Fulvio mi confida che i giocatori in apparenza vincenti, dominanti al tavolo, sono proprio quelli contro i quali si batte, scegliendo di andare di punta, con maggior gusto.
"E' evidente" osservo "che a spingerti è una forma di antagonismo, forse la voglia di affermarti e di dimostrare (dimostrare a te stesso?) che puoi essere il più forte. E' così?"
"Penso che sia così" ammette Fulvio, parlando a bassa voce, mi sembra un po' a fatica, come se si trattasse di una confidenza intima e impudica.
"E' un elemento determinante, per il tuo modo di giocare?" "Certo che lo è."
"E perchè poi preferisci andare di punta, anziché di banco?"
"Ma perchè" dice d'un fiato "sono persuaso di essere tutt'altro che fortunato. E' assai raro che quando le carte mi spettano per la mia mano naturale, cioè quando arriva turno, la fortuna mi riservi un bel filotto. Le mie vincite provengono dai colpi di punta e dai seguiti: quasi esclusivamente nelle partire in cui riesco a rilevare un seguito da parte dei giocatori che passano, cioè abbandonano il loro banco; utilizzo insomma la fortuna che sarebbe stata riservata a qualcun altro."
"E quando il banco è nelle tue mani, non passi mai, fino alla caduta. Perchè?"
"Quando il banco è mio, cioè mi spetta per il mio turno ed è insomma (come si dice in gergo) la mia mano regolare, non passo mai. Non voglio correre il rischio di avere avuto un grosso regalo dalla fortuna, cioè un bel banco, un buon filotto, e di non essere stato capace di sfruttarlo. Se la fortuna non mi aiuta, okay: mi rassegno e subisco. Ma le poche volte che la fortuna mi dà un’opportunità, non sarò certo io a non sfruttarla, questa opportunità, fino in fondo. Questo è il mio comportamento. Non voglio rimproverarmi di aver trascurato la fortuna, che poi di solito è molto avara con me. Posso passare un banco, invece, quando si tratta di un seguito: due, tre colpi, quattro al massimo se ce la faccio, e poi passo; perchè il banco buono, cioè la fortuna, apparteneva a un altro. Il mio ragionamento allora è diverso: posso accontentarmi. Ma, come sai, anche in questo caso raramente passo."
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