lunedì, 28 agosto 2006

Parlavamo di poker. Forse a qualcuno interesserà sapere se anche a poker, come a scacchi, si possa raggiungere subito il proprio massimo livello di capacità. La mia esperienza mi dice di no. Gli scacchi sono intelligenza pura; con lampi di genialità. Il poker è diverso. Ci sono mille trucchi, le esperienze ti insegnano sempre qualcosa di nuovo. La differenza fondamentale, rispetto agli scacchi, almeno fino a un certo livello, è che a poker non c'è niente di accademico, si giocano soldi veri, in modo duro. Ho imparato il poker come gli scacchi da bambino, più o meno alla stessa età: la scoperta di poter vincere denaro dà i brividi, come raggiungere l'isola del tesoro. Per arrivare al tesoro, bisogna imparare alla svelta nozioni importanti: conoscere le probabilità che ti entri, come si dice in gergo, un punto; capire al volo la psicologia dei tuoi avversari.
Lo zio Franco, quello che viveva in Calabria, ogni due mesi saliva al nord per un viaggio di affari e di gioco: nel programma c'era sempre una puntata al casinò di Sanremo o di Campione o di Saint Vincent o di Venezia, secondo le cabale o le compagnie del momento. Si fermava a casa nostra, a Genova, un giorno, o anche solo una sera, e mi dava lezioni. Era un uomo di statura piccola, spiritoso, che risultava immediatamente simpatico; parlava spesso, anche per vezzo, in stretto dialetto calabrese. Da ragazzo era stato un bravo calciatore, un'ala sinistra piena di talento, uno di quei tipi estrosi che divertono il pubblico con il dribbling; aveva una resistenza fisica inaspettata, per chi si limitasse a considerare l'apparente fragilità. Ha vissuto tutta la vita in maniera faticosissima, lavorando in modo pesante di giorno, senza tregua, con poche vacanze, ma passando notti intere al tavolo da gioco, a poker, a chemin de fer, in case private. Aveva una generosità straordinaria. Si è consumato senza ritegno. Tornava a casa all'alba, dormiva pochissimo, poi lavorava fino a sera, e poi il gioco, il gioco, il gioco. E' morto, qualche anno fa, al tavolo da poker, fulminato da un ictus.
Ho imparato così, da piccino, le regole del poker. Volete sapere che cosa vuol dire? Da una parte, imparare quante probabilità ci sono di chiudere una scala bilaterale, una scala a incastro, un full. Per altro verso, lo zio Franco mi ha insegnato a bluffare, senza tremare; mi ha insegnato a capire il bluff degli altri, guardando l'avversario negli occhi, osservando quei piccoli tic rivelatori, di cui parlavamo prima. Qualche volta si organizzava una modesta partita di poker in onore del suo arrivo a Genova. Rifiutandomi di andare a letto alla solita ora in cui i ci vanno i bambini, restavo al tavolo per ore seduto al tavolo dietro di lui e per ore lo osservavo, ogni volta capivo e imparavo qualcosa di più. Mi sembrava - così lo ricordo - un autentico genio. Vinceva sempre, anche in serate in cui non gli entrava un punto buono che fosse uno, ebbene, grazie a due o tre magistrali bluff riusciva a beccare i piatti migliori e a vincere, vincere sempre. Bisogna anche dire che gli avversari erano assai modesti. Ma non perdeva mai. Era assai superstizioso, tuttavia. Si innervosiva o, chissà, fingeva di innervosirsi, se per un'ora o due non gli entravano buoni punti. Ero sempre seduto dietro di lui. Va' a farti un giretto ("vavatinne 'nu minutu", in calabrese), mi diceva affettuosamente; può darsi che la sfortuna passi.

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