non ti spaventare: non dura!"

Schopenhauer: "Il gioco d'azzardo costituisce una dichiarazione di bancarotta da parte dell'intelletto".

Uno scienziato, Bergler, descrive così il giocatore: abitualmente corre rischi; preferisce il gioco ad ogni altro interesse; è pieno di ottimismo e non impara mai dalle perdite; non si ferma mai nè quando vince nè quando perde; malgrado la cautela iniziale, in seguito il giocatore rischia somme troppo alte; prova una tensione piacevole-dolorosa (brivido) fra il momento della scommessa e il risultato del gioco.
Non so quanti giocatori si riconoscano in queste analisi. Certamente, in ciascuna di esse c'è qualcosa di vero. L'ultima affermazione di Bergler, pensando allo chemin de fer, il gioco più duro e coinvolgente, mi sembra esatta. L'attimo in cui le carte sono sfilate e sul tappeto verde sta per volare il punto diventa un attimo di dolore e piacere, superiore a quello che si prova giocando alla roulette, quando la pallina sta per cadere nella casella. I motivi sono tanti, ma ce n'è uno in particolare, che seduce il giocatore di chemin. Alla roulette la pallina è tirata dal croupier; a chemin de fer è il giocatore a sfilare le carte.
Chemin de fer significa, in francese, ferrovia. Si va, si va e si va: lungo binari pretracciati, incontro al nostro destino. Non puntiamo solo dei soldi, ma mettiamo in gioco il nostro carattere, il nostro desiderio di affermazione, la verifica della nostra capacità di misurarci col destino, sforzandoci continuamente di intuirlo, conoscerlo, approfondirlo. Le regole del gioco sono studiate con criteri simili a quelli di una ferrovia: si va avanti avanti e avanti, sempre avanti. Si può scendere, certo, a qualsiasi fermata. Ma la corsa continua.

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categoria:023 - perche giochiamo
lunedì, 31 luglio 2006

Mi capita spesso di dire, e di scrivere, che la roulette è il gioco, tra tutti, più onesto: nella puntata classica, su un numero, hai una probabilità su trentasette e il banco paga trentacinque volte, oltre alla puntata. Uno straordinario rapporto tra le probabilità di vincere e l'entità dell'incasso. Ma davvero in nessun altro gioco esistono condizioni migliori? No, ce n'è uno, delizioso e raffinato, il trente et quarante. Molti lo trovano complicato. Invece, è elementare. Un mio caro amico genovese, Giovanni, è un campione: riesce spesso a vincere somme importanti. Le qualità essenziali sono l'intuito e il coraggio. E, proprio così, una capacità di cogliere armonie ed equilibri.
É un gioco molto antico, affermatosi in Francia. Un'incisione ci mostra, ad esempio, intenti al gioco i nobili francesi, tra cui il duca di Berry, nipote di Luigi XIV: Anche Giacomo Casanova nelle sue memorie ne parla spesso. I giocatori possono puntare sul rosso o sul nero, sul colore o sull'inverso. Il croupier estrae le carte, che valgono per tutte le puntate: due file di carte; la prima fila rappresenta il nero, la seconda rappresenta il rosso. E' decisiva la somma dei punti delle carte. Ma, prima di spiegare le regole, fermiamoci un momento. Nei casinò le operazioni del croupier, i conteggi sono velocissimi: a Saint Vincent ad esempio il gioco procede rapido; a Montecarlo è lento e solenne. I curiosi sono tenuti lontani proprio da quest'aspetto: sia a Saint Vincent (record di velocità) sia a Montecarlo (record di lentezza) il gioco è troppo rapido, sembra incomprensibile. Difficile, per loro, seguirne gli sviluppi.
I veri giocatori si dividono in due categorie. Ci sono quelli che preferiscono un ritmo lento: sia per gustarsi, come si dice, la carta, come fanno col fumo i fumatori di pipa o di sigari, sia per avere il tempo - come vedremo - di studiare armonie ed equilibri. Ma ci sono anche quelli, forse i più esperti, gli accaniti, che preferiscono il gioco rapido: così possono giocare più a lungo e disporre di maggiori opportunità. Non hanno bisogno di riflettere, se ne infischiano di assaporare il piacere del gioco; preferiscono giocare a lungo. Lentezza e rapidità non sono casuali. In parte sono determinate dalle abitudini dei croupier, a Montecarlo alcuni anziani impiegati sono figuire ormai istituzionali, assomigliano per la sacralità dei gesti a vecchi commessi del Parlamento, se non addirittura a chirurghi impegnati al tavolo operatorio. In parte, la lentezza (o la rapidità) corrisponde all'indirizzo, allo stile stabilito dalla casa da gioco. Trente et quarante prevede un vantaggio molto basso per il banco: nella maggior parte dei casinò neanche si gioca. Le case da gioco che lo propongono, per precauzione, tengono aperti i tavoli solo per qualche ora. In alcuni casi, la direzione preferisce rallentare ulteriormente; in altre, velocizzare, proprio allo scopo di impedire ai giocatori di raccogliere le idee.

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categoria:024 - trente et quarante
mercoledì, 02 agosto 2006

Ma torniamo alle regole, assai semplici. Si somma il punteggio nella prima fila delle carte, che corrisponde al nero, e nella seconda, che corrisponde al rosso.
Il croupier si ferma, per ciascuna fila, appena si supera quota 30. Vince la fila che ha il numero più basso, al di là di quota 30, determinando un numero evidentemente compreso fra 31 e 40. Ogni carta ha il valore del suo punto, dunque l'asso vale un punto, il due due punti, il tre tre punti e così via; tutte le figure valgono dieci punti.
Facciamo allora un esempio. Ipotizziamo questa prima fila: una figura, un cinque, una figura, un quattro, un tre; qui il croupier si ferma perchè abbiamo superato quota 30, il totale (avete contato?) fa 32. Seconda fila: due figure, un cinque, un due, un'altra figura. Totale, 37. Vince il nero, perde il rosso: la prima fila, infatti, quella che rappresenta il colore nero, ha un punteggio, 32, più basso di quello della seconda fila, 37, che rappresenta il rosso. E' chiaro? Consentitemi: elementare.
Il trente et quarante è un gioco elitario, non è popolarissimo. Un'élite che butta via i soldi per scommettere su quale fila ci sarà il punteggio più basso? Sembra assurdo. Ma mi permetto di ricordare che anche a chemin de fer i giocatori puntano sulla carta più alta, sfidandosi tra di loro, mentre a trente et quarante la sfida è rivolta contro il banco. E quante scommesse si fanno, anche per decisioni private, una vacanza, un flirt, buttando in aria una moneta e scommettendo sul dilemma più classico: ci vado o non ci vado, testa o croce?
La seconda e ultima puntata possibile è ancor più raffinatamente azzardosa. Si può puntare sul colore o sull'inverso. Che cosa significa? E chi vince?
Tutto dipende dal colore della prima carta della prima fila. Se è una carta di colore rosso e alla fine vince la seconda, cioè il rosso, tra colore e inverso avrà vinto il colore; se invece la prima carta è rossa e alla fine vince la prima fila, cioè il nero, tra colore e inverso avrà vinto l'inverso. É chiaro? Consentitemi, elementare. La stessa cosa, evidentemente, succede con il nero. Ad esempio: prima carta nera e vittoria finale del rosso. Domanda: che cosa succede, chi vince tra colore e inverso?
Prima carta nera, vittoria finale al rosso. É semplice: vince l'inverso!
Altri esempi. Prima carta nera, vittoria del nero; vince il colore. Prima carta rossa, vittoria del rosso: vince il colore. Prima carta nera, vittoria del rosso: vince l'inverso. Prima carta rossa, vittoria del nero: vince ancora l'inverso. Non ci sono altre possibilità. Per divertente consuetudine il croupier, nell'annunciare il punto e la vittoria, non pronuncia mai la parole "nero" e "inverso". Nell'annuncio si parla sempre di rosso e colore, che vincono o perdono.
Quale può essere l'abilità del giocatore? - si chiederà qualche lettore, con scetticismo, a questo punto. Che cosa significa quell'accenno alle armonie e agli equilibri?
Ebbene, vi ho già detto che si può giocare solo su due chances: rosso o nero, colore o inverso. Il giocatore accanito, il giocatore professionista di trente et quarante insegue il cosiddetto filotto, cioè una sequenza di uguale segno. Come è facile osservare in qualsiasi casa da gioco, tutti i giocatori di trente et quarante lottano per prenotare un posto al tavolo e, armati di penna e carta, segnano le uscite di rosso o nero, e di colore o inverso, per tenerne conto scrupolosamente.
Queste annotazioni sono essenziali. Perchè?
Il ragionamento dei giocatori è assai semplice. Le uscite maggiormente desiderate dal giocatore di trente et quarante sono quelle, si dice in gergo, di un filotto: rosso (oppure nero, colore, inverso), rosso, rosso, tantissime volte rosso. O nero nero nero nero, e così via. Quando il buon giocatore si accorge di essere "entrato" in un filotto, tutto dipende dal suo sangue freddo e dal suo coraggio: dovrebbe puntare forte, fortissimo; se se la sente, al raddoppio. L'intuito è fondamentale. E qui entrano in gioco i concetti di armonia e di equilibrio. Esce - poniamo il caso - tre volte di seguito il rosso, il giocatore pensa che si stia aprendo un filotto e comincia a puntare forte; ed ecco che beffardamente al quarto colpo esce il nero, e la sequenza si interrompe subito. Un buon metodo può essere quello di aumentare progressivamente le puntate, ma con raziocinio, gradualmente, per evitare (caricando, come si dice, troppo) il rischio di perdere tutto, al primo colpo sfortunato. Però, guai se esplode un filotto, dieci colpi - e anche più, succede non di rado - di rosso (o di nero, di colore, di inverso) e non riuscire a sfruttare questa magnifica opportunità, con il necessario coraggio.

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categoria:025 - rosso nero colore inverso
venerdì, 04 agosto 2006

Prima è necessario l'intuito, poi il coraggio. Ne avete a disposizione? Mi rendo conto che sembrano argomenti presentati in modo allettante: si va al casinò, ci si siede al tavolo di trente et quarante (occhio alla prenotazione!), si prendono appunti, si gioca, si punta, si vince.

In realtà, le difficoltà sono notevoli.
Intuire il filotto non è facile. E aggredirlo con puntate forti, ma proporzionate, non è da tutti. E poi la sequenza dei numeri in uscita può essere assai complicata, di difficile interpretazione. Un'altra sequenza ghiotta per i giocatori coraggiosi si chiama ad intermittenza: rosso, nero, rosso, nero, rosso... e così via; o anche, naturalmente, colore, inverso, colore, inverso, colore... Nient'altro che un filottomcome gli altri possibili, ma determinato dalle intermiettenze. Il problema è avere la prontezza di riflessi per intuire l'intermittenza, subito; può durare anche venti, trenta colpi, ma raramente supera i sei, gli otto, al massimo i dieci colpi. Quindi, bisogna capire e avventarsi, prima che l'attimo fuggente passi. Abbiamo detto che il gioco è comunque veloce, presumo anche allo scopo di mettere in difficoltà i giocatori, non lasciargli il tempo di riflettere. Il croupier scopre velocemente le carte. Sembra facile. Ma non ti basta la fortuna. Devi essere rapido di riflessi, decidere, puntare, osare; o avere il coraggio di non puntare, restare sulla difensiva. Esce rosso, poi nero, poi rosso; tac, al colpo successivo vai sul nero, e se esce il nero incassi e ti butti sul rosso e così via, finchè dura. Questo addestramento - utile per la vita d'ogni giorno - a prendere decisioni rapide e coraggiose, e comunque sagge, è uno dei motivi per cui sostengo che i giochi d'azzardo dovrebbero essere insegnati a scuola.
Qualcuno - ma sì, con sarcasmo - starà pensando: ma allora si vince sempre?
Rispondo così: il mio amico genovese Giovanni, filosofo e politico, e soprattutto giocatore, vince quasi sempre, a trente et quarante, dopo anni di esercizio. Il banco rischia molto e paga la puntata alla pari. Un buon giocatore di trente et quarante, di fronte a filotti o sequenze facilmente decifrabili, vince certamente; e vince forte.

E quali sono le insidie? Senza alcun dubbio, le intermittenze "impure". Un esempio di intermittenze impure: rosso, nero, nero, rosso, nero, rosso, rosso, rosso, nero, nero, rosso, nero... Ogni buon giocatore ci perde la testa. E rischia di perdere forte perchè si avventa, appena possibile, su un'ipotesi di filotto. Ma il giocatore anziano e sensibile sa difendersi, cerca altre strade: molti giocatori di trente et quarante, oltre a segnare le uscite, disegnano strani e complicati ghirigori. Inseguono, dicevo, l'armonia. Capire l'armonia al trente et quarante è come capire la musica; o hai l'orecchio musicale o non ce l'hai. E' un'arte: come capire l'amore, capire la poesia, le scienze.

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categoria:026 - intuire il filotto
lunedì, 07 agosto 2006

Che diavolo significa capire l'armonia?
Nell'universo, per quel che sappiamo, quasi tutto tende all'armonia. Anche nel gioco di azzardo, c'è un'armonia, prima o poi un'armonia si forma. A gioco fermo, rivedendo le uscite della roulette o le uscite a trente et quarante, riflettendo cioè sui numeri usciti, senza l'ansia delle puntate, a mente fredda si capisce che le uscite rispondono al disegno armonico di un invisibile regista. Si può tentare di prevedere e capire l'armonia. Ciò che turba la riflessione, nel giocatore, è evidentemente la sua emozione per la puntata in corso. Un conto è ragionare a mente lucida, senza puntare; altra storia è essere coinvolto dalle puntate, dover decidere in fretta, puntare denaro, avere paura di perderlo, nutrire desiderio o avidità al pensiero di vincerlo. Il giocatore esperto di trente et quarante tuttavia farà alcune osservazioni: noterà che se esce rosso, nero, nero, rosso, nero, nero... - per fare un esempio assai semplice - al colpo che cosa probabilmente uscirà?
La risposta esatta, se mi avete seguito fin qui, è la seguente: un colpo di rosso, due colpi di nero... E ancora un colpo di rosso e poi due colpi di nero... Secondo armonia, dovrebbe, uscire nuovamente rosso. E poi due colpi di nero. Questa è l'armonia. Ho esposto un'ipotesi semplice, ma la realtà non è mai semplice. Armonie e disarmonie si compongono e si scompongono in continuazione.
Non è facile interpretarne i ritmi, a meno che la fortuna non ci proponga uno sviluppo elementare. Seguendo quell'esempio, d'improvviso potrebbe uscire nero e ancora nero: forse si sta aprendo un filotto del nero, e bisogna saltarci su. Forse tutto si spacca su una improvvisa intermittenza. Forse tutto si sputtana, e ti rovina, su un'intermittenza spuria. Ma alla fine un'armonia, momenti di armonia, ci sono; il vero problema è capirli al volo, questi momenti di armonia, appena si formano, e aver coraggio, rapidità di decisioni. L'amico Giovanni - tante volte l'ho visto in azione, con i miei occhi - ha la rapidità del gatto che insegue il gomitolo, nel decifrare l'armonia delle uscite, e un coraggio leonino nel puntare forte, fortissimo, appena ha l'intuizione giusta.

Anche se ne parlo con evidente entusiasmo, il trente et quarante non mi piace più di tanto. Alla fine, è un gioco troppo semplice. Le chances sono solo due. Alla roulette, la più popolare regina dei giochi, le chances principali, con pagamento alla pari delle puntate, sono tre: rosso e nero, pari e dispari, manque e passe. Ma si può giocare su molte altre combinazioni, dozzine, colonne, sestine, terzine, carrè; in più c'è la suggestione dei trentasette numeri, trentotto nella roulette americana, che prevede anche il doppio zero. E non c'è gioco - compreso il trente et quarante - che non si possa sviluppare alla roulette, prendendo come riferimento i numeri di uscita.

Pur se piccolo, il banco anche a trente et quarante ha un vantaggio: se le due file di carte ottengono tutte e due 31 punti, la prima volta le puntate vanno "in prigione" ovvero si dimezzano; e così via, se il 31 pari si ripete, dimezzamento continuo. Il criterio è equivalente a ciò che rappresenta lo zero, alla roulette, per le puntate sulle chances semplici. Ma alla roulette lo zero si può giocare, e così ti garantisci; a trente et quarante è prevista una piccola assicurazione, per schivare l'insidia del 31 pari (che ha minori probabilità di uscita, rispetto a quelle dello zero alla roulette). Non vi ho ancora convinto che questi due giochi sono molto leali?

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categoria:027 - capire l armonia
mercoledì, 09 agosto 2006

Mi hanno fatto notare che parlo del gioco, come se esistesse una predestinazione. Come se nella vita qualcosa mi spingesse, come se nella vita nient'altro mi interessasse maggirmente.
Per molti giocatori, purtroppo, è così. Per me, no. Non propriamente così. Penso alla mia vita come a qualcosa in cui il ruolo centrale spetta al mio lavoro - verso il quale nutro un sentimento da culto religioso - e ai miei affetti, ai miei figli (sono cinque, avuti da due meravigliose donne diverse, e ne vorrei degli altri) e ai miei pochi amici, che amo e rispetto come familiari. Poi ci sono i libri, il cinema, le fantasie, i sogni, le collezioni povere. Ma certo non riuscirei a immaginare la mia vita, e a darle un senso, senza il gioco. L'ho praticato a lungo, via via da alcuni anni mi interessa di più scriverne, discuterne.
Mi piace o mi dispiace essere considerato anche un giocatore?
Non è una risposta semplice. Scoprire di esserlo e forse temere, in fondo, di scoprire di non essere altro: questa è la difficoltà. Credo che succeda qualcosa di simile agli omosessuali, di fronte alla scoperta della loro identità. Molti miei amici giocatori fanno una smorfia di dispetto, di fronte a questa osservazione. Vorrei dunque chiarire per bene ciò che intendo, allo scopo di non offendere sia i giocatori, sia gli omosessuali. Hanno un punto in comune: i sentimenti morali comuni tendono a mal giudicare tutte e due le categorie, a respingerle, a emarginarle. Anche un giocatore è un diverso. Questa diversità rende faticosa, tormentata la strada, sia per gli omosessuali sia per i giocatori, per scoprire e a poco a poco accettare la loro identità.
É faticoso arrivare a scoprire di essere un giocatore?

É una storia lunga. A volte, i primi tempi, ci si vergogna un po'.
A tutti i giocatori qualche volta è successo. Prima di diventare un giocatore accanito, o se si preferisce abituale o peggio professionista, il pudore è prevalente su altri sentimenti. La vergogna è dietro l'angolo, sempre in agguato, legata alla sconfitta. Quando sei sconfitto al gioco, quando subisci una sconfitta pesante, e non sei ancora un giocatore esperto, certamente ti vergogni molto. Ti senti stupido, dominato da un istinto vizioso: il gioco ti appare come una malattia vergognosa dalla quale dovresti cercare di guarire. A poco a poco, se non hai proprio nella pelle e nel cervello (si può parlare di cervello?) una passione morbosa, si scopre che non è così. Per un vero giocatore il gioco non è una droga; non è una malattia. E' un'identità. Una volta accertata la tua identità, avverti una sorta di liberazione: passano i complessi, passa la vergogna, raggiungi un equilibrio.
In verità ci sono vari tipi di giocatori. La qualità che distingue un giocatore qualsiasi da un giocatore accanito, o da un giocatore professionista - oppure vogliamo chiamarlo, semplicemente, un giocatore esperto? - è, essenzialmente, questa: un giocatore qualsiasi può subire perdite gravi, gravissime; può anche rovinarsi. Un accanito, no. Un accanito di solito non perde più denaro di quanto non abbia preventivato, prima di cominciare la sua partita di azzardo. Non può rovinarsi, mai. (Vocina da dentro: non mi sembri sincero. E' vero, anch'io non mi sembro sincero. Se scrivo solo questo, non mi credo.)
Vocina apprezzabile: mi ha trafitto, coglie nel segno. Anzi, qui sta uno degli aspetti fondamentali del gioco d'azzardo. Ho scritto dunque una cosa inesatta. Ho scritto una cosa incompiuta. Un accanito non può rovinarsi a poco a poco, stupidamente; è cosciente, vigile con se stesso, sa misurarsi, conosce le sue risorse, i suoi limiti e quelli degli avversari. Ma anche un giocatore esperto può rovinarsi. In una sola partita. Ogni giocatore accanito sa, e quando ci pensa, come ci sto pensando io in questo momento, non può trattenere qualche brivido, che la vita può riservargli un appuntamento finale: una partita finale, dalla quale si può uscire definitivamente sconfitti. Non esiste mai una vittoria definitiva. Questi giocatori non si ritirano dopo una vittoria, non concludono la loro vita d'azzardo, neanche nel caso di una enorme vittoria. Il primo commento di Emilio Fede, dopo la sua sensazionale vincita di un miliardo (da dividere a metà) al casinò di Montecarlo, nell'ultimo giorno dell'anno 1997, è significativo, così come è stato riportato dai giornali: non porterò via questa somma; l'ho depositata qui, in modo da poter continuare a giocare, almeno per un paio di anni, senza patemi d'animo.

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categoria:028 - predestinazione
venerdì, 11 agosto 2006

Un appuntamento con una sconfitta definitiva e terribile, invece, è sempre possibile. Se non ci fosse questa possibilità, forse il gioco perderebbe ogni fascino, per gli accaniti. Come ho già scritto, iIl giocatore accanito sa e teme di essere uno che, all'occasione, va fino in fondo. Se la sorte gli riserva la partita finale, andrà fino in fondo. Potrà vincere. Potrà perdere. Ma non si ritirerà. E, se perderà, uscirà distrutto: la partita finale è una partita all'ultimo sangue, per il giocatore.
Non si diventa un giocatore accanito in un giorno e neanche in un mese o in un anno. Ci vuole molto tempo, prima di capire in profondità il gioco, e c'è chi non arriva a capirlo mai; oppure succede di credere di averlo capito, il gioco, ed è questa un'insidia ancor più micidiale, una fase molto pericolosa. Poi, un giorno, ti accorgi che il gioco non ha più tanti segreti, per quanto riguarda i comportamenti, le opportunità, la fortuna, la sfortuna, le situazioni possibili. Resta il mistero insondabile della sfida contro le probabilità contrarie. Ti batti avendo a sfavore il calcolo delle probabilità, è una battaglia impari: però, a poco a poco, ti accorgi che è una battaglia cosciente; sei cosciente di tutte le insidie e di tutta la forza della tua grande avversaria, la fortuna, conosci la sua immensa e devastante capacità. E hai scoperto anche il suo punto debole. (Non meravigliatevi più, anche la fortuna ha un punto debole, vedremo perché). E soprattutto conosci te stesso, ti accetti.Sai quali sono i tuoi difetti, la tua abilità, le tue debolezze; sai quanto vali. Se sei arrivato a questo punto, puoi considerarti un giocatore esperto, un accanito: utilizzerai al meglio la buona sorte e limiterai al massimo i danni della cattiva sorte. Le probabilità di vincere sono diventate superiori a quelle di perdere. L'unico rischio è quella che io chiamo la partita finale.
Per molti lettori, sarà davvero difficile credere che al gioco d'azzardo si possa pensare, ragionevolmente, di vincere. Eppure è così. Vogliamo spiegare, dopo averci girato tanto intorno, perchè? Il segreto sta nella condotta di gioco. Se sei un giocatore vero, quando perdi, perdi il minimo; quando vinci, vinci il massimo possibile. Vi sarà difficile prendere sul serio quello che scrivo, se avete in mente l'immagine del giocatore che si avvicina a un tavolo per divertimento e butta al vento, più o meno stupidamente, i suoi soldi; oppure il giocatore che qualche volta vince, anche grosse somme di denaro, e poi a poco a poco rigioca tutto, senza capire, alla fine, perchè i suoi soldi siano spariti. Ma i comportamenti sono assai diversi, per il giocatore esperto. Tra un giocatore qualsiasi, che gioca la sua sciocca partita, e un giocatore accanito, che gioca la sua accorta partita, in un certo modo c'è la stessa differenza che passa tra una scazzottata in libertà per strada, senza regole, e un autentico incontro di pugilato. In una scazzottata che si accende per strada puoi rimetterci i connotati, puoi essere massacrato di botte senza neanche aver previsto che la lotta potesse risultare aspra, violenta: non conosci nè la tua forza nè quella dell'avversario, prendi e incassi calci e pugni e schiaffi, come capita. Puoi anche vincere. Ma è più probabile che tu ne esca a pezzi. Un pugile professionista sul ring sa come amministrarsi, sa quando affondare i colpi e quando stare sulla difensiva: conosce le sue possibilità, ha studiato le caratteristiche del suo avversario, ha preparato un piano, cerca di intuire e prevenire le sue mosse. La metafora è convincente? Chi fa una scazzottata per strada è simile a un giocatore dilettante di azzardo: dal match può uscire massacrato, insanguinato, rovinato; è assai improbabile che resti finito, ucciso. In una scazzottata non lasci la pelle. Sul ring può succedere; è successo molte volte. Il pugile professionista, come il giocatore professionista, vince o perde, lascia e porta i segni di un combattimento duro: di norma, prevede ciò che potrebbe accadergli. Però, sa che sul ring può anche essere in agguato un appuntamento definitivo, mortale.

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