Ogni tanto, a poker o no, rispuntano interrogativi a cui è impossibile sfuggire. Affrontiamo il rischio o no? E' il momento? E fino a che punto siamo disposti a rilanciare? Sullo sfondo, aleggia il concetto misterioso della parttia finale. Fino a rovinarsi? Fino a morire? Fino a stroncare una vita altrui, a stroncare la vita propria? Fino a che punto si gioca e si rischia? Prima di tutto, un giocatore desidera sempre conoscere il proprio destino; è pronto ad affrontarlo. C'è in ogni vero giocatore, a poker o no, un'idea che é impossibile strapparsi di dosso. Enzo il correttore diceva che è un'idea tenace come i peli sul pube, se li tagli, a poco a poco rispuntano (direi che è la stessa cosa per i capelli, o per i pele delle ascelle, del petto, ma Enzo preferiva parlare del pube, forse perché è meno visibile). C'è quella sensazione, di cui ho già parlato, di un possibile, misterioso e definitivo appuntamento che ti aspetta. Tu sai che se sarà necessario (una parola che ai benpensanti sembrerà stupida perché non è ammissibile che qualcosa nel gioco debba essere considerato necessario), se ci sarà la necessità di dare una risposta all'appuntamento, l'istinto ti spingerà, ti porterà a convincerti che non ci si può rifiutare di presentarsi. Non ci si può negare. Il buon giocatore sa quasi sempre prevedere, come vi ho già raccontato, fino a qual punto debba spingersi il suo rischio: quanto ci sia da perdere, quanto ci sia da guadagnare. Il gioco non sarebbe gioco vero, godibile e distruttivo azzardo, se non proponesse la possibilità di questo appuntamento, senza confini per il rischio. "Ci si gioca tutto", ammetteva Enzo, con aria grave. "Mi faccio scannare, ma mi gioco tutto." Vietato fermarsi, di fronte a quel confine, anzi è impossibile, se il tuo sangue è quello. Potrebbe fermarsi un filosofo, giunto di fronte a una porta dietro la quale - l'istinto gli dice - scoprirà finalmente se dio esiste o no? Potrebbe forse aver paura lo scienziato, durante pericolose ricerche, quando fosse ad un passo di una scoperta preziosa per l'umanità? Può il goleador fermarsi in area di rigore, Casanova arretrare al momento di spulzellare le sue conquiste, l'astronauta restare in terra al momento di salire nello spazio? No e no. Il buon giocatore non si fermerà di fronte all'ingiusto rilancio, nè di fronte alla possibilità di cogliere una vincita definitiva, non sarà bloccato dalla paura di una sconfitta totale, se l'istinto gli dirà che bisogna oltrepassare il confine. Nel film "Regalo di Natale" Pupi Avati descrive in modo esemplare la drammaticità di questa situazione, di una partita finale. Diego Abatantuono sta vincendo molto (i soldi, manco a dirlo) ed è stato adescato per ore da Carlo Delle Piane, un professionista che si nasconde dietro la maschera finto-ingenua del dilettante; è tradito dagli amici del cuore. Abatantuono ha fiutato il pericolo, ma quando Delle Piane gli spara il rilancio del kappaò non riesce a tirarsi indietro, malinconicamente va incontro al suo destino.
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