Mi hanno fatto notare che parlo del gioco, come se esistesse una predestinazione. Come se nella vita qualcosa mi spingesse, come se nella vita nient'altro mi interessasse maggirmente.
Per molti giocatori, purtroppo, è così. Per me, no. Non propriamente così. Penso alla mia vita come a qualcosa in cui il ruolo centrale spetta al mio lavoro - verso il quale nutro un sentimento da culto religioso - e ai miei affetti, ai miei figli (sono cinque, avuti da due meravigliose donne diverse, e ne vorrei degli altri) e ai miei pochi amici, che amo e rispetto come familiari. Poi ci sono i libri, il cinema, le fantasie, i sogni, le collezioni povere. Ma certo non riuscirei a immaginare la mia vita, e a darle un senso, senza il gioco. L'ho praticato a lungo, via via da alcuni anni mi interessa di più scriverne, discuterne.
Mi piace o mi dispiace essere considerato anche un giocatore?
Non è una risposta semplice. Scoprire di esserlo e forse temere, in fondo, di scoprire di non essere altro: questa è la difficoltà. Credo che succeda qualcosa di simile agli omosessuali, di fronte alla scoperta della loro identità. Molti miei amici giocatori fanno una smorfia di dispetto, di fronte a questa osservazione. Vorrei dunque chiarire per bene ciò che intendo, allo scopo di non offendere sia i giocatori, sia gli omosessuali. Hanno un punto in comune: i sentimenti morali comuni tendono a mal giudicare tutte e due le categorie, a respingerle, a emarginarle. Anche un giocatore è un diverso. Questa diversità rende faticosa, tormentata la strada, sia per gli omosessuali sia per i giocatori, per scoprire e a poco a poco accettare la loro identità.
É faticoso arrivare a scoprire di essere un giocatore?
É una storia lunga. A volte, i primi tempi, ci si vergogna un po'.
A tutti i giocatori qualche volta è successo. Prima di diventare un giocatore accanito, o se si preferisce abituale o peggio professionista, il pudore è prevalente su altri sentimenti. La vergogna è dietro l'angolo, sempre in agguato, legata alla sconfitta. Quando sei sconfitto al gioco, quando subisci una sconfitta pesante, e non sei ancora un giocatore esperto, certamente ti vergogni molto. Ti senti stupido, dominato da un istinto vizioso: il gioco ti appare come una malattia vergognosa dalla quale dovresti cercare di guarire. A poco a poco, se non hai proprio nella pelle e nel cervello (si può parlare di cervello?) una passione morbosa, si scopre che non è così. Per un vero giocatore il gioco non è una droga; non è una malattia. E' un'identità. Una volta accertata la tua identità, avverti una sorta di liberazione: passano i complessi, passa la vergogna, raggiungi un equilibrio.
In verità ci sono vari tipi di giocatori. La qualità che distingue un giocatore qualsiasi da un giocatore accanito, o da un giocatore professionista - oppure vogliamo chiamarlo, semplicemente, un giocatore esperto? - è, essenzialmente, questa: un giocatore qualsiasi può subire perdite gravi, gravissime; può anche rovinarsi. Un accanito, no. Un accanito di solito non perde più denaro di quanto non abbia preventivato, prima di cominciare la sua partita di azzardo. Non può rovinarsi, mai. (Vocina da dentro: non mi sembri sincero. E' vero, anch'io non mi sembro sincero. Se scrivo solo questo, non mi credo.)
Vocina apprezzabile: mi ha trafitto, coglie nel segno. Anzi, qui sta uno degli aspetti fondamentali del gioco d'azzardo. Ho scritto dunque una cosa inesatta. Ho scritto una cosa incompiuta. Un accanito non può rovinarsi a poco a poco, stupidamente; è cosciente, vigile con se stesso, sa misurarsi, conosce le sue risorse, i suoi limiti e quelli degli avversari. Ma anche un giocatore esperto può rovinarsi. In una sola partita. Ogni giocatore accanito sa, e quando ci pensa, come ci sto pensando io in questo momento, non può trattenere qualche brivido, che la vita può riservargli un appuntamento finale: una partita finale, dalla quale si può uscire definitivamente sconfitti. Non esiste mai una vittoria definitiva. Questi giocatori non si ritirano dopo una vittoria, non concludono la loro vita d'azzardo, neanche nel caso di una enorme vittoria. Il primo commento di Emilio Fede, dopo la sua sensazionale vincita di un miliardo (da dividere a metà) al casinò di Montecarlo, nell'ultimo giorno dell'anno 1997, è significativo, così come è stato riportato dai giornali: non porterò via questa somma; l'ho depositata qui, in modo da poter continuare a giocare, almeno per un paio di anni, senza patemi d'animo.
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