Mi piazzo in casa - abitavo all'inizio della Cristoforo Colombo, in un mortificante palazzo con graziosa vista sulla ferrovia - a raccontare qualche frottola a Leda, la mia prima moglie; la bambina, la mia prima figlia, Giulia, non ha neanche un anno, sgambetta per casa a quattro zampe. Quando la vedo, mi sento triturato da complessi di colpa: non sa che suo padre non ha neanche quattro lire da parte e ha passato la notte a giocarsi tutto a poker. Ma in qualche modo provvederò a lei e a tutti, questo è certo. Mi piace perfino la vista sulla ferrovia, a me e a Leda i treni ricordano probabilmente i nostri inquieti modi di prenderci e lasciarci, perderci e incontrarci: abbiamo sempre la valigetta in mano per saltare sul treno per Yuma. Se guardo Giulia negli occhi, sento nel pancreas le unghie dei rimorsi. La sensazione non nuova. Giulia è nata in Calabria nella clinica di un fratello, medico, di mia madre: non a Roma, perchè non avevamo soldi per pagare il parto. Dov'ero io quella notte, se non a giocare a poker? Il lieto evento non era atteso tanto presto, questa è la mia giustificazione: il parto arrivò qualche giorno prima delle previsioni, fatto sta che Leda era in Calabria e io a Roma al tavolo da poker, in casa di amici, fino all'alba. Leda non riusciva a rintracciarmi; questo è un grande rimorso, colorato e lacerante, in fondo al tubo del caleidoscopio. Al mattino seguente arrivo in redazione e il centralinista di via IV Novembre, personaggio fantastico, mi saluta con un grido allegro: ah dottò, complimenti! Io neanche ci penso. Avevo vinto, nella notte trascorsa al tavolo di poker, e neanche ero passato da casa per dormire un po'. Mi sentivo euforico, pieno di forza. Complimenti, dico, ma perchè? Ma come, dice lui di rimando, vuole sapere perchè? Sì, perché? Hanno telefonato dalla Calabria, grida ridendo, ieri sera è nata una bella bambina, complimenti papà. Così ho appreso la notizia di essere diventato per la prima volta padre. Posso giustificarmi? Non credo. Non so.
© Cesare Lanza. Tutti i diritti riservati. È vietata la riproduzione anche parziale.
