mercoledì, 21 giugno 2006

La seconda regola, poi! Passare il banco dopo due o tre colpi vincenti? Non è facile, sul piano psicologico, adeguarsi disciplinatamente a questo tipo di comportamento. Poniamo il caso che la mia uscita sia stata di cinquecentomila lire. Ho vinto il primo colpo e il mio banco è diventato di un milione (tralasciamo, per comodità di ragionamento, di calcolare l'incidenza della "cagnotte", ovvero della royalty del 5 %, che spetta al casinò); vinco il secondo colpo e arrivo a due milioni; vinco il terzo colpo e salgo a quattro milioni.
Che cosa voglio di più? Ho portato il mio banco da cinquecentomila lire a quattro milioni, ho vinto tre milioni e mezzo, che cosa pretendo di più? Tutto è successo in pochi istanti: nessun blitz in Borsa, nessuna operazione finanziaria mi consentirebbero, in proporzione, gli stessi margini di lucro.
Eppure, a questo punto, l'eterno quiz dello chemin de fer si ripropone inconfondibile nella sua eterna, misteriosità religiosa. Passare o no? Ci sarà il quarto colpo vincente, in quelle maledette carte nascoste nel sabot? Arriverò a otto milioni (decurtati della quota spettante alla cagnotte, si capisce) oppure perderò tutto in un colpo solo? Chi lo sa! Se le carte non sono truccate, e in un casinò serio le carte non sono mai truccate, nessuno può saperlo. Per quel che mi riguarda, per sdrammatizzare, quando le carte spettano a me, penso a Woody Allen e alla sua celebre battuta sul grande mistero della vita. Ci sarà un'altra vita? Non si sa. Del resto, ci sarà un idraulico libero, il giorno di Ferragosto? E ci sarà un altro colpo vincente, per il mio banco? Forse, mi dico con ottimismo, è più difficile trovare un idraulico disponibile. Il quarto colpo sarà vincente? E poi perchè soltanto il quarto? Non può esserci anche il quinto, il sesto, il settimo, l'ottavo? Non potrebbe esserci una passe formidabile, in quel sabot sempre indecifrabile? Questa è la vocina, che ogni giocatore si sente dentro, questo è l'insolubile dilemma, quando arriva il momento di decidere, dopo ogni colpo vinto. Ce ne sarà un altro? Si troverà un idraulico libero il giorno di Ferragosto? E ci sarà davvero un'altra vita, dopo che avremo chiuso gli occhi? Domande semplici e profonde, come si vede, destinate a risposte personali, senza poter contare su riferimenti affidabili. Per di più, per quel che riguarda lo chemin de fer, il fascino diabolico del gioco sta in questa tenaglia: in questo momento nessuno al mondo può dirmi se il prossimo colpo sarà vincente o no; tra pochi istanti tutti sapremo la verità. Conoscerò subito il mio destino.
Il giocatore di chemin de fer decide il suo destino in pochi istanti. Il regolamento in verità non stabilisce quanto tempo sia concesso. Ma l'usanza impone che il tempo utilizzato per riflettere debba essere breve, comunque ragionevole. Si decide in pochi secondi. Un giocatore freddo e intelligente probabilmente ha già deciso durante il colpo precedente. Se vinco questo colpo, ha detto a se stesso, al prossimo passerò. Oppure: andrò avanti ad oltranza, fino a quando il banco non cadrà.

Un ripensamento, tuttavia, è sempre possibile. Nel giro di pochi attimi, quelli che rendono inimitabile questo gioco, per la sua violenza. Non è in gioco soltanto il denaro, che peraltro può essersi ammucchiato sul tavolo verde, rappresentato dai bei gettoni colorati, in misura considerevole. Non è solo questione di denaro. Esempio: un giocatore ha fatto un'uscita alta, il banco è arrivato a dieci milioni; se vince ancora un colpo, diventano venti. E poi, e poi, e poi chissà cosa succederà. Non sono in gioco soltanto quei gettoni, che ora il croupier sta scrupolosamente allineando davanti a sè, e che tutti già guardano con comprensibile invidia, forse con ingordigia. In gioco c'è qualcosa di più. C'è il tuo prestigio, la verifica del tuo fiuto; la speranza di trovare la "passe" infinita, che hai sempre desiderato nella vita (fa rima, un verso non malvagio, per chi gioca), i dieci e quindici o venti colpi e forse più; la possibilità di tenere il sabot per mezz'ora, un'ora, di coltivare a lungo l'illusione di non lasciarlo mai più.
La decisione, abbiamo detto, dev'essere rapida. E' inutile cercare conforto negli sguardi degli altri giocatori, o tra gli spettatori: in quella signora prudente che sembra scandalizzata per il montare del banco, o nella ragazzina provocante che sembra dirti vai avanti che ce la fai e dopo, se vuoi, ce la spassiamo; è inutile sperare di trovare la giusta ispirazione negli occhi dell'attempato giocatore invidioso, che forse non ha mai visto una "passe" così lunga e appetitosa in vita sua. E' inutile cercare sollievo tra le rughe del croupier, nel suo sguardo professionale e a volte ironico, che sembra dire non c'è nulla qui dentro, in questo ambiente e a questo tavolo, che io non abbia già visto tante volte Perchè anche il croupier, che ha più esperienza di tutti, non può sapere se il colpo sarà vincente o perdente. (Se lo sapessimo, ci hanno detto tante volte i croupier, non saremmo qui a lavorare faticosamente, ma in giro per il mondo a giocare, a vincere e a fare la bella vita). E' inutile guardare l'espressione della faccia del tuo socio, se lo hai. Se il socio è un tipo corretto, sfuggirà il tuo sguardo o ti dirà, più o meno esplicitamente, con un'occhiata: decidi tu, regolati come credi. Se è scorretto, ti manderà un messaggio (vietato dal regolamento) quasi sempre sbagliato: ti indurrà a passare se il colpo è vincente e ti indurrà a tenere il banco, se il colpo è perdente. Tutto comunque è inutile, salvo la tua decisione, e tu sai di essere solo con te stesso.
Di fronte alla decisione da prendere, i giocatori di chemin de fer si dividono in varie categorie. Passare o no? Ci sono "quelli che si accontentano": ovvero quelli che non si pongono il problema dell'esistenza di Dio o di trovare un idraulico libero il giorno di Ferragosto. Quelli che si accontentano passano sempre dopo il secondo colpo o dopo il terzo, dicendo qualche banalità di cui tutti si infischiano, in particolare il croupier e quelli che perdono somme elevate. Le banalità sono rivolte genericamente a tutti, ma in particolare al socio, quando c'è: "Mi scusi, ma sono i primi soldi che vedo in tutta la serata". Regolarmente il socio risponde con un'altra micidiale banalità: "Ma per carità, la ringrazio, questi sono soldi sicuri; mentre il futuro nessuno lo sa". Salvo diventare verdi di bile, i due compari, se il banco tiene ancora per parecchi colpi. Altra banalità, visibilmente bugiarda: "Non vinco mai un colpo in vita mia. Mi sembra incredibile averne fatto due."
Ci sono quelli che, di solito, non passano mai. Scrivo "di solito" perchè, pur con la mia lunga esperienza, non ho mai visto nessuno andare sempre avanti, ad oltranza, tutte le volte. A tutti capita di passare la mano. E a tutti capita almeno una volta di lasciare un banco, che poi si rivela vincente per una decina di colpi e forse anche più. Uno dei più forti giocatori di questi tempi (uno di quelli che meriterebbe il titolo, sia pur temporaneo, di campione del mondo) di solito non si ferma mai, quando ha il banco in pugno. Sono in rapporti amichevoli con lui. Si chiama Fulvio, è un uomo alto, con un naso aquilino, taciturno, educato, elegante, con una bella e simpatica moglie bionda, che da poco tempo ha anch'essa imparato il gioco, con discreto successo. E' napoletano, ha vissuto e lavorato al nord, a chemin de fer protagonista di sfide memorabili con altri giocatori di notevole valore; gioca abitualmente di punta, non è fortunato particolarmente come banchiere, eppure di solito non passa mai la mano, come si dice in gergo per indicare il giocatore che rinuncia ad andare avanti e preferisce ritirare la vincita acquisita. Però ho visto anche lui e chiunque altro, qualche volta, passar mano: chissà perché. E a tutti è successo di lasciare un seguito importante. Non è il caso di provare imbarazzo o, peggio, vergogna, se capita di lasciare un seguito favoloso alle altrui fauci. Capita a tutti. Anche se la delusione brucia molto.

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postato da: cesarelanza alle ore 07:10 | Permalink | commenti
categoria:007 - difficile passare il banco