mercoledì, 23 agosto 2006

Altrettanto importante è studiare le mosse, il modo di parlare, di ridere e di scherzare, le abitudini degli altri giocatori; per capire che cosa possa nascondere un gesto di apparente normalità. Ricordo che un buon giocatore di poker, quando era in bluff, aveva un punto debole: non resisteva più di un minuto alla tentazione di prendere in mano il suo orologio da taschino e dargli la carica. Un altro, se aveva in mano un punto importante e picchiava duro con i rilanci, si guardava intorno e si lasciava andare, sorridendo, a qualche battuta diversiva: "Non c'è niente da bere, in questa casa?" "Che freddo maledetto, lo sentite anche voi?" "Avete visto l'ultimo film di Woody Allen?" e così via. Mi sono sempre chiesto, se si trattasse di una innocente, non resistibile debolezza; oppure se pensasse di ingannare a sua volta i suoi avversari con questa piccola astuzia, fingersi eccessivamente allegro e disinvolto, allo scopo di lasciar pensare che stesse per fregare il tavolo con un bel bluff. Fatto sta che, scoperto il trucco, scappavo come una lepre. Qualcun altro abboccava e il giocatore ciarliero, con l'aria di scusarsi, scopriva il suo punto, una scala, un full, un poker...
Ma torniamo alle cene nell'arcivescovado di Reggio Calabria. Una volta le mie previsioni non furono rispettate e, così, imparai un'altra lezione.
Ecco, infatti, che questa volta lo zio prelato ordina e beve il suo caffè, e all'improvviso mi rivolge il solito sorriso severo, con un piccolo cenno di invito ad avvicinarmi. Maledizione! Credevo di essere ormai in salvo e tardavo ad alzarmi. Ero sconvolto e mi sentivo le guance rosse rosse. Tutti all'improvviso avevano smesso di parlare e si erano girati dalla mia parte, per osservarmi; con occhiate ipocrite, per lo più: c'erano anche gli sguardi un po' maligni degli altri ragazzi, tutti più adulti di me, e tutti contenti che la passerella non toccasse a loro. Finalmente capisco di non avere scelta: scendo dalla poltroncina alta e scomoda dov'ero seduto e a passi lentissimi mi dirigo verso lo zio. Ricordo ancora, come un incubo, gli occhiacci della suorina che aveva servito a tavola ed era a fianco dello zio in attesa di portare via piatti e vassoi. Anche la suorina, quella volta, quando finalmente arrivai al vertice della tavola, tentò di farmi una carezza, ma io - bisogna dire che, fin da allora, ero un po' selvatico - mi tirai bruscamente indietro. Lo zio mi diede uno sguardo un po' incuriosito e poi mi allungò un pizzicotto sul naso, stringendomelo appena, con il dito indice e il medio della manona destra (aveva grandissime mani, proprio come oggi sono enormi le mie, ecco un'altra somiglianza), stretti a forbice, come l'aggeggio che si usa per schiacciare le noci.

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