Succede poi una notte che Giorgio non è di buon umore e non ha voglia di finanziarci perdendo stupide mani di poker, una maledetta notte che le carte ci sono girate assai di storto, così io e Franco ci ritroviamo senza soldi in tasca, all'alba, in piazza Indipendenza, a discutere per ore, un po' rinchiusi in auto, tristissimi, un po' a piedi, a passeggiare su e giù pigramente in quel quartiere casbacchino, tra barboni netturbini ubriachi tassisti di notte guidatori d'autobus puttane e papponi, la Roma stravolta e formicolante di vite semplici e infami, negli anni sessanta. A passeggiare senza meta, per interrogarsi sul da farsi, e rinviare le decisioni. Due mogli ignare, due bambine innocenti ci aspettano a casa. Non so come arrivare con i soldi fino a fine mese. In tasca non abbiamo una lira, e questa è la sola cosa certa, il punto di partenza per una via di uscita che non riusciamo a trovare. Io non ho proprio una lira in tasca, una che sia una, una sola, piccola, sputtanatissima lira. Senza saperlo, ho già assaggiato il sapore agro di una partita finale, nella quale si va fino in fondo; per fortuna a ventidue anni non c'è niente di definitivo.
Giorgio questa volta mi ha messo al tappeto. Prima con un bluff, che mi ha scosso i nervi. Poi mi ha steso con una scala contro un tris, più o meno la rivincita di quella mano che vi ho già raccontato. E all'ultima mano (mi sarei rifatto!) a teresina tira su in quinta carta un full, e umilia il mio tris di donne, vincente fino a quel momento sulla sua debolissima coppia. Per di più non gli credo e, contro ogni ragionevolezza, rilancio. E lui mi stende, matematicamente più forte. Un errore da principiante, da euforia da perdita, da voglia insensata di rifarsi all'ultimo colpo; una serata disgraziata. Ed eccomi in piazza Indipendenza tra barboni e puttane, senza una lira in tasca, con il conforto unico del mio gemello, del mio compagno simmetrico.
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