Tra i molti aspetti fascinosi e originali dello chemin de fer c'è anche questo: una scelta delicata, invisibile agli altri e a mio parere determinante, che può cominciare alcune ore prima o un giorno, qualche volta alcuni giorni, prima della partita. E' la scelta che riguarda l'assegnazione al tavolo, la prenotazione, a volte la conquista di un posto. Non tutti la pensano a questo modo. Ed ecco, dunque, una prima e drastica divisione tra i giocatori di chemin de fer in due scuole di pensiero: quelli che pensano che avere un certo posto al tavolo, anzichè un altro, risulti determinante (sia per i banchieri, sia per chi gioca di punta); e quelli che pensano, invece, che sia il giocatore a "fare" il posto, e non viceversa. Per quel che mi riguarda, sono iscritto da sempre alla prima scuola di pensiero, per i motivi che esporrò.
Prima di addentrarci in questa piacevole analisi, è opportuna una precisazione di natura linguistica. Si tratta di questo: la parola "tavolo" è entrata solo di recente nel linguaggio comune italiano, accettata con evidente schifiltosità dai principali dizionari. In italiano, infatti, si dice tavola, che proviene dal latino "tabula". Ma nessun giocatore di chemin direbbe mai che sta per sedersi alla tavola dello chemin: tutti si sganascerebbero per le risate, più o meno come quando Totò ci fa ridere, in un celebre sketch, dicendo "noio" anzichè "noi". Fu un famoso giornalista e scrittore del "Corriere della Sera", Enrico Altavilla, ad avvertire per primo, puntigliosamente, il dovere di mettere in rilievo, molti anni fa, che "tavolo" era una espressione gergale. Oggi lo Zingarelli accoglie "tavolo", intendendolo come tavola adibita a usi particolari: da gioco, da ping pong, di cucina, d'ufficio, operatorio, anatomico; e come luogo e occasione di confronto sindacale e politico. Per lo chemin de fer non c'è un riferimento specifico: è augurabile che presto ci sia, anche perchè "tavolo", in gergo, è una parola importante per lo sviluppo del gioco; può significare tra l'altro, come vedremo, in bocca al giocatore di punta, che si vuole puntare la metà della somma del banco.
Con la coscienza a posto, torniamo ora a sederci al tavolo, senza più virgolette.
Come ho detto subito, sono assolutamente convinto che un buon posto al tavolo sia determinante per l'esito della partita. Anzi, l'esito della partita comincia a determinarsi nel momento in cui ci viene assegnato un posto anzichè un altro. E' la nascita della partita. E' il primo segno inviato dal destino. Un certo posto ci aspetta. Prima di metterlo alla prova, non possiamo sapere se sarà un posto baciato dalla fortuna, o disgraziato. Non diversamente - per quel che ne sappiamo - quando siamo nell'utero materno non possiamo immaginare se la casa che ci accoglierà sarà quella di una pacifica famigliola borghese in pace con il mondo e con dio, o una miserabile stamberga con un padre alcolizzato e una madre desiderosa di liberarsi al più presto di noi. Subito dopo il parto, dopo i primi vagiti, cominceremo a renderci conto dello stato delle cose. E' possibile che il benessere che ci aspetta sia rassicurante, con voci flautate e dolci ninnananna, biberon all'ultima moda e puliti pannolini. O forse ci aspetta tutt'altro: la fame, il freddo, una repentina malattia; per alcuni infelici neonati la vita s'inizia davanti ai gradini di una chiesa o, peggio, in un bidone della spazzatura. Non diversamente, a chemin de fer, nessuno può sapere quale sia, al tavolo, il posto fortunato della serata, e per quanto tempo un posto, anzichè un altro, sarà assistito dalla fortuna.
Ma se non dipende da me, e nessuno comunque può sapere quale sarà un buon posto e quale sarà un pessimo posto, si chiederà giustamente il lettore, come peraltro sostengono i giocatori iscritti nella seconda scuola di pensiero (quella che non assegna alcuna importanza al posto), che importanza può avere, preoccuparsi di questo problema? Insomma, mi prendo il posto che mi viene assegnato a caso, e poi si vedrà. Così come il neonato, che non può scegliere, è obbligato ad accettare la casa che il destino gli ha assegnato: crescendo, capirà quanto e come dovrà lottare per vivere o anche semplicemente sopravvivere. Ammetto che questo elementare ragionamento possa apparire persuasivo.
Ma non è così semplice. Prima d'ogni altra considerazione, è bene precisare che a molti giocatori piace assaporare ogni fase del gioco e a ogni fase attribuire il gusto e il valore di una cabala. E la prenotazione ha procedure complicate. Perchè perdersi il gusto della prenotazione? E rinunciare ad attribuire alla prenotazione il nostro stile di approccio al gioco? Sarebbe, consentitemi un'altra metafora, come scendere in campo per una partita di calcio, senza allenamento; come fare l'amore, senza preludi. Prima dell'inizio della partita di chemin de fer, si può prenotare il posto attraverso i valletti o gli impiegati del casinò. Quando le partite sono in corso, ci si rivolge invece direttamente all'ispettore, che annota i nomi di ogni richiedente su un misterioso libriccino. I posti al cosiddetto tavolo grande, quello che esclude la presenza di spettatori e limita la possibilità di puntare ai soli giocatori seduti al tavolo, sono sempre rigorosamente assegnati dall'ispettore.
Ecco, allora, che si cominciano a delineare varie possibilità per la prenotazione. Ci si può affidare al valletto, con il quale si intrattengono i rapporti di maggior confidenza. Senza far torto ad altri, per fare un buon esempio, a Saint Vincent il mitico Antonio gode di una diffusa popolarità, E' puntuale e rispettoso, sollecito, comprensivo verso i perdenti, dignitoso verso i vincenti, non lesina a nessuno una parola di incoraggiamento, ma è sempre ben attento, credo istintivamente, a non farsi coinvolgersi nella ragnatela delle superstizioni e degli affari altrui.
Molti giocatori preferiscono affidare la loro prenotazione sempre allo stesso valletto, probabilmente perchè una volta, grazie alla "sua" prenotazione, hanno avuto in regalo dalla sorte una serata fortunata. E la fiducia in questo tipo di ripetitività è un sentimento cieco, nutrito dalla nostalgia, animato dalla speranza. Non solo per lo chemin de fer, ma per qualsiasi gioco. Una volta, alla roulette, ho colto una vincita discreta puntando sul 14: il croupier che raccolse e pagò la mia puntata, un tipo assai simpatico, ancora se la ricorda. Ogni volta che mi vede avvicinarmi al suo tavolo, e a volte sono anche distratto, mi chiede con cortesia: lei gioca il 14, vero? Non dimentichiamo il 14! E chi se lo dimentica più. Da molti anni ormai, continuo a puntare su questo ambiguo orfanello (gli "orfanelli" sono chiamati,inm gergo, otto numeri della roulette disposti in due diversi settori della ruota). C'è bisogno di dire che il 14 non ripaga la mia buona memoria nè quella del croupier, nè la mia fedeltà? E che la pallina dovunque si ferma, tranne che nella sua casella? Finisce sul 20, si adagia sul 31 - le due caselle a fianco - ma col 14 la roulette si comporta come un automobilista assai ligio di fronte a un cartello di sosta vietata.
Molti altri giocatori hanno - per motivi analoghi - un "loro" numero preferito, non solo per puntare alla roulette, ma per scegliere un posto al tavolo di chemin de fer: prenotano per tempo allo scopo di sedersi, se possibile, sempre al numero uno piuttosto che al numero otto o nove. Ancora di recente, una affabile signora, convinta a torto di essere perseguitata dalla sfortuna (alterna le partite a punto e banco con quelle a chemin) mi informava delle buone e razionali - sic - motivazioni, che la inducono a scegliere, assolutamente, il numero sette o il numero otto, e mai il nove. Nonchè il suo disagio, quando quei due posti non sono disponibili, a trovarsi in un altro angolo del tavolo (e spesso le tocca l'odiatissimo numero nove). E quando i numeri sette e otto non sono disponibili perchè già prenotati da qualcun altro, questa brava ed esperta giocatrice - pur non rinunciando, ovviamente, ad affrontare la partita da altra postazione - si considera predestinata a una sorte nerissima. Come un bebè che avesse il presentimento di sbucare nella vita, che so, in un'affollata topaia di Harlem, a New York, piuttosto che in un sorridente attico di Belgravia, a Londra.
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