lunedì, 26 giugno 2006

Quando sono seduto al secondo tavolo, ma qualche volta anche al primo, in taluni frangenti, prima di decidere se dare il colpo o ritirarmi, alzo lo sguardo per fissare i giocatori del quadro e tentare di cogliere l'ispirazione giusta. Se il mio sguardo cade su un giocatore dall'espressione a mio giudizio simpatica, mi sento incoraggiato a tirare il colpo. Se lo sguardo cade su un giocatore con un vestito violaceo, colore che odio con tutto il mio cuore, passo la mano. Più di tutte, preferisco una giocatrice biondina con un corpetto rosso a forma di cuore. Se il mio sguardo cade sulla biondina del quadro, tiro il colpo e sono convinto di vincerlo.
Altre ispirazioni, a volte, cerco nella memoria. Ho mai giocato un colpo con analoghe caratteristiche? Mi sono mai trovato in questa stessa situazione? Ebbene, sì. E come andò? L'intenzione sarebbe di seguire l'esempio precedente, considerandolo istruttivo. Se quel colpo analogo andò bene, bisogna osare anche questa volta; se invece andò male, bisogna ritirarsi. E tuttavia l'istinto, insidiosissimo, torna a rifarsi vivo. Quella molesta vocina ti sussurra dentro, mentre stai prendendo la tua decisione: ma no, fa' il contrario, ti dice la vocina; se hai vinto quall'altra volta, mica vorrai vincere sempre, passa la mano; e se hai perso, certo non perderai ancora, riprovaci ancora!

Passare o no? Ci sono quelli che non danno mai il colpo, se nel colpo precedente le puntate sono state esigue: ho vinto, ragionano così, quando le puntate erano basse, dunque sono entrato in sfortuna. Ma ci sono anche quelli che danno il colpo, per lo stesso identico motivo: le puntate erano esigue, il "garage" è generoso, adesso ci si può sbizzarrire fino in fondo. Poi ci sono quelli che non danno il colpo se il banco è coperto da tante puntate, da tanti giocatori in gruppo: per il principio, che vi ho già esposto, e cioè che lo chemin de fer è una partita tra giocatori. E quindi bisogna misurare la fortuna testa a testa: uno contro tutti è rischioso (in mezzo al gruppo ci può essere un giocatore di fortuna determinante). Mi sembra un principio ragionevole. O forse no? Mi sembra di sentire l'obiezione, che ho ascoltato milioni di volte: le carte all'interno del sabot mica possono cambiare, quelle sono e quelle restano! E' vero. E' indiscutibile. Tuttavia, se il colpo ti mette di fronte a un giocatore fortunato, in buona serata, questo è un buon indizio per capire, per prevedere che il rischio è molto alto. Una buona regola è quella di aspettare un po', prima di sfilare le carte (dopo che le carte sono sfilate, è obbligatorio dare il colpo, non ci si può più ritirare) e verificare quale sia il giocatore impegnato a chiamare di punta.
Ci sono difatti quelli che danno, o non danno, il colpo, in relazione a chi chiama il banco: se alla punta c'è un giocatore fortunato, scappano; se alla punta c'è un giocatore jellato, danno il colpo. Ma ci sono anche quelli che, per togliersi il pensiero e i tormenti del dubbio, sfilano le carte subito dopo aver vinto (per regolamento sarebbe proibito), senza neanche aspettare l'invito del croupier: così, non possono più tornare indietro. Ci sono quelli che non danno il colpo a giocatori in piedi, estranei alla partita: con la giustificazione che non vogliono correre il rischio che il denaro, eventualmente perduto, non resti al tavolo (e di conseguenza rigiocabile). Innumerevoli poi i giocatori, che si regolano in relazione all'ultimo punteggio ottenuto. Con un'infinità di luoghi comuni, di motti popolari. Parità di sette? Il banco a fette. Parità di sei? Il banco è forte. La punta aveva nove e il banco - che legge le carte per secondo - ha fatto il miracolo di pareggiare? Allora il banco è forte, il colpo si dà. La punta aveva sette, il banco aveva zero e gira un otto o un nove? Il banco è forte, si può andare a oltranza (ma ci sono, invece, quelli che passano per l'opposta ragione, nei due casi: pensano che il banco abbia resistito con le ultime risorse e prodotto il maggior sforzo possibile, dunque adesso è "stanco" e rischia di cadere).

A qualsiasi categoria apparteniate, io penso che alla radice delle decisioni ci sia sempre, o quasi sempre, un misterioso impulso che arriva dalla nostra personalità più segreta, segreta a volte anche per noi, o inesplorata, e che si svela via via, puntuale e inesorabile, nelle più strane circostanze.
Il pericolo, per il vero giocatore, è di cedere alla tentazione di "andare fino in fondo"; la tentazione di giocarsi tutto. Il giocatore vero è esposto a questo rischio: sa, sente dentro di sè, che può arrivare il momento di "giocarsi tutto"; lo farebbe nella vita, può farlo nel gioco d'azzardo. Quando avevo vent'anni, a quel tempo ero un giovane cronista di un quotidiano sportivo, giocavo spesso a poker con personaggi più anziani della redazione. Uno dei giocatori più importanti era un vecchio correttore di bozze, napoletano, filosofo, coltissimo. Ne parleremo più avanti. Dico subito, qui, che ci pelava quasi sempre. Arrivava prima o poi il momento in cui lui prendeva tutto il denaro che aveva davanti e rilanciava dicendo: mi gioco tutto. (Se qualcuno andava a vedere, aveva il punto vincente. Ma se tutti passavamo, e gli chiedevamo di farci vedere le carte, si scopriva che era in bluff). Un rilancio totale e definitivo: mi gioco tutto. Quel correttore mi ha insegnato tante cose - soprattutto per quanto riguarda il coraggio e la dignità - anche se lui, purtroppo nella vita, e non certo al tavolo verde dove invece era quasi sempre vincente, si era davvero giocato tutto, per orgoglio; e aveva perduto.
"Che cos'è l'eroismo?" mi disse una volta, filosofeggiando, prendendomi a braccetto, mentre ci avviavamo al consueto appuntamento per la partita a poker, al circolo del giornalisti, nel quartiere Flaminio, a Roma. Capiii che voleva spiegarmi, in modo divulgativo, una delle sue ardite teorizzazioni sulle possibilità di affrontare la vita. "Un eroe, ad esempio", disse "è considerato un uomo che si butta sotto le ruote di un autobus per salvare la vita di un bambino, se il bambino sta per finire sotto le ruote dell'autobus."
Restai in silenzio, in attesa.
"Ma se non c'è nessun bambino che sta per finire sotto le ruote dell'autobus," aggiunse il mio amico con una risata "quell'uomo non potrà mai dimostrare di avere qualità eroiche! Per tutta la vita sarà stato uno come tanti, senza infamia e senza gloria, anonimo, un tipo anonimo che aspetta l'autobus."
Ancora un po' di silenzio.
"Il giocatore vero" concluse il mio amico "è quello che sa, che sente dentro di sè, che si butta: se arriva l'autobus e c'è il bambino, si butta. Parlo di situazioni di gioco, si capisce."
Che cosa concludere? Quello che mi disse il mio amico, strizzandomi l'occhio. Cari amici giocatori, auguratevi che l'autobus non passi mai e che i bambini se ne stiano tranquilli sul marciapiede, ben custoditi dai genitori.
Se passa quell'autobus, sono guai. La tentazione del giocatore è di andare fino in fondo. E quando si va fino in fondo, in una sfida chiaramente impossibile, raramente ci si salva.

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postato da: cesarelanza alle ore 07:12 | Permalink | commenti
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