Stanchezza! Maledizione. Ho passato anche due giorni di fila, a Roma, trent'anni fa, al tavolo da poker, senza avvertire stanchezza. Figura dominante era il leggendario Giorgio Tosatti, caporedattore del giornale. Caporedattore neanche a trent'anni: dunque un mito per noi, appena più giovani, rispettato e invidiato e odiato. Io ero poco più che un ragazzino e facevo coppia, da mattina a notte, con Franco Recanatesi. Eravamo due cuccioli di redazione, promettenti. Franco e io vincevamo spesso a poker, spesso portavamo via un po' di soldi proprio a Giorgio, con soddisfazione. Noi due, Franco e io, gli amichetti del cuore, avevamo ventidue anni, e lui Giorgio qualcuno di più, ma pochi di più, lo consideravamo un prodigio, era il capo della redazione, un omone severo e urlante, pieno di umanità, ma anche di asprezza. Era temibile come un insegnante inesorabile. Sembrava uscito dritto da un film di Orson Welles o dai gialli di Rex Stout, un Nero Wolfe pigro e deliberatamente aggressivo, maleducato. Orribile e terribile in redazione. Urla, a volte bestemmie, perfino minacce di schiaffi. Lo stile necessario (indispensabile?) per far scattare e tenere in pugno la ciurma della redazione, in quel fantastico giornale sportivo. Una ciurma di vecchi marpioni, qualcuno di classe e altri quasi rincitrulliti, e poi attempati impiegati, giovani bollenti di passione e di entusiasmo, tra i quali Franco e io. Un direttore, Antonio Ghirelli, geniale e infaticabile, che usava astutamente tutti, vecchi e giovani, bravi e cattivi, intelligenti e idioti, lavoratori e scansafatiche: tutti eravamo, più o meno inconsapevoli, marionette nelle sue mani, marionette di un teatrino docile o ribelle, tutti obbligati comunque dal suo carisma ad ubbidire, a cominciare dall'appassionato Giorgio, il furibondo nocchiero, utilizzato da Antonio come un frustino sulla redazione.
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