Andiamo avanti. Abbiamo messo da parte sette milioni. Nessuno, per questa partita, ci convincerà a giocarli. Rappresentano la nostra vincita: hanno un valore economico e un valore psicologico (ci consolidano in quella mentalità vincente, di cui parlavo poco fa). Sapete quanto si può arrivare a vincere, se distribuite una puntata di dieci milioni in modo accorto e la fortuna vi aiuta? Il casinò impone dei limiti: per darvi un'idea, se non ci fossero dei limiti potreste puntare dieci milioni su un numero e vincere trecentocinquanta milioni. Dovrete invece accontentarvi, più o meno, della metà, puntando il numero scelto nelle combinazioni possibili.
La conclusione mi sembra ovvia: in due colpi consecutivi vincenti siamo passati da ventimila lire a diciassette milioni; in tre colpi consecutivi, vinceremmo centocinquanta milioni e più. E comunque, dopo il secondo colpo, ci sono sette milioni di vincita netta, nel portafoglio. Certo, è indispensabile molta fortuna. E tuttavia molti giocatori dispongono di questa fortuna, ma non riescono a sfruttarla: vincono pochissimo, o addirittura perdono, nonostante la fortuna. Se la fortuna arriva, questo è il punto fondamentale, bisogna sfruttarla al massimo delle possibilità consentiteci; poi si interromperà la partita e si andrà via. Ho visto con i miei occhi, in trent'anni di frequentazione dei casinò, molti giocatori, vili o incapaci, avere la fortuna di prendere due, tre, quattro, anche cinque colpi vincenti consecutivi, e anche sei, sette, dieci colpi! E puntare sempre con avarizia, con viltà, dominati dall'incapacità di vincere. Li ho visti vincere briciole e, poi, assurdamente continuare a giocare e a puntare, anche dopo che la fortuna se ne è andata. Perdendo in un colpo, in disdetta, assai più denaro di quanto non fossero disposti a rischiare quando erano in vincita, assistiti dalla fortuna. Alla fine, si lamentano. Hanno avuto molta fortuna; con lo stesso livello di fortuna, un giocatore esperto vincerebbe decine di milioni.
Ho esposto un modello assoluto di bravura, un campione perfetto da imitare.
Confesso subito, dunque, che io non sono affatto così. Mi piacerebbe, ma non solo. Solo in pochissime partite sono riuscito a comportarmi a questo modo. Trent'anni fa ero molto lontano da questo modello, anzi neanche immaginavo che esistesse questo tipo di modello di attacco. Oggi, spesso, sono vicino a superare il mare che divide il fare dal dire; quando ne resto lontano, capisco che non sono bloccato dalla sfortuna, ma dalle mie debolezze. E anche questa è una qualità importante, da acquisire: la capacità autocritica. Un buon giocatore deve essere autocritico: guai a non dirsi la verità, a raccontare frottole a se stessi.
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