venerdì, 07 luglio 2006

Abbiamo appreso che a Marrakesh la truffa era organizzata per le partite di chemin de fer. Le carte, magnetizzate (simili a carte di credito), erano lette da un computer e portate a conoscenza del croupier e dei giocatori-truffatori seduti al tavolo, prima che uscissero dal sabot, l'apposito contenitore: in modo da consentire le puntate più alte nel momento più opportuno. Con qualche comico contrattempo: si è saputo infatti che, a causa del cattivo funzionamento del computer, a volte le segnalazioni risultavano sbagliate, per la gioia dei giocatori abitualmente spennati.
Nell'estate di tre anni fa il più famoso baro italiano, Giuseppe Martorana, re dei trucchi e dei travestimenti, ricercato dall'FBI, spauracchio dei casinò di tutti il mondo, era stato arrestato in flagrante insieme con alcuni complici, dopo una lunga indagine giunta a buon fine grazie alla collaborazione del più grande casinò d'Europa, Saint Vincent. Era abilissimo nel sostituire - sotto gli occhi di tutti, come un prestigiatore - le carte del sabot con altre decisive (9 e 8), che nascondeva nel taschino. Un "numero" classico del mestiere: quasi come il mitico asso nella manica, stravisto a cinema, che il baro nasconde e utilizza a poker.
Ma spesso, senza barare tanto pericolosamente, a giocatori esperti, a meno che non siano tutti jellatissimi, basta occupare tre o quattro posti strategici, per controllare, se non proprio dominare, la partita di chemin de fer. Difatti, nei casinò più prestigiosi, gli ispettori decidono l'assegnazione dei posti con molta attenzione. Martorana agiva con una serie di complici, in piedi e al tavolo. Le sue imprese colpiscono l'immaginazione perchè erano realizzate grazie a una prodigiosa serie di travestimenti, effettuati nei gabinetti, durante la stessa giornata, per sfuggire all'osservazione degli ispettori e dei giocatori più smaliziati. Le cronache probabilmente esagerarono, con enfasi tipica, l'entità dei colpi messi a segno dal baro.

E alla roulette si può barare? Secondo una diffusa convinzione, molti sospettano che un abile croupier impari a inviare la pallina, dopo migliaia di lanci, nella casella desiderata. Una prodezza impossibile. La pallina gira inversamente alla ruota, con due velocità non programmabili: quando sta per cadere, infatti, picchia quasi inevitabilmente su uno dei dadi del cilindro, col risultato di subire un'ulteriore deviazione. A volte, la ruota o la pallina sono calamitate o manipolate; E' impossibile far cadere la pallina in una determinata casella, è probabile però che si fermi in un settore prestabilito di 10/15 numeri (vantaggio sufficiente per ottenere cospicue vincite).
I trucchi alla roulette, in un casinò rispettabile, sono possibili solo grazie ad accordi tra impiegati infedeli e giocatori. I più frequenti sono due: il primo, assai rozzo ma efficace, attraverso il cambio dei soldi. Il giocatore butta centomila lire sul tavolo annunciando la puntata; il croupier complice, nella confusione, gli dà un resto calcolato non sulle centomila lire, ma su due, trecento, un milione. Il secondo: il piazzamento disonesto dei gettoni, in gergo "pussette", nell'attimo successivo a quello in cui cade la pallina. Non è indispensabile la complicità di un croupier. Un abile pussettista (si dice che esistano "scuole" a Casale Monferrato e Alessandria) bara sotto gli occhi di tutti, giocatori compresi.
Gli inviti sfarzosi per una vacanza di gioco: ecco l'altro aspetto che suscita curiosità, nella vicenda di Marrakesh. Il retroscena è semplice. Esistono elenchi (top secret) di migliaia di giocatori abituali, appassionati e incalliti, professionali e dilettanti. Sono clienti ambitissimi e invitati dalle case da gioco, spesso attraverso il cosiddetto "porteur", ovvero un agente incaricato di invitare i giocatori, senza spese di alcun genere, nè di albergo nè di viaggio. Un sistema che funziona dovunque, da Las Vegas e Atlantic City alla Slovenia e alla Turchia, a spedute e affascinanti isolette dei Caraibi. Il trattamento è proporzionato alle possibilità del giocatore. Durante il mondiale di calcio americano del '94, i casinò di Las Vegas offrivano ai giocatori europei più brillanti addirittura il viaggio in aereo col Concorde, da Parigi. Al contrario di Marrakesh - dove chi voleva "ritirarsi", si è scritto, era duramente minacciato - non c'è obbligo di giocare. La legge lo vieta. Ma l'invito è chiaramente una proposta seducente, il patto più o meno tacito è di passare alcune ore al tavolo verde e "investire" un certo gruzzolo (minimo, cinque milioni).

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