"E quale tipo di giocatore preferisci?"
"Naturalmente quelli vincenti, senza paura. Capaci di rischiare, di affrontarti."
"E quale detesti?"
"Il giocatore speculativo. Quello che passa il banco dopo due colpi vinti." Riflette un attimo e aggiunge: "Ci sono giocatori speculativi di grande livello. Veri professionisti. Sono capaci di rischiare molto. Ma con un limite: sono sempre attenti a non osare più di tanto. Li capisco, posso anche stimarli. Ma non mi piacciono."
Fulvio è un uomo alto, magro, con un naso grande e imperioso che svetta sulle guance scavate; gli occhi sono scuri, penetranti, volitivi. Veste con eleganza sobria, senza trasandatezze. Nell’aspetto somiglia in modo impressionante alla figura di certi intellettuali, come ci si era abituati a vederli una volta, negli anni Cinquanta, nei caffè del Quartiere latino di Parigi. Per il viso e lo sguardo assorto, un po' malinconico, ricorda alcune fotografie di Cesare Pavese. Quando glielo dico, un po' sorpreso mi risponde: "Non me lo ha mai detto nessuno. Non penso che si tratti di una vera somiglianza". I suoi modi asciutti, poco inclini alla confidenza, contribuiscono ad alimentare il piccolo mito nascente, il nuovo campione dello chemin de fer, quello che ha scoperto il gioco da pochi mesi e sta dominando i tavoli di Saint-Vincent.
A Ferragosto, Fulvio dopo due sole gare (su tre) ha già accumulato un punteggio che gli consentirà di vincere il torneo più ambito, quello che prevede come primo premio una preziosa Jaguar. Fulvio sembra un uomo pacato, riflessivo; addirittura cauto nei comportamenti. Invece gli piacciono le auto veloci, i brividi della guida spericolata, le suggestioni del gioco d’azzardo. Possiede – tra le altre – una Ferrari. E la Jaquar in palio è una preziosa automobile indubbiamente, ma in fondo meno allettante di certi colpi di chemin.
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