Giorgio Tosatti giocava a poker benissimo, ma guadagnava assai più di noi, e questo era il suo handicap, in un tavolo di affamati; spesso perdeva, come succede a poker ai giocatori di maggiori risorse economiche, non abituati a difendere con le unghie il loro denaro. La spiegazione è semplice. Se a poker il rilancio fosse libero, il giocatore più danaroso sarebbe avvantaggiato. Io, povero, punto mille lire e il mio avversario, ricco, rilancia a un milione, dieci milioni: fine della partita. Invece il poker, correttamente, si gioca con "i resti", per mettere tutti i giocatori, più o meno, sullo stesso piano. Si stabilisce una dote, ci sistemiamo al tavolo mettendo davanti a noi quella dote; si può rilanciare fino al livello massimo della dote, cioè fino al livello dei "resti", ovvero di quel che resta davanti ai giocatori. Un solo giocatore al tavolo può dichiarare di mettersi "all'altezza" di qualsiasi rilancio. Tutti gli altri possono rilanciare fino al livello massimo dei propri resti: ciascuno può acquistare via via un'altra dote o molte altre doti. Ma ogni giocatore, se vuole e se può, ha il diritto di giocare con una sola dote, fino alla fine. E quindi ha la possibilità di perdere o vincere ogni mano rischiando, al massimo, fino al livello dei propri resti. Questa regola permette ai giocatori meno abbienti di poter partecipare a qualsiasi tavolo, con chances non schiacciate da quelle dei giocatori più ricchi.
Giorgio, giovanissimo caporedattore, guadagnava bene, comunque assai più di Franco e me. Eravamo proprio due pivelli, Franco e io. Avevamo, sì e no, uno straccetto di contratto da praticante. E dunque facevamo la fame, o quasi. Però giocavamo a poker contro avversari più agiati di noi. Giorgio era un giocatore brillante, astuto. Al tavolo c'era una vecchia jena come Enzo, il correttore (ne ho già parlato), capace di non partecipare al gioco anche per due ore, restando in agguato con pazienza fino al momento di tirare la stoccata. Invece Franco e io ci saremmo lasciati scorticare, pur di non perdere un piatto succoso. Enzo, spietato, di regola fregava tutti e dunque anche noi. Giorgio, con la sua straripante e aggressiva personalità, giocava con la voglia di schiantarci e spesso perdeva, ma per fortuna sua e nostra al tavolo c'era anche un quinto, qualche volta un sesto giocatore, di solito poco brillante; c'erano dunque, per tutti, buone possibilità di recupero.
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