Ero un bambino impaurito che temeva la fine della cena, e quel gesto solenne e affettuoso dello zio, pace all'anima sua. Spiavo i suoi gesti, verso la fine della cena. Avevo notato che non voleva attardarsi a tavola più di un certo tempo. Se, a fine cena, egli decideva di chiedere - adesso non ricordo bene che cosa - un caffè o un liquorino, sapevo di essere salvo. Il rispetto degli orari non gli avrebbe consentito di invitarmi a quel temibile appuntamento. E non basta!
(Come, non basta ancora? Che diavolo c'entra, tutto questo, con il gioco d'azzardo e con il poker?)
C'entra, c'entra. Senza saperlo stavo imparando segreti importanti, le prime indicazioni della mia vita sulla teoria delle probabilità. Caffè o liquore? Niente carezza. Niente caffè, niente liquore? Passeggiatina e carezza probabili. Avrei potuto scommetterci su, e vincere. Questo era un primo gioco, un gioco d'azzardo, in cui ero obbligato a mettere in palio qualcosa che mi stava a cuore: la mia tranquillità. Il piacere consisteva nel formulare la previsione e vivere l'attesa del fatidico momento. Avevo capito che, se la cena si dilungava, diminuivano le probabilità di essere convocato: era chiaro che lo zio preferiva, nel tempo a sua disposizione, concedersi il caffè, piuttosto che chiamarmi per la rituale carezza. Purtroppo non potevo fare granché, per ritardare le procedure della cena. Ma una volta, se ricordo bene, senza farmi scoprire, riuscii a far cadere per terra un bicchiere, tirando in giù il lembo della tovaglia.
Avevo imparato, senza essene consapevole, a studiare gli altri, e cioè, senza irriverenza verso l'illustre parente, "gli avversari", le persone da cui possiamo temere qualcosa. Avevo imparato a capire che i nostri comportamenti quasi sempre sono traditi da piccoli gesti, tic e consuetudini, di cui neanche ci rendiamo conto. A poker è molto importante non lasciar capire nulla di se stessi agli avversari, risultare impenetrabili: un buon consiglio, per non sbagliare, almeno al casinò e nelle partite importanti, è quello di parlare poco, di limitarsi ai gesti indispensabili, di concentrarsi al limite delle proprie possibilità.
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