venerdì, 23 giugno 2006

Ci sono quelli che seguono l'istinto, e sono pericolosi per sè e per gli altri. Io sono tra questi. Noi che seguiamo l'istinto siamo pericolosi per noi stessi perchè, assai spesso, l'istinto è traditore. Però, qualche volta, diventiamo pericolosi, micidiali anche per gli avversari. In linea di massima, ad esempio, siamo considerati prudenti. E, per la verità, per quanto mi riguarda, prudente sono davvero. E così la mia vincita più forte a chemin de fer, la mia vincita storica, è stata quando mi sono trovato di fronte un giocatore convinto di riuscire a farmi passare, e mi chiamava banco, banco, banco, allo scopo di farmi passar mano. Ma io lo avevo osservato con attenzione e avevo bene in mente una regola non scritta, ma fondamentale a chemin de fer. Non si gioca contro la sorte in senso generico, ma si misura precisamente la propria fortuna contro quella di un'altra persona. Il punto è dunque questo: questa sera, in questo momento, sono più fortunato io o sei più fortunato tu? Avevo ben osservato questo giocatore e avevo misurato l'incredibile sfortuna, da cui quella sera era perseguitato. Per di più, egli era reduce da una settimana di grandissima fortuna, in cui aveva sbaragliato tutti, saltando da un tavolo all'altro, vincendo centinaia di milioni e mettendo tutti in ginocchio. Ma quella sera no, quella sera era - all'improvviso - sfortunatissimo; e inoltre, errore micidiale per qualsiasi giocatore, non riusciva a farsene una ragione, era convinto che vincere fosse per lui ormai un diritto acquisito, e perdere un sopruso inflitto ai suoi danni da un destino maligno. Ebbene, quel giocatore era convinto che io fossi abituato a passare mano dopo tre colpi, quattro al massimo. E, per la verità, aveva anche ragione: questa è la mia abitudine. Senonchè a poco a poco avevo tentato di raddrizzare una serata cominciata malissimo, e a poco a poco la fortuna aveva cominciato a sorridermi. Succede. Così arrivò il momento magico - per me - in cui, seguendo l'istinto, "sentii" che stava per scoccare l'inizio di una "passe" importante. Lui chiamava il banco e io sfilavo le carte; lui era convinto che io passassi la mano e io giravo le carte con otto e nove di battuta, quanti mai ne avevo visti in vita mia. Arrivammo a una cifra davvero considerevole e diedi il colpo, davanti ai suoi occhi sbalorditi. Poi, passai la mano; e, gioia sublime, che intender non può chi non la prova, avevo visto giusto: fu proprio lui, il mio avversario, a rilevare il seguito e a cadere subito, al primo colpo.

Vorrei ancora intrattenermi sui giocatori che seguono l'istinto, categoria di cui faccio parte: pertanto, la conosco un po' meglio delle altre. L'istinto è traditore: ne sono consapevole e l'ho già scritto. Vi racconto la peggior esperienza che ho avuto, un colpo da kappaò, quello cosiddetto d'incontro: quando il pugile va avanti sul ring, euforico e allo sbaraglio, in vantaggio, in gran forma; e all'improvviso dai guantoni dell'avversario parte una stilettata fulminea, l'uppercut che raddoppia la sua potenza proprio perchè ti prende sul muso mentre sei proteso di slancio in avanti. Avevo il banco ed era una serata di torneo. Ero giunto al settimo colpo, a pochi minuti dalla chiusura, fissata come sempre verso la mezzanotte della domenica. Il primo giocatore nella classifica del torneo aveva raggiunto otto colpi: a quell'epoca, un paio di estati fa, il primo premio del torneo a Saint Vincent, una bellissima automobile si assegnava ancora dopo una sola manche, al giocatore primo in classifica. Al settimo colpo, ero dunque arrivato al secondo posto nella classifica del torneo, e la gara si stava esaurendo: ero, in pratica, l'ultimo giocatore in competizione. Si trattava dunque dei colpi decisivi. Ero al secondo posto in classifica, a pari merito però con altri due giocatori, che in precedenza avevano anch'essi raggiunto il limite dei sette colpi: come minimo, dunque, avevo raggiunto il diritto di partecipare all'estrazione a sorte per l'aggiudicazione del secondo premio, un orologio di discreto valore. Al primo posto in classifica c'era un altro giocatore, con otto colpi vinti.
Eccomi dunque all'ottavo colpo della mia "passe" positiva. Se avessi vinto, avrei raggiunto a pari merito il primo posto in classifica e, come minimo, avrei partecipato all'estrazione per l'aggiudicazione dell'automobile; se poi avessi vinto due colpi, sarei diventato primo in classifica, da solo, e l'automobile sarebbe stata tutta mia.
Ero euforico, spinto dalla fortuna con cui avevo vinto quei primi sette colpi. Otto e nove, nove e otto di battuta per i primi quattro colpi. Al quinto colpo, c'erano state pochissime puntate e avevo messo da parte un bel "garage", parola gergale, vuol dire che avevo avuto la possibilità di accantonare una buona parte della vincita (in caso diverso, chissà, forse avrei passato mano). Vinco il quinto e il sesto colpo più o meno alla stessa maniera, per due volte di seguito il mio punto è sette con le prime due carte, mentre il mio avversario di punta per due volte di seguito chiede carta e io gli dò due figure. Nessuna sofferenza! Vittorie facili e certe. Una passeggiata. Settimo colpo: un bel nove di cuori, di battuta. E che cosa c'è di più bello al mondo di un bel nove di cuori a Saint Vincent, in una bella notte d'estate, al settimo colpo vincente di una "passe" che ti sta portando a vincere il torneo? Ero dunque in quel pericoloso stato d'animo, di cui tutti i giocatori dovrebbero diffidare, e invece mai imparano a diffidare, nonostante l'esperienza e le brutte sorprese. E' lo stato d'animo in cui vincere ti appare un diritto divino, perdere un sopruso ormai impensabile, un accidente riservato solo agli altri, al resto del mondo.
Mi aspettava, puntuale, quel sopruso.
All'ottavo colpo, sfilai le carte con grande ottimismo. Il mio avversario chiese carta, io scoprii le mie e avevo un asso, cioè uno. Il mio avversario chiese la terza carta, aveva zero, io gli diedi un asso e dunque il suo punto era diventato uno; convinto di perdere, mi mostrò le carte, mentre io sfilavo la mia, sentendomi il cuore in paradiso e le chiavi dell'auto già in tasca. Lui aveva uno e io avevo uno, e stavo girando la mia carta: come non vincere? Al minimo, pensai in quella frazione di secondo che i giocatori di chemin conoscono tanto bene, così rapida e così lunga, avrei pareggiato. Perché c'era una sola carta, che avrebbe potuto farmi perdere; una sola carta avrebbe potuto far crollare il mio bel banco trionfale. Una sola carta.

La riconobbi subito, mentre la tiravo fuori dal sabot. Tutti i giocatori esperti riconoscono subito il valore delle carte di chemin de fer, che spesso appaiono incomprensibili ai novellini. Era - lo avrete già intuito - un nove: di picche, per la precisione, per crudeltà della sorte (quasi tutti i giocatori sono convinti che le picche portino rogna). Il mio avversario, che aveva zero, vinse dunque il colpo con uno. E io, che avevo uno, presi la sola carta che mi potesse far perdere, un nove, e scesi a zero.
Da quel giorno credo un po' meno nell'istinto. Resto iscritto alla categoria dei giocatori d'istinto, pericolosi per se stessi e per gli altri, ma con un pizzico di convinzione in meno. Quando debbo decidere, cerco l'ispirazione in altri punti di riferimento, oltre che nell'istinto, quel misterioso impulso suggerito da una insistente vocina che sentiamo dentro di noi e spesso ci spinge verso la scelta peggiore, o perchè si diverte a mandarci fuori strada, o perchè siamo noi incapaci di decifrarne il senso. E quali sono, questi altri punti di riferimento? Ogni giocatore di istinto coltiva le sue bizzarrie. Io posso raccontarvi le mie. C'è un vecchio quadro appeso da sempre alla parete vicina al secondo tavolo di chemin, a Saint Vincent, una vecchia amabile crosta in cui si vedono tanti giocatori intenti a seguire la roulette. Intenti no, per la verità. Sono tutti rivolti da un'altra parte, incuranti della roulette, guardano cioè fuori dal quadro, verso la sala da gioco, verso di noi. All'esistenza di quel quadro, per buffo che sia (alcuni giocatori sono vestiti esattamente come i croupier) molti giocatori sono un po' affezionati, certamente abituati: fa parte dell'ambiente.

© Cesare Lanza. Tutti i diritti riservati. È vietata la riproduzione anche parziale.

postato da: cesarelanza alle ore 07:57 | Permalink | commenti
categoria:008 - istinto traditore