mercoledì, 26 luglio 2006

Indifferentemente, in centinaia di secoli, e in tutti i Paesi del mondo, si trovano ricorrenti contraddizioni. Dovunque lo Stato fa il biscazziere, inventandosi la gestione delle più strampalate e popolari lotterie, allo scopo di assicurarsi facili e cospicue entrate. E contemporaneamente, con ipocrisia, sotto le più varie pressioni religiose o politiche, impone limiti e divieti o di fatto provoca restrizioni di stampo elitario. Il 15 gennaio 1629 Luigi XIII ordina solennemente che chi, per tre volte, si "prostituisca" con l'azzardo, deve considerarsi disonorato ed escluso dai pubblici uffici. Ma il veto vale solo per i plebei perchè a Corte, negli stessi anni, si gioca regolalrmente dalle 15 alle 18: con tavoli separati, per il re e la regina. Se le cose non sono cambiate di recente, una legge francese misconosciuta vieta di portare con sè un mazzo di carte. La Francia tuttavia è il Paese europeo con il maggior numero di casinò, ai quali è imposta la tassazione più alta che si conosca, con grande soddisfazione per le casse dello Stato.
George Washington affermò che il gioco è il figlio dell'avarizia, il fratello della corruzione e il padre del male. Doveva avere i suoi buoni motivi: a me sembra, francamente, un'invettiva violenta. Sono d'accordo invece con lo scrittore Mario Puzo, l'autore del "Padrino", il quale con maggior buon senso propone: tutti i genitori, come faccio io, ha scritto, dovrebbero insegnare ai propri figli a giocare a carte, perchè si tratta di una esercitazione che prepara alla delusione delle difficoltà della vita.
Sul gioco, che ha attratto in ogni epoca i personaggi più celebri, da Giulio Cesare a tanti statisti del nostro secolo, in primo luogo il grande Winston Churchill, si sono abbattute tuttavia le deplorazioni dei moralisti. Uno di questi è Carlo Goldoni: "Le donne e il gioco," scrive "sono i vizi peggiori. Per quel che riguarda le donne, bisogna rinunciarci con l'età. Quanto al gioco, ci si dedica fino alla tomba." Venezia era un'immensa bisca. Nel 1626 il Gran Consiglio autorizzò l'apertura della prima casa da gioco pubblica: tutti vi erano ammessi, anche i bambini, per divertimento.
In Francia, dopo qualche decina di anni di tolleranza, un decreto di proibizione ordinò la chiusura di tutte le case da gioco, il 31 dicembre 1837. C'era stata una campagna di opinione, ostile all'azzardo, promossa dal banchiere Delessert. Francois Blanc, un avventuriero imprenditore,un uomo geniale che abbiamo già citato e di cui torneremo ad occuparci, fu costretto ad emigrare altrove. In Germania inventò il casinò di Bad Homburg, poi accettò un ingaggio lungimirante del principe Ranieri e si trasferì a Montecarlo, dove impostò il capolavoro della sua vita dedicata al gioco. Poco prima di morire, nel 1877 in Svizzera, dichiarò solennemente ai suoi azionisti: "Sono stato un giocatore, ho provato il piacere della sfida, del segreto, la paura, la soddisfazione e l'ebbrezza di esistere. Oggi guardo giocare e sono convinto che non sia il denaro ad attirare a Montecarlo i ricchi, gli artisti, ma il desiderio di liberarsi di tutto, di scommettere contro il destino. Tutti coloro, che arrivano qui, sperano: il gioco, la speranza sono una passione che si paga."
Da sempre ci si interroga, anche attraverso la psicanalisi, su ciò che scatena, in un individuo, la passione per il gioco. Sigmund Freud, in un saggio su Dostoevskij, chiama addirittura in causa una "coazione onanistica" e il relativo bisogno di autopunizione. Il giocatore d'azzardo sarebbe insomma un personaggio nevrotico, che nel gioco esprime qualche patologia di origine sessuale (omosessualità, onanismo) e soprattutto la coazione ad autopunirsi. Tornerò su questo argomento, umilmente. Come potrei dirmi d'accordo? E d'altronde come potrei contestare il padre della psicanalisi?

Mi limito intanto a registrare varie opinioni. Come spiegare questa passione di massa per il gambling? - si chiedono anche Alessandro Dal Lago e Pier Aldo Rovatti nel loro bel libro, "Per gioco". "La prima tentazione, moralistica e di sinistra, è quella di vedervi un surrogato della maledetta passione capitalistica per il guadagno: il gioco del poker e i giochi da casinò sarebbero una variente del culto del profitto, uno scotto che gli ingenui giocatori pagano al dio dominante della nostra società scristianizzata..."
La politica entra dappertutto. Ma, fanno notare i due scrittori, è lecita qualche obiezione contro quella pur brillante ipotesi: la principale è che la passione per la ricchezza, in qualsiasi forma, è precedente al capitalismo e conosciuta in molte culture, arcaiche e antiche. Dal sovrano asiatico Re Mida a Crasso, che i Parti punirono per la sua avidità versandogli dell'oro fuso in gola.

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postato da: cesarelanza alle ore 06:13 | Permalink | commenti
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