lunedì, 14 agosto 2006

Mi hanno messo in mano gli scacchi e le carte da gioco prima di iscrivermi alle scuole elementari.
Per prima cosa mi insegnarono a giocare a scacchi. Gli zii di parte materna erano genialoidi, con una certa tendenza agli aspetti ludici della vita. Suonavano il pianoforte, erano bravi giocatori di poker, erano talentuosi giocatori di scacchi. Probabilmente, un fattore genetico. Mia madre conosceva appena le regole elementari degli scacchi, ma aveva fantasia, era spinta dall'istinto. Mio padre si irritava molto, quando era battuto da lei, spiazzato dalle sue bizzarrie improvvise. A cinque anni, così, giocavo discretamente. La mia famiglia viveva a Genova. Alcuni miei zii abitavano in Calabria, altri a Milano, a Pavia. Uno dei fratelli di mia madre, Italo, un medico importante, quando veniva a trovarci, era il più attento e severo ad insegnarmi piccole astuzie per le partite a scacchi. A Italo, in tutta la mia vita, sono poi rimasto particolarmente affezionato: ci unisce, credo, la tolleranza verso le scelte di vita degli altri e in genere verso tutto ciò che succede nel mondo, grazie a regole che si approfondiscono nel gioco. Un altro zio più giovane, Marcello, mi insegnava altre astuzie per vincere a scacchi. Questi due zii abitavano a Pavia, venivano a Genova assai spesso. Le mie lezioni di scacchi procedevano con regolarità.
Ogni tanto, dalla Calabria, arrivava invece un terzo zio, Franco: un uomo di temperamento allegro e ottimista, propenso agli scherzi; mi portava in regalo caramelle, giornalini. Era diverso, anche fisicamente, dagli altri. Era un uomo di affari, era - credo - soprattutto un giocatore. Mi insegnò il poker. Diciamo che a sette, otto anni ero considerato un piccolo campione: secondo il principio di Peters, a scacchi ho raggiunto subito il mio massimo livello di capacità; da bambino ero un animaletto da circo, un barboncino da esibire per il divertimento di parenti e amici. Giocavamo a scacchi, sceglievo il nero e al bianco concedevo anche il vantaggio della prima mossa. Qualche volta, vincevo in pochissime mosse. Qualche altra volta la partita era più lunga, ma alla fine riuscivo a vincere, forse perché ero sottovalutato. Adesso, sono considerato un giocatore di scacchi assolutamente modesto. Non ho studiato, non ho fatto progressi. La mia mente, che sembrava gioiosamente spalancata di fronte alle infinite possibilità di questo gioco, si è chiusa con una serratura a doppia mandata. La mia capacità è rimasta quella di quando ero bambino, forse inferiore; l'istinto si è indebolito. Non gioco quasi più. Sono sconfitto inesorabilmente. Non ho guizzi, non ho fantasia, non ho mestiere. Sono un ex ragazzo prodigio; sono, in poche parole, mediocre. La mia genialità infantile negli scacchi ha pesato in maniera malefica sulla mia educazione. Anche per questo motivo, presumo, sono cresciuto gonfio di orgoglio, e forse di presunzione, proiettato alla solitudine, considerandomi diverso e confidando in una cartuccia in più, l'intelligenza, che invece via via si è dimostrata una cartuccia bagnata, inoffensiva. A poker è stata un'altra storia.

© Cesare Lanza. Tutti i diritti riservati. È vietata la riproduzione anche parziale.

postato da: cesarelanza alle ore 08:44 | Permalink | commenti
categoria:030 - in famiglia in un arcivesc