Quella volta, stavo proprio per farmela addosso: così, subito dopo il pizzicotto, meravigliandomi per il mio coraggio, chiesi di poter allontanarmi perchè avevo bisogno, beh sì, insomma, di una visitina al gabinetto.
Mi abbasso i pantaloni, sistemo la tavoletta e sono in procinto di sedermi, sospirando di sollievo... guardo in giù, e vedo qualcosa, un ramarro, un lucertolone, forse un topo che salta in su, tenta di uscire dalla tazza e sta per saltarmi addosso - questa almeno è la mia impressione. Lancio un primo urlo, piango, grido ancora con quanta forza. Non c'erano nè mia madre nè mio padre; accorrono una suora, una zia. Racconto tra le lacrime ciò che è successo, intanto il ramarro (o il topo) è scappato chissà dove. Non sono creduto, però mi coccolano, mi calmano, affettuosamente.
Il ricordo è indelebile. A distanza di anni, non sono mai riuscito a capire, a stabilire se avessi avuto un'allucinazione: oppure se il ramarro, o il topo, ci fosse veramente. I miei parenti nei giorni seguenti non parlarono mai dell'episodio, né io feci alcuna domanda; i miei genitori non mi dissero nulla, in seguito. Molti anni dopo, quando chiesi a mia madre se sapesse che cos'era successo veramente, mi sorrise come se volessi scherzare. Non se ne parlò più. Da solo, non sono arrivato ad una conclusione. Alla fine degli anni quaranta, in Calabria, un topaccio o un ramarrino nella tazza del gabinetto, poteva anche starci, sia pure nel gabinetto dell'arcivescovado. Però, quella sera ero turbato, forse sconvolto; e potrei avere avuto un'allucinazione.
Ma perchè questo episodio è così importante? Perchè pensare ad un'allucinazione?
Il punto cruciale, che ci ricolllega a questo libro, è che io avevo giocato d'azzardo, avevo individuato una chiave di lettura del gioco, mi ero abituato a vincere. Poi, di colpo, avevo perduto tutte le certezze. Caffè o liquore? Niente carezza. Niente caffè nè liquore? Carezza probabile. Pensavo di avere capito tutto. Pensavo di sapere ormai tutto su come indovinare la giusta previsione. Quale lezione per la presunzione, a riopensarci: un bambino col moccio al naso, che si illudeva di aver capito tutto dell'inconscio altrui. Invece, quella sera fatale, all'improvviso, arrivò il colpo di disdetta: ci fu il caffè, e arrivò anche la carezza, quando ormai mi sentivo in salvo; il colpo di disdetta fu bruciante proprio perchè mi sentivo in salvo. E allora, ecco le conclusioni: se il ramarro c'era veramente, la mia opinione è che alla "disdetta", nell'inquietante rapporto con lo zio e con la mia austera famiglia, si era aggiunto un ulteriore segnale negativo, di cui in futuro avrei dovuto tener conto. Ma, se il ramarro era stato solo il frutto immaginario di un mio violento turbamento, la mia opinione è che volessi punirmi, volessi infliggermi una punizione per essere stato un giocatore incauto, un presuntuoso scommettitore con me stesso. Avevo dato per vinta una partita, che invece celava un finale sgradito, una pessima sorpresa; mi ero lasciato cogliere impreparato.
Da quel giorno, e sono passati cinquant'anni, ogni volta che utilizzo un gabinetto sconosciuto, guardo dentro la tazza e mi chiedo: ci sarà un ramarro?
Quando, in una partita d'azzardo, mi trovo di fronte a un pericolo, a volte il pensiero torna a quella ormai remota estate. Ci sarà davvero il ramarro? Oppure mi lascio prendere dalla paura per un pericolo inesistente?
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