lunedì, 24 luglio 2006

Da sempre difendo i diritti del giocatore ad affrontare - correttamente, si intende - il rischio di una partita di azzardo. E tento di esporre alcune argomentazioni all'attenzione di coloro che, non sempre con insopportabile moralismo, ma spesso in buona fede, sospinti da intenzioni altruistiche e ragionevoli, ritengono che il gioco sia, tout court, un pessimo passatempo, forse un vizio pericoloso.
Una caratteristica importante del gioco è questa: consente, come poche altre situazioni della vita, la parità sociale. Sappiamo, ad esempio, che vivere e morire non è cosa uguale per tutti. La condizione sociale stabilisce importanti, speso crudeli differenze. Del resto non si è uguali nel nutrirsi, nel vestirsi, nelle opportunità di studiare, lavorare, far carriera, godere della qualità della vita. Non si è certo uguali nelle probabilità di ammalarsi, e ancor meno al momento di affrontare la malattia. Oltre alle partite di gioco d'azzardo, mi viene in mente solo un altro vero e autentico momento di parità sociale, quello del rapporto sessuale; nel momento in cui una principessa di casa reale decide di concedersi all'amante privo di sangue blu, mettiamo un gagliardo corazziere o un attraente campione di sport, o anche l'autista, la guardia del corpo, il giardiniere, nel momento esclusivo dell'unione sessuale e degli augurabili orgasmi, i due amanti sono assolutamente pari. Ma non lo sono un minuto prima, non lo sono un istante dopo.
A chemin de fer, anche se ti trovi al tavolo con gli uomini più ricchi del mondo, di fronte alle vostre puntate sul tavolo, nel momento in cui state per sfilare le carte, siete finalmente persone di pari opportunità. Non c'è distinzione che possa esere determinata dalla ricchezza, dalla cultura, dall'educazione, dall'ambiente in cui siete nati e cresciuti e vi siete addestrati alla guerra della vita. Diverse ovviamente sono le emozioni e le reazioni al momento di vincere o di perdere perché divderse sono le possibilità economiche. Ma uguale, di fronte al destino, una volta stabilite regole uguali per tutti, è la vostra possibilità di vincere o di perdere. Un minuto prima e un minuto dopo le nostre diversità, sul piano sociale, ritornano com'era prima. Ma durante "quella" puntata siamo uguali, esattamente come in amore. (Quando gioco, disse poi una volta la Bella Otero, mi sembra di avere venti amanti. Ma questo è un altro discorso).
Nel gioco, per secoli e secoli, si è tentato di emarginare le classi sociali meno abbienti, tranne al momento di sfruttarle attraverso le lotterie, che sono più o meno un espediente fiscale. Non a caso i potenti tentavano di riservare solo per se stessi i giochi d'azzardo, considerati invece una minaccia per la solvibilità delle classi "inferiori". Da una parte si è cercato dovunque di riservare, di fatto, solo a nobili e potenti i giochi d'azzardo più interessanti e divertenti. Dall'altra, anche in epoca moderna, anche nelle società più democratiche, si estende speculativamente al "popolo" - come una facile tassa - soprattutto qualsiasi volgare e strozzinesca lotteria, dal sempiterno lotto al "gratta e vinci", che è di moda in questi anni.
Luigi IX nel 1254 mette fuori legge tutti i fabbricanti di dadi. Carlo IX li proibisce insieme con i birilli e le boccette. Altre proibizioni si verificano con Carlo X e da Luigi XIII a Luigi XVI. Nella Parigi del diciassettesimo secolo la passione per il gioco (passione sfrenata per faraone ed ecarté, celebrati nelle memorie di Casanova) esplode incontenibile. Curiose limitazioni e aperture si alternano durante la Rivoluzione francese e sotto Napoleone.

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postato da: cesarelanza alle ore 06:55 | Permalink | commenti
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