mercoledì, 04 ottobre 2006

Il poker, come molti film memorabili testimoniano, era dovunque un'abitudine diffusa nella vita dei giornalisti: una volta si giocava anche in redazione, nei tempi morti, in attesa di un evento, o durante i turni di notte. Per i giovani, faceva parte dell'apprendistato, come andare ad acquistare le sigarette per il capocronista; per i più abili, una forma di autofinanziamento, per integrare i magri compensi. Vittorio Feltri, qualche anno fa, mi ha confidato che a vent'anni gli piaceva molto giocare a poker, ed era bravo, a suo parere perché era spinto da urgenze economiche; una volta svanite queste esigenze, gli è passato anche il gusto del gioco.
Basta. Eccomi sul treno per Bologna, senza soldi, in attesa del vaglia di mio padre: per punirmi non spendo una lira neanche per un panino e un caffè, ma crepa se prima non mi ficco in un bar e non rimango davanti a un flipper, fino all'ora di inizio dell'allenamento della squadra di calcio, al quale per incarico del mio giornale dovrò assistere. Poi vado allo stadio a fare la mia recita, "interviste e spogliatoi", e sorrido a tutti, giornalisti calciatori tifosi, ma in verità sono infelice come raramente mi è successo. Non ho un rassicurante contratto di lavoro, debbo mantenere una moglie e una figlia, mi sono indebitato con mio padre e ora perdo anche a poker! Mi coglie un presentimento: telefono come si usava allora in "erre" (pagamento a carico del giornale) in redazione, e parlo con Franco. Lui mi sta cercando già da un'ora, ha già telefonato a Leda per farla felice: abbiamo vinto la tris, otto nove e dodici nell'ordine, a distanza di vent'anni ricordo i numeri: una tris secca, impresa ardua e inaudita, per quel che se ne sa in redazione e dintorni. Paga, ricordo, duecentottantamila lire, una cifra quasi corrispondente al prestito ottenuto da mio padre. Simmetrie, armonie. L'umiliazione di aver chiesto un prestito a mio padre -l'unica volta in tutta la mia vita - mi è rimasta impressa sulla pelle, da quel giorno, come un tatuaggio, un marchio di appartenenza.
Un posto fisso al tavolo del poker di quei tempi è riservato solo a Franco, a me e Giorgio e all'inizio a Enzo, il correttore napoletano: non siamo quasi mai assenti, subito dopo la chiusura del giornale. Subito dopo aver controllato le prime copie fresche di stampa, siamo i più frenetici e ricchi di energia, quelli di vita sregolata: preferiamo mille volte il poker - se appena si può formare un tavolo - piuttosto che rientrare nel nido di casa.

© Cesare Lanza. Tutti i diritti riservati. È vietata la riproduzione anche parziale.

postato da: cesarelanza alle ore 07:10 | Permalink | commenti
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