lunedì, 03 luglio 2006

Concediamoci a questo punto una breve pausa, rispetto alle vicende dello chemin de fer, e chiediamoci: in questo gioco appassionante - come in qualsiasi altro gioco d'azzardo - si può essere certi che tutto avvenga secondo regole? Abbiamo parlato di bon ton, di superstizione. Ma è possibile che nel gioco si verifichino scorrettezze? Sono numerosi i bari? Quali cautele è opportuno prendere?
E' una lunga storia.
Nella Venezia di Giacomo Casanova (1725-1798) il celebre avventuriero e il suo compare Domenico Scarlatti imbrogliavano le carte riuscendo a non farsi smascherare. I trucchi erano favoriti dalla luce scarsa, allo scopo di non far vedere le carte; la penombra favorisce la possibilità di manipolare.
Sono, come tanti, un tenace ammiratore di Casanova, lo considero un personaggio in credito verso la Storia. Il suo nome, in tutto il mondo, è considerato il simbolo del seduttore, dell'avventuriero, del baro. Certamente egli è stato anche tutto questo, ma è stato anche uno dei più grandi narratori del suo secolo: la sua qualità di scrittore passa, purtroppo, in secondo piano rispetto alla fama ottenuta come amatore, truffatore, giocatore.
Fu anche un baro, Casanova? Nella sua celebre autobiografia, è cauto. Parla volentieri, come tutti sanno, delle sue continue peregrinazioni e delle sue gesta di grande amatore. Ma offre di sè un certo ritrattino, in cui ammette che il successo gli procura antipatie, fin da giovane: "Abbastanza ricco, dotato da madre natura di un fisico che faceva colpo, giocatore nato, prodigo scialacquatore, gran parlatore sempre mordace, nient'affatto modesto, audace, donnaiolo impenitente, pronto a fare lo sgambetto a qualsiasi rivale e amante solo delle compagnie divertenti, non potevo che riuscire detestabile un po' a tutti". Ma barava o no? Certamente sì, anche se ha l'atteggiamento - quando parla delle sue prodezze - di colui che, al massimo, si spinge, così scrive, a "correggere" la fortuna. Ammette esplicitamente di barare soprattutto quando racconta che, cavallerescamente, trucca il gioco per aiutare, a suo danno, qualche bella dama - preda agognata - a vincere, ad esempio, una partita di faraone. Per far questo, conosce ogni astuzia e ogni malizia. E come si può pensare che, nei frequenti momenti in cui si trovava in bolletta, non utilizzasse la sua abilità anche a suo favore? Si lascia andare talvolta a sbrigative ammissioni: "Potevo star sicuro", racconta una volta "che quel famigerato baro non mi aveva messo l'occhio addosso per spennarmi e così, visto che non potevo dubitare che sapesse veramente il segreto per vincere e che mi offriva la metà del guadagno, misi a tacere ogni scrupolo e gli promisi il mio appoggio".
Nei suoi lunghi viaggi in Europa, Casanova accumula una lunga esperienza nei giochi allora di moda, il faraone e la bassetta, il picchetto (di cui racconta una partita durata quarantadue ore) e la cometa, il trik e il whist, la primiera e il tric trac, il trente et quarante e la quadriglia, la marsigliese e il biribissi, la bancarotta e il quindici. E certamente ne dimentico molti altri.

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postato da: cesarelanza alle ore 07:14 | Permalink | commenti
categoria:012 - i bari