Si affollano i ricordi, si compongono e scompongono come se guardassi dentro un caleidoscopio, lo strumento più affascinante e stupido, più bello e inutile, nella storia della civiltà moderna. Sembrano, come guardando nel magico tubo, ricordi simmetrici, colorati allo stesso modo: la verità è diversa, la simmetria urta contro gobbe e angoli, e quando si stempera la prima dolcezza della memoria, ti resta dentro un po' di malinconia. E capisco, solo ora capisco, che Giorgio, di origine e cultura ligure / piemontese, detestava probabilmente Enzo, napoletano, e su di lui sfogava anche i rancori oscuri, le incomprensioni conflittuali (e motivate) verso l'altro antagonista napoletano, ma intoccabile, il direttore del giornale, Antonio Ghirelli. Per noi due pivelli Giorgio invece nutriva - ci giurerei - un sicuro, misterioso e solido affetto. Tra bestemmie e insulti, in redazione e al tavolo da poker, Giorgio a suo modo ci voleva bene, ma sì, ci metterei tutte e due le mani sul fuoco: probabilmente (ipotesi, ipotesi!) mi stimava e mi voleva bene assai più di quanto avesse simpatia per Franco. Lui, Giorgio, era tenebroso, misterioso, per lunghi anni un uomo solo. Un orso. Misantropo e misogino. Trasandato come un bohemien, rustico, mangiava disordinatamente e beveva litri di acqua minerale. Redazione e poker e corse di cavalli e nient'altro. Un orco? Lo odiavo e gli volevo bene; ero ricambiato, probabilmente, allo stesso modo. Io odiavo il suo potere e la sua grinta arrogante (indispensabili tuttavia, per tenerci a freno, noi della ciurma, vecchi e giovani di redazione), ero affascinato dalla sua solitudine. Lui, forse, era intenerito per la mia povertà e odiava la mia incoscienza, la mia esigenza di libertà. Oggi scommetterei che il suo modo brillante di giocare a poker e di perdere certe mani stupidissime era forse, cosciente o inconsapevole, un suo modo di finanziarci e di divertirsi; giocava un po' come fa il gatto con il topo come succede nei cartoni animati, un gatto sornione che scortica e terrorizza, ma non uccide mai i suoi topastri, con i quali alla fine stabilisce un rapporto di confidenza. Perdeva, a volte, per lasciarci vincere; ma guai a pensarlo o a dirlo allora; e guai, chissà, a scriverlo oggi.
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