venerdì, 18 agosto 2006

Ero dunque convinto che i bambini del nord non fossero educati in famiglie dove si consentisse ai bambini la conoscenza del poker e degli scacchi; e che i bambini del sud fossero precoci, anche perché erano svezzati secondo abitudini diverse, tra cui il gioco, nelle loro famiglie. Chissà perché! Non c'è bisogno di sottolineare, oggi, che questa fosse proprio una sciocchezza. Anche mio padre e la sua famiglia erano di origine meridionale, esattamente come mia madre e la sua famiglia; però non c'erano giocatori, nella famiglia di mio padre. I giocatori di famiglia erano tutti appartenenti alla famiglia di mia madre. Gli zii paterni, che abitavano quasi tutti a Roma, qualche volta giocavano a scacchi con me: tutto qui. Giocavano in maniera elementare e perdevano regolarmente. Erano deliziati per la mia calma e bravura, dicevano, così mi sembra, che ero un piccolo Churchill, un personaggio verso il quale evidentemente provavano la massima ammirazione. Nella famiglia di mio padre c'era stato un prelato molto importante, di grande cultura, morto giovanissimo, all'improvviso, nel giro di poche ore. I parenti dicevano che la mia intelligenza e la mia sensibilità assomigliavano a quelle dello zio arcivescovo. Sono cresciuto con questo abitino addosso, fatto su misura. Niente di più sbagliato, si capì in seguito, a parte -forse - l'aspetto fisico. Odiavo questi confronti, che pure avrebbero dovuto lusingarmi. Di più: di questo zio, conosciuto appena, conservavo un ricordo tenebroso, un po' terrorizzante.
Ricordi tenebrosi, sì. La mia famiglia d'estate si riuniva a Reggio Calabria, dove lo zio era arcivescovo. Ricordo una tavola da pranzo lunghissima, enorme, con tutti i parenti, vecchi e giovani, seduti lungo le due file. Al vertice della tavola c'era lo zio, austero, quasi mai sorridente, e poi tutti gli altri, da una parte e dall'altra; e all'altro vertice, quindi assai distante, c'ero io. Credo che assegnassero a me quel posto importante, per non scontentare nessuno ed evitare gelosie tra gli altri personaggi importanti della famiglia. Mi sentivo tranquillo, nessuno badava a me, la cena era solenne, la soggezione di tutti verso lo zio era assoluta: ero contento così. Però qualche rara volta - non sempre - lo zio dall'altro capo del tavolo mi faceva segno con la mano, senza parlare, con un gesto affettuoso ma solenne, di avvicinarmi, allo scopo semplice e forse anche affettuoso di sfiorarmi la guancia con una carezza, nulla di più. Io allora dovevo alzarmi, nel silenzio generale, e camminare lungo questa tavola che non finiva mai: mi muovevo con rigidità, educato, in quel silenzio pesante, osservato da tutti, con sincera o adulatrice partecipazione. E via via che camminavo, sentivo che stavo per farmela addosso, e forse c'era anche una voglia dispettosa e scostumata di farmela addosso; un po' era la paura, un po' era il desiderio inconscio di smentire quella affollata platea, mostrare a tutti che non ero il prodigioso nipotino, forse somigliante nell'intelligenza allo zio rispettatissimo.

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