Ero fin da allora, in quei lontani anni romani, un giocatore di sangue speciale, fin da allora deciso ad andare fino in fondo, a non negarmi, se necessario, alla puntata definitiva. Quanto a regole ed esperienza, ho capito solo in seguito che sapevo ben poco, poco più di quello che mi avevano insegnato gli zii, da piccino.
Mi salvava l'istinto. Ero un bamboccio presuntuoso, tronfio per gli insegnamenti dei miei parenti, il mio unico corredo per affrontare le insidie dell'azzardo. Credevo di sapere tutto o quasi, ma avevo una sola e pericolosa qualità nei globuli, la mancanza di paura e nient'altro. Fin da quel tempo, alla ricerca della mia identità, che non conoscevo e non avevo capito, ero tuttavia giunto al punto cruciale: fino a quale livello un giocatore è disposto a rischiare, se è convinto di poter vincere, sia pure con la collaborazione della fortuna? Qual è il momento di entrare in gioco? Qual è il momento di rititirarsi? I protagonisti della vita pubblica, senza saperlo, giocano autentiche partite di poker, in cui mettono in gioco il loro successo, forse il loro destino. Ricordo un articolo, su La Repubblica, in cui Antonio Di Pietro, il 30 gennaio 1996, annunciava l'intenzione di non presentarsi alle elezioni fino a quando la sua posizione giudiziaria non fosse chiarita. Concludeva così: "Signori politici, fate il vostro gioco. In questa mano io non ci sarò..." Una espressione è tipica dei croupier di casinò, l'altra fa parte del gergo del poker, un gioco di cui Di Pietro è appassionato. Non ci vuole l'aiuto del dottor Freud, per capire che Di Pietro si sentiva impegnato in una partita di azzardo, e il suo linguaggio puntualmente rifletteva lo stato d'animo del giocatore: era giunto il momento di affrontare la sfida? No. (La decisione sarebbe arrivata in seguito, nella famosa elezione del Mugello).
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