martedì, 06 giugno 2006

Chemin de fer, vi dicevo, è il gioco più semplice del mondo. Vi dicevo: non si vince, forse, con la carta più alta, il nove? "Nove... il numero glorioso che dava solo la vincita e il pareggio e mai la perdita allo chemin de fer, il gioco d'azzardo chiamato nei nostri paesi "scià e là", perchè pare consistere nella sua terribile semplicità, nel gesto del banchiere, quando premendo con la punta delle dita fa scivolare una carta a destra e una a sinistra". (Piero Chiara, Una spina nel cuore).

Nella realtà chemin non solo è il gioco di carte più nobile e interessante, e uno dei più antichi, ma anche il più complicato, il più affascinante, il più diretto e violento, e anzi per certi aspetti - come cercherò di spiegare - il più perverso, per una caratteristica. Da una parte, sollecita i giocatori a continue e contrastanti tentazioni; dall'altra, non solo li obbliga alla inevitabilità di una scelta spesso difficile, ma soprattutto, e subito, nei minuti immediatamente successivi alla scelta, li espone impietosamente a un pubblico giudizio, ai commenti degli avversari e degli spettatori. Tutti, in pochi istanti, verificheranno se la scelta effettuata sia stata abile e fortunata, o incauta e perdente.
Saint Vincent, in Val d'Aosta, può essere considerata in questi anni la capitale dello chemin de fer. Nel passato, il primato era di altre case da gioco prestigiose, entrate nella leggenda, come Deauville, Montecarlo, Baden Baden. Il successo del casinò valdostano, in parte imprevedibile, deriva dall'affluenza, dai volumi di gioco e soprattutto dalla continuità: nei giorni feriali sono aperti a Saint Vincent due, tre o quattro tavoli di chemin de fer, durante i tornei anche nove. E spesso proseguono fino alle otto del mattino le partite, che s'iniziano alla sera, intorno alle ore 21, nei giorni feriali, e al pomeriggio, intorno alle 17, nel week end. Il Casinò de la Vallée, con un impegno evidente, ha puntato con determinazione su questo gioco antico e ne ha salvato il gusto, la tradizione, la cultura. In altre case da gioco, dove lo chemin de fer ha vissuto stagioni memorabili, la decadenza è invece altrettanto evidente e probabilmente irreversibile. Ogni tanto, d'estate e in occasione delle festività natalizie, si ha notizia di partite di alto livello a Montecarlo e a Deauville.
Non è una decadenza casuale. Dappertutto nel mondo l'americanizzazione dei giochi (il black jack, la roulette a tiro rapido, le slot machines, il videopoker) è una moda che dilaga e impazza senza freni. Il luna park sta prendendo il posto del casinò. Sono entrati in crisi proprio quei giochi, che hanno fatto la storia dei casinò, che hanno ispirato celebri film, memorabili romanzi: a poco a poco rischiano di estinguersi.
I giocatori di chemin de fer sono migliaia, e assai diversi tra di loro, sia per censo, sia per posizione sociale, sia per cultura e comportamenti, sia per esperienza. Per quasi tutti, al di là della partita quotidiana, i tornei mensili proposti dai casinò (in Italia, Saint Vincent, Campione, Sanremo, Venezia) rappresentano un richiamo irresistibile. Insieme con gli appassionati di chemin più esperti e famosi, ovviamente puntuali all'appuntamento, da ogni parte d'Italia arrivano nei quattro casinò giocatori e giocatrici d'ogni tipo: i neofiti baldanzosi, gli "incalliti" cauti e sornioni e i giovani spericolati, i perdenti rassegnati e gli inesorabili vincenti, i più brillanti giocatori di punta e "banchieri" forse di origine popolare ma di aristocratica sicurezza, ragazze che cercano conforto nei consigli del croupier, scaltre signore con un temibile curriculum. E ancora: giocatori avventurosi e avventurieri predoni, sognatori alla ricerca del colpo della vita e cinici sapientoni, puntatori brillanti e un po' esibizionisti, coraggiosi e irriducibili utopisti determinati ad andare avanti a oltranza con il loro banco, bellezze fatali alla loro prima esperienza (di gioco) e pollastrelle finto-ingenue. I più simpatici, forse, sono gli anziani per non dire i vegliardi, incanutiti al tavolo verde, popolarissimi tra gli impiegati e gli altri giocatori. (Li guardiamo con ammirazione e ci chiediamo con invidia: riusciremo ad arrivare alla stessa età, con la stessa freschezza e lucidità, con la stessa voglia di giocare?).
Mi sono chiesto anch'io molte volte in quale tipo di categoria di giocatori debba andare a collocarmi. La risposta spetterebbe, ovviamente, a quelli che mi conoscono un po'. Ma, a mio parere, rischierei controvoglia essere inserito nell'odiosa e spassosa categoria dei tecnici, ovvero di quelli che sanno (quasi) tutto delle regole e che, probabilmente proprio per colpa di questa competenza, di rado riescono - vincolati come sono dal pessimismo - a cogliere le buone occasioni offerte dalla fortuna.
Nei tornei di Saint Vincent, che da qualche tempo si svolgono in tre "manche", il livello di competizione è assai aspro, la selezione assai dura. I tornei si svolgono dalla mezzanotte di venerdì fino alle cinque del mattino di sabato e dal pomeriggio del sabato fino alle cinque di domenica, infine riprendono nel pomeriggio della domenica e si concludono a mezzanotte. I giocatori cominciano ad affluire nella prima serata di venerdi: dopo qualche ora, molti sono già a tasche vuote. Chi vince un torneo di Saint Vincent, capitale internazionale dello chemin de fer, può essere considerato una sorta di campione del mondo. Di fatto il suo titolo è ufficiosamente rimesso in palio, quasi si trattasse di un campionato di boxe, al torneo successivo, dopo tre mesi. Riconosco però che l'espressione è un po' enfatica, risente delle abituali semplificazioni di stampo giornalistico. In palio nei tornei ci sono premi assai allettanti, come orologi e bracciali d'oro; il premio finale è sempre un'automobile di lusso, una Ferrari o una Porsche.
Succede anche che il giocatore, che si aggiudica il primo premio del torneo, non riesca a vincere denaro in misura proporzionata o che, addirittura, alla fine risulti perdente.
Come è noto, la vittoria nel torneo è assegnata al giocatore che abbia totalizzato, nell'ambito delle tre gare, il maggior numero di colpi vinti a banco. E' possibile dunque che, attratti dalla possibile vittoria nel campionato, molti giocatori si espongano a inseguire una serei positiva tenendo il banco e, di conseguenza, si assumano rischi notevoli: ad esempio giocando con violenza di punta, allo scopo di indurre altri banchieri a passare la mano, interessati a rilevare il seguito. (Se è poco chiaro, spiegherò ai non esperti che cosa significa tutto questo, in un capitolo finale, dedicato alle regole del gioco).
D'altra parte, neanche i dirigenti del casinò, neanche i bravi e riservati funzionari dell'ufficio fidi sanno (o vogliono o possono) indagare nei misteri dei portafogli altrui. E quel che fa testo è dunque solo il campionato, una vetrina prestigiosa. Può allora risultare enfatico sostenere che il campione assoluto è il vincitore del torneo, mentre vincitore vero è colui che, dopo un'accorta condotta di gioco, e con maggior merito se non ha potuto sfruttare una serie vistosa di colpi favorevoli, è riuscito a concludere la serata, o il week end, con il portafogli ben gonfio. Ed è ragionevole affermare che il vincitore di Saint Vincent (visto il volume di gioco e l'affluenza di giocatori di chemin de fer alla casa valdostana) possa essere considerato, se non il campione assoluto, certamente tra i più forti ed esperti in Italia, e di conseguenza in Europa e nel mondo. Vorrei ricordare sommessamente, a difesa della mia vocazione all'enfasi nonchè della mia semplificazione giornalistica, che in ogni gioco e in ogni sport una certa retorica delle definizioni fa parte delle regole della comunicazione. Anche il campione del mondo di pugilato della categoria pesi massimi, probabilmente, non è l'uomo più forte del mondo e neanche il pugile più forte del mondo: non può definirsi tale con assoluta certezza. In qualche porto, in qualche miniera, in qualche sperduto angolo del mondo si potrebbero rintracciare energumeni, in grado di abbattere "il campione del mondo" con facilità, senza allenamento, forse con sbalorditiva semplicità. Ma è il campionato del mondo, è il titolo mondiale a far testo.
Così, se i giocatori interessati fossero d'accordo, per dare ulteriore sapore e interesse alle gare di chemin de fer sarebbe divertente affiggere un cartello, alla fine del torneo, con il nome vero (o con uno pseudonimo, un nome da battaglia, perchè no?) del campione in carica: come del resto si fa in certi circoli, per gli scacchi, il bridge o altri giochi. Sono consapevole che la proposta possa risultare un po' estrosa e altrettanto certo che i dirigenti dei casinò non prenderanno in considerazione questa possibilità, forse in anticipo sui tempi. Ma giorno verrà. Se la passione per lo chemin de fer continuerà ad essere coltivata e diffusa, un giorno sarebbe bello pubblicizzare, almeno all'interno della casa da gioco, che il campione d'estate è l'ingegner Otto Sabot, faccio per dire, piuttosto che l'avvocato Primo Maibaccarà. Questo riconoscimento ufficiale indurrebbe il campione a difendere il suo titolo e gli sfidanti ad appostarsi, studiando l'occasione giusta, per un grande duello. Di più: i grandi casinò, come avviene per i tornei internazionali di calcio, potrebbero accordarsi per una manifestazione collegata, in modo da portare a un tavolo unico - alla fine - i dieci vincitori di ogni singolo campionato.
Sto volando troppo in alto e troppo lontano con la fantasia? Forse. Vorrei però ricordare un episodio che risale al lontano 1750. Si ha notizia che a Spa, la prima capitale riconosciuta del gioco d'azzardo, un piccolo editore ottene un certo successo, con la sola idea si pubblicare una rivista in cui si occupava dei personaggi, famosi e no, che frequentavano le terme e si dilettavano a giocare d'azzardo, a faraone e dadi, successivamente con il biribisso.
Un'idea editoriale buona anche per il prossimo millennio?

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postato da: cesarelanza alle ore 07:32 | Permalink | commenti (4)
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