mercoledì, 13 dicembre 2006

Torniamo dunque a Fulvio e alla nostra conversazione in piscina. Guardo in alto, tra gli alberi, la facciata anacronistica dell'albergo Billia, con le sue cupole, disegnate come se se si trattasse di un castello delle favole. Rispetto agli anni Cinquanta, esteriormente, la costruzione è rimasta identica. Quanto al casinò, invece, è cambiato quasi tutto, quanto tempo è passato! Forse all’attore napoletano oggi piacerebbe. Qui, come sappiamo, lo chemin de fer riscuote un enorme successo. Ogni giorno feriale, ad agosto, i tavoli si aprono nel pomeriggio e si chiudono solo intorno alle sei del mattino; nel week-end, da venerdì a domenica, si prosegue a oltranza, fino alle otto, perfino alle nove, se i giocatori lo desiderano. Qualche volta l'ispettore apre tutti i tavoli: sei nella sala comune, tre nel privé. A volte, sono aperti quattro grandi tavoli, che si distinguono dagli altri perché qui, protetti da una semplice cordicella, solo i giocatori seduti hanno facoltà di puntare; quelli in piedi debbono limitarsi a seguire da lontano l'andamento del gioco, affascinati e impotenti. L'ispettore dà loro eccezionalmente la possibilità di farsi avanti con le puntate, ma solo quando l'andamento del gioco al grande tavolo, nonostante la pomposità della definizione, non è all'altezza delle previsioni.
"Mio padre" mi sta confidando Fulvio "è stato un giocatore accanito, instancabile. Ho, tra gli altri, un ricordo di quando ero adolescente. Ci trovavamo in un circolo di Napoli, mio padre e un suo amico erano impegnati in una estenuante sfida a kappa 13. Lo chiamiamo così', a Napoli: una sorta di ramino, che si gioca in due, testa a testa. A un certo punto, estenuati, i due giocatori si concessero una piccola tregua. Per coincidenza, proprio in quei minuti, era scoppiato un acquazzone; e allora mio padre e il suo amico si misero a scommettere. Su che cosa? Sui goccioloni d'acqua, che scorrevano lungo i vetri delle grandi finestre. Sì, sulle gocce che cadevano e si stampavano in alto sulla finestra: mio padre e l'amico ne sceglievano due e scommettevano su quella che, partendo dall'alto, per prima sarebbe scivolata giù, a poco a poco, fino alla base della finestra."

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