Non so se avete mai sentito parlare di chemin de fer. Vi dico subito che è il gioco di carte più violento e crudele che esista. In apparenza, è molto semplice: non è forse vero che si vince (almeno questo lo sapete, io spero) con la carta più alta? Ebbene, dietro questa ingannevole apparenza si nascondono segrete perfidie, alla lunga insostenibili. Nessun giocatore può reggere il ritmo erosivo delle partite di chemin de fer. In questo gioco, alla fine, c'è un solo vincitore, la cagnotte, il buco nero in cui scompare il 5% delle puntate di banco: la percentuale riservata al casinò. Se rinchiudete in un casinò per un mese cento giocatori di chemin de fer, con qualsiasi somma in tasca (che godimento sarebbe), e li costringete a giocare ininterrottamente, alla fine del mese tutti sarebbero in perdita grave e solo, da sola, risulterebbe in lauta vincita la cagnotte. Chemin de fer, tuttavia, è una metafora della vita e in verità, in verità vi esorto a non averne paura: sarebbe come avere paura della vita.
Dipendesse da me, insegnerei questo gioco - ma anche altri, il poker ad esempio - a scuola, a scopo educativo. Però in una partita di chemin c'è tutto, ci sono il successo e il fallimento, la trappola dell'ansia e della noia, l'insidia dell'attesa, ci sono le bestie feroci che accompagnano la nostra vita, la stretta della solitudine che ti artiglia le viscere, più inesorabile di tutte quell'altra bestia viscida che ci segue e resta sempre in agguato.
C'è il desiderio impossibile di essere puntuali a ogni appuntamento come si vorrebbe, di volta in volta coraggiosi o prudenti. Il mistero vitale del gioco, il fascino inimitabile sta qui: se giochi di banco e stai vincendo, ad ogni colpo la tua ricchezza si raddoppia, e però a ogni colpo metti in gioco tutto e tutto puoi perdere. Sei sempre ad un bivio: se ti ritiri, rischi di rinunciare ad altra ricchezza, ad altri colpi vinti, pronti per te, lì, nel sabot imperscrutabile, che contiene le carte; se vai avanti, rischi di distruggere, in un colpo, tutto ciò che hai vinto. Chemin ti costringe, ti obbliga a scegliere e in pochi secondi devi decidere. E subito il gioco ti rivela (a differenza della vita, che a volte ci mette anni, prima di farti sapere la verità) se hai scelto bene o no. Sotto gli occhi di testimoni crudeli, gli spettatori sfaccendati, il cinico sguardo del croupier, il cruento interesse degli altri giocatori. Ecco perchè trovi, nel tempo breve di una partita, i pesi e le lievi consolazioni della vita di noi miseri umani, la costante illusione, la forza dei sogni, la speranza, i premi quieti e rassicuranti, le conquiste clamorose, i brutali e improvvisi disincanti. Con un tragitto inevitabile, dall'ebbrezza della vittoria (la vita che si accende e ti illude) alla rassegnazione della sconfitta (la morte) che affronterai prima o poi secondo il tuo carattere, con trepidante consapevolezza o con torvo, amaro dispetto.
Ma la fortuna, dite? Sto forse dimenticando di parlarvi della fortuna? No. Un vero giocatore, anche se la invoca e la bestemmia, sa che la fortuna non esiste. Esistono, per tutti, alcune opportunità. Il vero problema è come riconoscere e affrontare queste opportunità, che non si presentano certo (questo, cari i miei lettori che non sapete di gioco, è alla fine la madre di tutti i problemi) con un fiocchetto e un biglietto da visita, le opportunità non vengono certo a suggerirti con un inchino: ecco, questo è il momento in cui devi essere coraggioso e in quest'altro devi invece, con intelligenza e un sorriso, marciare in ritirata.
La più bella partita di chemin de fer a cui abbia assistito si è svolta nel casinò di Saint Vincent nella notte tra domenica 12 e lunedi 13 maggio 1997. La gara si è conclusa intorno alle sette del mattino per il progressivo abbandono di tutti i partecipanti. Un solo giocatore, non vi dirò subito quale, aveva sbaragliato tutti e infine, non solo impossessandosi dei soldi di tutti, ma psicologicamente massacrando un irriducibile antagonista, era rimasto il solo vincente in campo.
La domenica, per la verità, se n'era andata da un pezzo. Ricordo di aver guardato l'orologio, erano le due e mezza, e tutto cominciò con un insolito applauso. Le due e mezza, un'ora disperata, in qualsiasi casinò del
mondo. L'ora della resa dei conti. Nei tavoli di roulette la pallina sta per girare per gli ultimi colpi. Gli altri tavoli sono chiusi, l'elegante trente et quarante, il favoloso poker, i dadi chiassosi, lo spettacolare black jack: tutti i giochi, o quasi, sono chiusi o stanno per chiudere. Ma resteranno aperti, fino all'alba e oltre, i tavoli del gioco
più nobile, chemin de fer.
Alla domenica sera puoi cogliere, se sei sensibile, se ti rimangono ancora abbastanza soldi in tasca per pensare ad altro, di un inquietante spettacolo di tristezza. Spariti i gruppi svagati ed eccitati, frequenti nei giorni feriali, i nottambuli del venerdi e del sabato sera. Alla domenica restano in sala i viziosi e gli accaniti, i nevrotici, i rottami, gli anziani mai stanchi o oppressi dalla solitudine. E, sempre, i professionisti. Stanche puttanelle si aggirano per i tavoli, a caccia di una furtiva mancia più che di un improbabile cliente, tutte bene attente a evitare i severi controlli degli ispettori. Si ascoltano (anche se non ne hai voglia, anche se pensi ai problemi tuoi) imprecazioni strascicate sotto voce e poco convinte, c'è sempre chi racconta a se stesso la sua modesta disavventura personale. Quasi tutti, anche i big, i protagonisti dello chemin, si affollano ai tavoli di roulette aspettando l'annuncio dell'ultimo colpo, per rischiare sul tavolo verde le puntate disperate, in gergo la "scazzata", con l'aria di dire adesso o mai più (eppure quasi tutti, domani, con rinnovate speranze, torneranno a questi tavoli, a riprovarci). Al bar incontri facce stravolte dalla fatica e dalla delusione più che dall'alcol. Vite segnate, a loro modo fantastiche, orribili e irripetibili, e hai paura di guardarti allo specchio: forse sei come loro, sei come tutti. E' il momento in cui qualcuno, spudorato o con vergogna, guardandoti dritto o con gli occhi bassi, dopo aver bruciato milioni, ti chiede un cinquantamila per la benzina. Per tornare a casa.
Era stato un week end con il torneo di chemin de fer, e alla mezzanotte la gara si era conclusa. (Permettetemi di spiegarvi bene, vi prego: in questa storia, è una svolta decisiva). Il torneo si svolge così: una gara al mese, per tre mesi consecutivi. Il primo premio finale è desiderabile, di solito un'auto di grossa cilindrata del valore di due, trecento milioni, a volte il sogno di (quasi) tutti, la mitica Ferrari. Ogni mese vengono distribuiti premi parziali, di solito orologi di medio valore, quindici o dieci milioni.
Il torneo si era concluso e molti, tra i giocatori più forti, avevano lasciato il casinò per tornare a casa o per andarsene a dormire, nell'albergo attiguo, il Billia. La classifica del torneo di chemin è stabilita dal punteggio dei colpi vinti tenendo il banco. Per il terzo premio eravamo (ma sì, c'ero anch'io) in ballo addirittura in cinque, tutti avevamo raggiunto i sette colpi: negli uffici della direzione doveva tenersi, alla presenza di un notaio, l'estrazione a sorte. E insomma, come dirvelo, non vorrei anticiparvi il finale di questa emozionante partita di chemin, ma fu proprio allora, e nessuno certo poteva immaginarlo, che un singolare destino decise di mettersi in moto, a predisporre con la dovuta perfidia le sue opportunità. Vincente infatti risultò il Codino. Il Codino è uno dei più grandi giocatori di chemin, che abbia mai visto in azione: inarrestabile sia di banco sia di punta, uno di quegli uomini che sempre vanno fino in fondo, o si rompe la testa o stende tutti gli avversari. Qualcuno (la direzione del casinò, un amico?) ebbe l'idea, innocente ma storta, di telefonare al Codino per avvertirlo: l'orologio del terzo premio era suo. Il Codino, che da qualche ora appena era ritornato a Milano, decise d'impulso (secondo carattere non gli parve vero) di raccogliere un pretesto psicologico per tornare a Saint Vincent. A ritirare l'orologio. E a spararsi, è ovvio, qualche ultimo colpo a chemin.
Era rimasto aperto anche il tavolo grande, quello con dieci posti anzichè nove, riservato esclusivamente alle puntate dei giocatori seduti, protetto con una pretenziosa cordicella di colore granata dalla curiosità del pubblico, che di solito si accalca a commentare a bassa voce, a qualche metro di distanza, i colpi più emozionanti. Ma quella notte, vi ho detto, molti grandi giocatori se n'erano andati. Dissolto il clan dei napoletani, che aveva animato il torneo con audaci colpi accompagnati, come di consueto, da giochi di parole intinti nell'ironia. Se n'era andato anche Fulvio (un uomo alto e magro, con occhi spiritati dietro le grandi lenti, la faccia incavata, sempre taciturno, somigliante a Cesare Pavese), uno dei giocatori più orgogliosi, accompagnato dalla sua bella e luminosa moglie Roberta. Il giorno dopo, inconsolabile, non si sarebbe stancato di ascoltare, attraverso il mio racconto, ogni minimo particolare della partita. Se n'era andato anche l'Assicuratore, un uomo freddo ed educato, che ormai vive in Sudamerica, ma ogni mese torna in Italia per affari, e certo non si nega qualche sosta nei casinò. O il Professional, come lo chiamavamo al tavolo, tra tutti e da sempre il migliore, un killer di punta, scaltro e accorto di banco. Quanto avrebbero rimpianto, tutti, di essere andati a letto presto, quella notte!
Il gioco dunque languiva, si stentava a coprire puntate di poche centinaia di migliaia di lire. E all'improvviso scoppiò quell'applauso. Ricordo ch'era seduta al tavolo, la moglie di un altro sommo giocatore, il Costruttore, un siciliano estroverso, di parlantina non frenabile. Quando è vincente, il Costruttore è un carro armato capace di stritolarti senza pietà; quando perde si trasforma, aspetta l'alba dormendo (a volte russando, e tuttavia rispettato dai croupier e dagli altri giocatori). Si sveglia, o lo svegliano, al suo turno di uscita, e punta il minimo, continuando a perdere nelle forme più inverosimili e imprecando (quasi) sempre sottovoce. Quando esplose l'applauso, la moglie del Costruttore, che sonnecchiava accanto a lui, si svegliò di colpo e mormorò qualcosa, in siciliano stretto, con il consueto preambolo: "Mizzica!". Poi, riprendendosi, mormorò ancora qualcosa in simil italiano: "Ma che va succedendo, e che forse festeggiano un compleanno?", così strappando una risata a tutti noi, che di colpo ci alzavamo dal tavolo per accorrere a vedere.
Un applauso in un casinò è un evento raro, proibito: dunque era successo qualcosa di straordinario. Solo gli americani, sfrenati giocatori di craps, urlano e applaudono ad ogni colpo vinto o anche, prima del colpo, per augurarsi ("Seven, eleven!") il punto vincente. Alla roulette, ma di rado, puoi sentire un piccolo grido uscire dalla strozza di un innocente giocatore - per un "cavalluccio" da diecimila lire? - o qualche battuta ad alta voce dopo un colpo grosso giocato, per i limiti massimi, da un violento puntatore. Ma un applauso, un applauso vero, più simile a quello di uno stadio che a quello di un teatro, io fino a quella notte in una casa da gioco non l'avevo mai sentito. Il casinò ha una sua sacralità, ludica certo, ma rigorosa: il silenzio fa parte delle regole. A chemin, poi! E' il gioco più raffinato, si potrebbe disputare - volendo - solo con i gesti: i croupier dicono che è l'ideale per i sordomuti. Cos'era successo? Il Codino, giunto in poco più di un'ora da Milano per ritirare il suo orologio, si era messo ad attaccare di punta, in piedi, al secondo tavolo. Vestito come al solito di grigio, i lunghi capelli brizzolati raccolti dietro la nuca, con una piccola coda di cavallo. Occhi intelligenti, implacabile e determinato. E subito, di fronte allo spettacolo, si erano formate tre file di spettatori. Il Costruttore, svelto a destarsi dalla sua sonnolenza, grazie alla lunga esperienza aveva subito ben capito che non si trattava certo della festa di compleanno ipotizzata dall'ingenua moglie, ed era accorso ad osservare il gioco in terza fila, arrampicandosi quasi sul collo di chi gli stava davanti e così io, tra gli ultimi arrivati, mi arrampicavo su di lui per tentare di seguire il nuovo colpo in ballo.
Al secondo tavolo di chemin il gioco, fino a quel momento, era stato ancor più lieve e noioso che al grande: quasi tutte le uscite di banco erano di appena duecentomila lire, ovvero il minimo. Al posto numero uno era seduto il Belga, un bel giovane di carnagione scura, di origine siciliana, vagamente somigliante ad Alain Delon. Vidi che alle sue spalle, con aria protettiva, vigilava un silenzioso gigante, uno di quei personaggi che ti aspetti di incontrare in film tipo "Il padrino" o, nella ipotesi migliore, davanti all'entrata di una discoteca. In tandem con il Belga, misterioso e sconosciuto per i frequentatori abituali, usciva di banco il Siciliano, seduto al posto numero sei, vestito elegantemente con una giacca blu e una cravatta in tiro. Il Codino, appena arrivato da Milano, si era trovato di fronte a un banco del Belga di lunga sequenza, partito da duecentomila lirette e giunto ormai a dieci milioni (così, poi, mi ricostruirono i fatti). Con superba disinvoltura lo aveva chiamato, e aveva perso, ed eccoci a venti milioni, salva la cagnotte. E mentre noi ignari al grande tavolo mandavamo avanti una stracca partita, subito il Codino, come sempre irruente, aveva di nuovo chiamato banco e il Belga - che fino a qualche minuto prima trovava sul tavolo, a stento, puntatine di qualche centinaio di migliaia di lire - glielo aveva disinvoltamente accordato, sfilando le carte senza che una sola smorfia ne tradisse l'emozione. Il Codino, tra un colpo e l'altro, aveva ordinato un panino con carne arrosto, e ora lo stava azzannando, senza neanche degnarsi di guardare in faccia il rivale. "Anch'io lo sbirciavo senza guardarlo in faccia" mi avrebbe raccontato poi con fierezza il Belga, durante la notte. "Sono sicuro che aveva chiamato banco perchè era convinto che io passassi mano: lei capisce, pensava che per paura mi sarei ritirato; e lui avrebbe acquistato il seguito. Quando vide che invece sfilavo le carte e gli davo il colpo, mi è sembrato che il panino gli restasse di traverso, in bocca". C'è bisogno di dirlo? Colpo vinto per il Belga, e siamo a quaranta milioni: a questo punto, irrefrenabile, era esploso l'applauso. Intorno al Belga e al suo guardaspalle c'erano altri buttafuori, ma soprattutto il Siciliano era in compagnia di una piccola corte di amici, tutti con mogli o fidanzate, in apparenza estranei al gioco e al casinò, ma non fino al punto di non capire chi vincesse e quanto alta fosse la posta in palio: questi furono i primi ad applaudire e contagiarono tutti, ad esclusione - si capisce - dei professionisti, sempre rispettosi dei diritti altrui.
Ormai da tutta la sala accorrevano a frotte, chiusi i tavoli di roulette, altri giocatori e curiosi. "Banco!", sibilò gelidamente il Codino estraendo dala giacca due pesanti piastre da venti milioni di colore rosato, in gergo definite "aragoste": "Banco! Banco!", ripetè con compiacimento, buttandole sul tavolo in modo altero. Il banco era ormai arrivato a quaranta milioni e in quell'angolo del casinò l'eccitazione aveva raggiunto livelli febbrili. Il Belga sollevò il viso e guardò la platea con occhi di ghiaccio, come un bravo rigorista prima di tirare il calcio di rigore, come un attore consumato al momento di affrontare il pubblico: nella bella faccia olivastra si era disegnato un piccolo tic, mi parve, al labbro sinistro, uno di quei tic che a poker ti consentono, a volte, di smascherare un bluff. Ma qui eravamo a chemin de fer e il Belga, in piena solitudine, doveva decidere se ritirarsi; o accettare la puntata e giocarsi tutto. Nel drammatico silenzio che subito era seguìto all'applauso, questo giovane e, fino a quel momento, sconosciuto giocatore, sfilò lentamente le carte dal sabot. Il Codino afferrò avidamente le sue carte e le lesse velocemente, poi le rovesciò con un lampo di trionfo negli occhi. Otto. Ci fu un mormorìo. Otto a chemin de fer è il secondo punto, il primo e imbattibile è nove. Senza apparente emozione il Belga girò le sue carte e dalla claque del suo socio, il Siciliano, si levò un ululato. Cinque e quattro; nove! Un ululato e poi un altro, chiassosissimo applauso, invano deplorato dagli impiegati, dal croupier e soprattutto dall'ispettore (al quale, giurerei, sarebbe piaciuto comportarsi come nei telefilm fanno i giudici in tribunale e gridare: "Silenzio o faccio sgomberare l'aula").
Il banco era ormai arrivato a ottanta milioni.
Per strano che vi sembri, non è una somma colossale, in questo bellissimo e maledetto gioco d'azzardo. A Montecarlo, a Deauville, a Venezia, a Campione, spesso a Saint Vincent, ho visto dare e chiamare banchi di cento o duecento milioni, e talvolta banchi più alti, ma senza emozione. Ma quella notte era esploso all'improvviso, con la forza gioiosa e violenta di un temporale di estate, un clima da arena, una sfida da gladiatori, da una parte un esordiente che rivelava nervi incrollabili e dall'altra un giocatore maturo e aggressivo.
Il Codino aveva finito i soldi e non poteva puntare più una lira: osservò con rancore freddo il Belga, che sfilava impassibile le carte per il nuovo colpo. (Questo vuol dire che, se il Codino avesse potuto, il Belga aveva deciso di accordargli un colpo da centosessanta milioni. Ma il Codino era senza denaro). Ebbene, come spesso succede in questi casi, esaurita la sfuriata dei puntatori, il banco finalmente cadde: sul tavolo, essendo il Codino obbligato a ritirarsi, erano rimaste solo puntate irrisorie. Così, tra la soddisfazione di parenti e amici, il Belga raccolse e divise con il socio, il Siciliano, un ingente malloppo, accordando al croupier, come se fosse cosa d'ogni giorno, una mancia equivalente a un onorevole stipendio di un mese per qualsiasi lavoratore di qualsiasi Paese sviluppato nel mondo. Intanto il Codino piombava furente nel recinto del nostro tavolo grande, dov'eravamo tutti tornati, e approcciava sbrigativamente l'ispettore. "Certo la partita non si ferma qui, io voglio giocare" sibilò. "Sono senza soldi e voglio cambiare. Voi sapete che cliente io sia. Svegliate il direttore, rintracciate chi volete, fatevi autorizzare, fate quello che dovete e volete. Ma io debbo cambiare e giocare". Era un tono che non ammetteva repliche.
Al nostro tavolo grande, intanto, un giocatore altezzosamente aveva consigliato all'ispettore di sbrigarsi ad invitare il Belga: che lasciasse il suo misero tavolo e accettasse l'onore di spostarsi da noi, che lo aspettavamo a fauci spalancate. Qualche istante dopo, con aria divertita sotto un sorriso mesto di circostanza, l'ispettore ci annunciò l'orgogliosa e inattesa risposta. "Dice: se i giocatori del grande tavolo vogliono misurarsi con lui, si spostino al secondo tavolo. Lui non si muove". Fu in quel preciso momento che non ebbi più dubbi: ci trovavamo di fronte a un giocatore di sangue blu, un emergente di razza. E tutti, come me, afferrarono al volo la nuova situazione. Il primo a capire in verità fu Pitt Bull, un altro straordinario giocatore, un giovane lombardo sempre in giacca blu, che parla come Renato Pozzetto nei suoi film comici e fisicamente ricorda l'allenatore del Parma Ancelotti: uno che non ti molla più, bonariamente, ma fino ad ucciderti, come i pitt bull. Gioca sempre in attacco e ha il vezzo, per superstizione, di far finta di non conoscere le regole. Gira le carte e chiede al croupier: che cosa si fa, si chiama carta o no? (Nel momento in cui chiede al croupier che cosa stabilisca la regola, il giocatore è obbligato a seguirla). Pitt Bull capì prima di tutti che il grande tavolo era ormai finito e fece in modo di spostarsi al secondo. Mandò la sua momentanea compagna, una bionda signora assidua frequentatrice del casinò, a parlamentare con un giocatorino seduto al posto numero due del secondo tavolo, il posto privilegiato, successivo a quello del Belga. E grazie alla piccola e rapida operazione diplomatica, in cui non è certo da escludere il sostegno di una opportuna mancia, il giocatorino gli lasciò il posto: Pitt Bull fu il primo a sedersi al tavolo del Belga. Anch'io annusai la situazione e mi precipitai dall'ispettore, per il gusto di esserci, a prenotarmi per il secondo tavolo. E così dopo qualche minuto, appena si liberò un posto (il numero dieci, l'ultimo), anch'io arrivai al tavolo del Belga, che mi accolse con un largo e inaspettato sorriso.
Com'era prevedibile il Codino, dopo una breve assenza, ritornò in sala con un nuovo pacco di fiches: tra "aragoste" e altro, un paio di centinaia di milioni. Sollevò quasi di peso un conoscente, prendendolo per la collottola, un giocatore che sedeva al numero quattro, e si accomodò imperiosamente al suo posto al tavolo,sistemando davanti a sè una impressionante montagnetta di gettoni: via, via - ripeteva, intanto - questo posto è mio, non scherziamo, mi spetta un posto a questo tavolo, e cominciamo a giocare seriamente! Anche voi sapete, presumo, che spetta all'ispettore assegnare i posti ai tavoli di chemin de fer. Ma ormai, nell'arena, le regole erano saltate: il tavolo grande stava per essere chiuso, il secondo tavolo era diventato il tavolo grande, i protagonisti del tavolo grande occupavano quasi di forza i posti del secondo tavolo, inducendo gli altri giocatori a filarsela. Il Belga ci accoglieva con sorrisi privi di ironia, come un piccolo re benevolo, ben comodo nel suo trono. E in breve, credetemi, anche questa fu una esperienza nuova, non esistevano più problemi, per nessuno. Tutti i giocatori di piccola caratura avevano abbandonato i loro posti, intimiditi dal clima cruento: si preannunciavano livelli insostenibili di puntate. Arrivarono gli ultimi tre reduci dal tavolo grande: il Manager, un giocatore misurato e di poche parole, tra i più corretti e intelligenti; e poi Cassio, un ragazzo dal volto affilato e con una barba rada, come si dice che fosse quello del rivale di Cesare, anch'egli giocatore di categoria aggressiva; e infine il Costruttore siciliano, che era rimasto senza fondi, ma non voleva rinunciare a un posto in prima fila, per godersi lo spettacolo. Eravamo immersi nel chiasso, tra commenti ad alta voce d'ogni tipo: niente più applausi, da festoso che era il clima stava diventando pesante, drammatico. Il recinto del secondo tavolo era stracolmo di curiosi. L'ispettore sfoderò il pugno di ferro. "Fuori, fuori!" gridò alla folla di sfaccendati, che andarono ad assieparsi dietro la mitica cordicella ."Questo è ormai diervntato un grande tavolo." I valletti, di solito pigri se non c'è il richiamo delle mance, accorrevano volenterosi di fronte all'emergenza e riuscirono a ristabilire, a fatica, l'ordine perduto.
Erano ormai le tre e mezza. I posti al tavolo erano così definiti: al numero uno il Belga, al numero due Pitt Bull, al numero tre Cassio, al numero quattro il Codino, al numero sei il Siciliano, al numero otto il Manager, al numero nove il Costruttore e infine al decimo c'ero io, testimone e spettatore più che giocatore (ai numeri cinque e sette si alternarono giocatori di minor forza). Subito, per mia diretta responsabilità, ci fu la seconda, violenta svolta della partita. Il Manager, che nelle sue uscite di banco giocava in società con me, era momentaneamente assente. In assenza dei giocatori è l'ispettore a tirare i colpi, di solito tre, salvo altre indicazioni. L'uscita era di un milione, un cinquecento a testa, e l'ispettore vinse per il Manager i tre colpi rituali, con facilità, come se bevesse un bicchiere di acqua. Poi passò la mano, secondo regola. Il banco era arrivato a sette milioni abbondanti. Ebbene, seduto com'ero al numero dieci, avevo la possibilità di acquistarlo all'altezza, con precedenza su tutti. Di fronte a me, il Codino mi incitava, con segni via via più esasperati della testa, ad acquistare il banco per poi uscire in tandem con me: d'istinto aveva fiutato la possibilità di tirar dentro il Belga, obbligandolo a giocare di punta. Ma io non acquistai il banco. Non acquisto mai il banco del mio socio, tanto più in sua assenza, non solo per prudente condotta di gioco, ma perchè la considererei una ineducata scorrettezza verso il compagno, che ti ha dato l'opportunità di vincere e ha diviso i soldi con te. E poi, se perdi, fai la figura del fesso; se vinci, è come dare del fesso al tuo socio, che ha vinto e giocato per te.
Il Codino mi guardò furioso. Il banco fu acquistato, all'altezza, dal Belga.
Da sette milioni il Belga portò il banco a quattordici, e poi al doppio e ancora al doppio e al doppio, fino ad arrivare quasi a cento: soldi puntati dal Codino, ma anche da Pitt Bull e da Cassio, che si svuotò le tasche e uscì di scena quasi subito. Il Codino è un magnifico giocatore, che va sempre fino in fondo, indifferentemente di banco o di punta. Avete capito la perfidia del boomerang? Se io avessi acquistato il banco all'altezza, dando al Codino l'opportunità di essere mio socio, tutti questi soldi sarebbero stati vinti da me e da lui. Alla mancata vincita si sommavano invece le puntate perdenti: ecco la gravità dello smacco. A un certo punto il banco non fu più coperto. E quando, appagato, il Belga decise di ritirarsi, le montagnette di gettoni davanti al Codino e a Pitt Bull si erano più che dimezzate. Per un po' il gioco andò avanti con sequenze emozionanti, ma sempre segnate da un invariabile schema: ogni volta che il Belga, sempre più euforico (ora si era tolto la giacca, si concedeva perfino qualche lieve battuta), di banco o di punta toccava le carte, vinceva con i punti più inverosimili, uno contro zero, nove contro otto, se l'avverasario aveva sette lui risaliva con la terza carta fino a otto, e così via. Uno spasso per lui e per il socio. Un tappetino con petali di rose. Ricordo che in un altro momento cruciale, quando era di banco, il Belga aveva cinque e sfilò per l'avversario un quattro. E questo (tenete a mente questo, amici miei, sono convinto che già vi state innamorando dello chemin de fer) è uno dei momenti chiave per capire la psicologia di un giocatore. La regola lascia possibilità di scelta al banchiere, se ha cinque dando quattro può tirare o meno la terza carta: le possibilità di migliorare il punto sono equivalenti a quelle di peggiorarlo. Ma i veri giocatori, d'animo e cuore forte, non tirano: anche se il quattro, ne convengo, fa impressione. E' anche una questione di stile: prendere carta con cinque, dando quattro all'avversario, è come indossare i calzini bianchi e corti, come ficcarsi le dita nel naso, come lasciarsi scappare un rutto mentre alla Scala tutti aspettano l'acuto del tenore. Il Belga, guidato dall'istinto, non tirò. (Il Codino, basta dirlo tra parentesi, aveva quattro e perse anche quel colpo). E poi, e poi ancora succedeva che se il Belga, dopo averci preso a schiaffi con i suoi banchi, decideva di passare mano, e Pitt Bull o il Codino acquistavano il seguito, il nuovo colpo risultava regolarmente perdente.
Su uno di questi cosiddetti "seguiti" volò l'ennesimo nove del Belga. Il Codino immolò i suoi soldi residui: sì alzò, salutò dignitosamente, augurò a tutti la buonanotte e se ne andò. Dopo un quarto d'ora - ma voi lo avete già intuito, vero? - ritornò: con maniere brusche, aizzato da Pitt Bull, indusse un incauto giocatore, che si era seduto al suo posto, ad alzarsi sollecitamente, a dispetto di ogni regolamento. Il Codino aveva messo insieme chissà come nuove munizioni, un'altra cinquantina di milioni: le bruciò, con disperato furore, in pochi colpi. Da tempo nessuno aveva il coraggio di applaudire e neanche di sorridere. Quando a chemin scorre il sangue, cresce a poco a poco una sorta di crudele compianto, è evidente il rispetto per i perdenti definitivi. E il Codino era ormai il simbolo, eterno e drammatico, del giocatore perdente: ferito a morte, ma deciso a non arrendersi finchè gli fosse rimasto un minimo di fiato (di denaro, voi mi capite), sfidando incupito la sorte, gli avversari, il mondo intero. Così di nuovo, dopo mezz'ora, bruciato l'ultimo contante, salutò fieramente l'avversario e gli altri giocatori e, con naturale dignità, abbandonò la sala. Era l'alba, ma nessuno aveva voglia di alzarsi dal tavolo. Pitt Bull, il più resistente, giocava in un ruolo poco congeniale per lui, cioè in difesa, sgretolando lentamente il suo capitale. Il Manager e io aspettavamo invano, come cacciatori in una foresta, una nuova opportunità, dopo la magnifica occasione perduta. Il Manager, impassibile come se fosse dietro la sua scrivania in azienda, si inseriva giocando di punta contro Pitt Bull o il Siciliano, appena, d'istinto, scorgeva un momento favorevole. Il Belga faceva strage delle puntate: la metà andava al Siciliano, che invece perdeva sistematicamente, quando era il suo turno.
Erano le sei del mattino quando il Codino tornò ancora, con una trentina di milioni in mano. Lo aspettavamo e sapevamo che in qualche modo sarebbe tornato, come succede in certi film western, quando gli spettatori capiscono che l'eroe sconfitto non vuole darsi per vinto. Dalle tende filtrava nei saloni la luce del giorno, che si mescolava a quella dei lampadari. Eravamo fuori dalle consuetudini del mondo. Eccolo qui, in un borgo della Val D'Aosta, di primo mattino, all'ora in cui di solito ci si alza per andare a lavorare, eccolo qui un indomito giocatore di chemin de fer, l'eroe del film western che non vuole darsi per vinto, e torna a sfidare l'invincibile avversario.
Il Codino ancora una volta riprese orgogliosamente il suo posto: non ebbe bisogno di scacciare nessuno perchè il disgraziato giocatore, che aveva osato sedersi al posto suo, se la svignò diplomaticamente, con un mezzo inchino. Quando giunse il suo momento per il banco, il Codino con uno sguardo sfavillante disse a Pitt Bull: esci con me, quindici milioni a testa. (Il Codino gioca sempre da solo, ma questa volta con evidenza aveva bisogno di una forte uscita di banco, per tentare di mettere sotto schiaffo il Belga, in pochi colpi). L'uscita di banco era dunque di trenta milioni. Tutti ci voltammo a guardare il Belga, che senza un attimo di esitazione chiamò banco. Ed ecco finalmente, dopo molte ore, come non di rado succede al gioco, e di colpo, si invertirono le parti: il Belga girò un otto e il Codino gli scagliò addosso un nove. Banco a sessanta milioni, a parte la cagnotte. Il croupier aspettava, passarono istanti angosciosi. Facemmo qualche puntata irrisoria, perfino il Siciliano puntò due lire: tutti guardavamo e aspettavamo il Belga. Il giovane alzò gli occhi verso gli amici, che lo fissavano con qualche preoccupazione. Sorrise e strizzò l'occhio, come a dire: pensate forse che, giunti a questo punto, io possa avere paura? "Banco", annunciò. Altro che applausi, ormai: ricordo un impressionante silenzio. Girarono le carte e il Belga perse ancora. Il banco salì ben oltre i cento milioni.
Il Codino si alzò in piedi e sfilò subito le carte dal sabot per il nuovo colpo (quando le carte sono sfilate, il banchiere non può più cambiare idea ed è obbligato a dare il colpo). Il silenzio era totale, dalla claque del Belga e del Siciliano non usciva un sospiro. Il calcolo del Codino era lucido e temerario: non aveva fiducia in una sua lunga sequenza, era partito con un'uscita stellare per portarsi subito a quote altissime. Difatti aveva vinto solo due colpi, ma il banco era al di là dei cento milioni. Il Codino si giocava la sua ultima opportunità.
Nessuno osava pronunciare una sola parola e nessuno osava avanzare una puntata. Finalmente il Belga, senza più sorridere, prese a contare le aragoste e le altre fiches che aveva davanti sè e allineò tutti i gettoni, alla punta. "Banco", mormorò ancora con tono di sfida. Non ricordo - scusatemi - quale punto avesse il Belga, era un punto qualsiasi; e subito, quasi con frenesia, il Codino gli rovesciò addosso il suo prevedibile nove. Aveva vinto. Il croupier trattenne la favolosa cagnotte e annunciò: "Il banco è di duecentoventisei milioni". Il Codino, con un'espressione di trionfo e senza una parola di commento, si affrettò a tirar fuori subito le carte dal sabot. Tra la piccola folla ci fu un mormorio emozionato: questo gesto significava che non si ritirava e avrebbe dato il colpo. Il croupier armeggiava con le fiches, contandole a una ad una. Sulle guance del Codino brillavano gocce di sudore. Si guardava intorno, senza fissare nessuno, con occhi febbrili: cinque minuti prima era moribondo, ora gli era tornata miracolosamente la vita. Questo è in fondo lo chemin, come metafora della vita: muori quando non te lo aspetti e vivi quando pensi di morire. Il Belga rifletteva, ammutolito. Davanti a sè aveva solo poche fiches: oh sì, era ancora in forte vincita, ma chissà dove erano finiti gli altri soldi, in tasche nascoste, nelle tasche dei guardaspalle, oppure spediti al sicuro in albergo, chissà. Davanti a sè aveva solo quaranta milioni. Capivamo che il Belga viveva un travaglio psicologicamente terribile: aveva dominato tutta la notte e adesso, in cinque minuti, si lasciava portar via gran parte della vincità, in pochi colpi. Forse ipotizzava anche un colpo di testa: di chiamare il banco per intero, e così di rischiare di perdere tutto. Il suo socio, il Siciliano, lo guardava impenetrabile. Al di là della cordicella gli amici aspettavano, improvvisamente ammutoliti. Il Codino intanto ci guardava con ironia: tutti facemmo qualche piccola puntata, mentre il Belga non accennava a muoversi.
"Il banco è di duecentoventiseimilioni e cinquecentomila lire", scandì il croupier dopo aver contato i gettoni fino all'ultimo spicciolo.
Il Belga con lentezza melodrammatica sollevò tutti i gettoni, i quaranta milioni che aveva davanti a sè, e tutto puntò, togliendosi di tasca ancora qualche piccola fiche di scarso valore, forse per scaramanzia. Il Codino sfilò le carte. Il Belga lesse e annunciò: carta! (Questo significava che aveva un punto debole, da zero fino a un massimo di cinque). Il Codino rovesciò le sue carte: la prima carta rovesciata era un nove. E qual è, a questo punto, la carta più probabile in un mazzo di sabot di chemin? In grande prevalenza sono le ciste, le figure. Dunque, dopo aver scoperto un nove, il Codino aveva forti probabilità di chiudere la partita e di dare al Belga il colpo di un ormai inatteso kappaò. Perchè, in caso di una nuova sconfitta, quasi certamente il Belga, punto nell'orgoglio, si sarebbe rigiocato tutto quel che gli restava.
Invece, la seconda carta rovesciata fu un quattro, e questo significava che il Codino aveva, in totale, tre (nove più quattro, tredici: ovvero tre). Girò la carta destinata al Belga: un nove. La regola dice che il banchiere, avendo tre e dando nove, può comportarsi a volontà: chiedere carta o accontentarsi del suo punto. Il Codino decise di restare col punto che aveva. Il belga, con un sogghigno educato, girò le carte coperte, ch'erano due ciste: nove, annunciò. E aveva vinto.
Di fronte al Codino era rimasto un centinaio di milioni: una somma sufficiente, se avesse voluto, per continuare a giocare con pazienza, aspettando il giusto momento. Era ormai mattino, è vero, ma quale ispettore di casinò avrebbe osato chiudere un tavolo di chemin dove si battevano banchi da cento, duecento milioni? Per tradizione i tavoli di chemin de fer restano aperti finchè c'è gioco. E tuttavia il Codino aveva fretta di conoscere il suo destino. Sapete quanto tempo passa perchè le carte dal posto numero sei, dove era seduto il Codino, arrivino fino al posto numero uno, dove era ancora in agguato il Belga? Cinque minuti al massimo, ovviamente se il banco non si ferma per un filotto. Ed ecco che cinque minuti dopo che il Codino aveva avuto l'opportunità di infliggergli il kappaò, le carte tornarono al Belga per la sua uscita. Con un sogghigno, il giovane contò un pacchetto di gettoni: ventiseimilioni e cinquecentomila lire. Non chiese il raddoppio del suo socio, nè il Siciliano glielo offrì (e questo, poi, avrebbe provocato un piccolo, fastidioso problema tra i due).
Il Codino si avventò come un toro, grandioso e possente, sul manto rosso: il Belga gli sbattè in faccia il primo nove. Banco a cinquanta milioni. Il Codino subito con irruenza chiamò il banco: il Belga gli girò sadicamente in faccia un otto. Il Codino era furente, quasi ansioso di precipitare nel suo destino. Era un suicidio, al gioco, sotto i nostri occhi illividiti dal cinismo. Banco a cento milioni. Ma ormai al Codino, come tante volte lungo la notte, erano rimaste poche fiches: aspettò e aspettò e poi, alla fine, come disegnando nell'aria un gesto di resa, si decise a raccogliere e puntare tutto ciò che aveva. Vinse, com'era ormai chiaro a tutti, il Belga: con un perfido punteggio. Le carte apparvero rivelando uno sberleffo che hanno solo certe donne quando ti tradiscono sotto gli occhi. Il Codino aveva sei, forse anche ebbe la tentazione, contro ogni regola, folgorato da un presagio, di chiamare la terza carta. "Sto", disse infine, quasi un gemito.Con tristezza, e con l'inesauribile dignità di chi sa come si deve morire, il Codino osservò il punto delle carte scoperte dal Belga: sette, naturalmente, come tutti sapevamo. Era finita. Si alzò in piedi: aveva proprio perso tutto. "Questa volta," disse con un sorriso amaro "vi saluto per davvero". Non era vero, naturalmente. Se ne andò e ritornò dopo due minuti, nelle pieghe del portafoglio aveva trovato l'ultimo milione. Così, fece ancora la sua uscita di banco e perse (se avesse vinto, scommetto, sarebbe andato avanti a oltranza, fino a dare il banco a qualsiasi cifra). E definitivamente se ne andò.
L'ultimo a cedere fu Pitt Bull, proprio lui, il grande giocatore di attacco, obbligato a difendere come un cane ferito il cibo che gli era rimasto davanti. Infine ad uno ad uno, rapidamente, tutti i giocatori si alzarono e il croupier (era anche lui un po' emozionato?) annunciò la fine della partita. Il Belga si alzò trionfante, tallonato dal Siciliano e dagli amici della claque. "In quel banco" diceva il Siciliano "era sottinteso che fossimo soci, come in tutta la partita... Mi devi la metà". Non so come sia andata finire.
Gli inservienti pulivano la sala, lavavano i pavimenti. Gli ispettori e gli impiegati contavano i soldi della cagnotte. Credetemi, è incredibile come in un casinò, anche dopo i colpi più emozionanti, tutto prontamente ritorni alla normalità, in pochi minuti. Con il Manager ci avviammo lungo il corridoio che porta all'Hotel Billia, che ospita i giocatori e i clienti di maggior riguardo. Non avevamo avuto opportunità; io ne avevo avuto una sola e l'avevo sprecata, in onore al mio codice di gioco. Diavolo di un giocatore, il mio amico Manager con una grigia condotta era riuscito a vincere qualcosa.
Il giorno dopo, il lunedi sera, e anche questo è un fatto insolito dopo il week end, tutti ci fermammo a Saint Vincent e tutti puntualmente, alle nove della sera, eravamo seduti al tavolo: il Costruttore e Pitt Bull, e Cassio, e altri ancora, perfino l'amico Fulvio; e non si parlava d'altro. Il Codino era tornato con nuove risorse. Tutti aspettavamo il Siciliano e il Belga. Per il Belga l'ispettore tenne a disposizione un posto per qualche ora, perchè potesse sedere al tavolo, in qualsiasi momento fosse arrivato. Ma non arrivò: da quella notte non lo abbiamo più rivisto.
Non solo a Saint Vincent, ma in molti ambienti frequentati dai giocatori di chemin de fer, da quel giorno ogni tanto si parla della emozionante sfida tra il Belga e il Codino, i particolari ogni volta si gonfiano, la fantasia vola, come succede quando si rievocano grandi partite di caccia o di pesca. Ecco perchè ho deciso di raccontarvela, questa strana e grande partita, così come si è svolta, essendo uno dei pochi, per avervi assistito, che sanno davvero come siano andati i colpi e come siano state sfruttate, o bruciate, le molte opportunità che la sorte aveva concesso.
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