lunedì, 22 gennaio 2007

Anche nelle sale dei quattro casinò italiani - St. Vincent, Sanremo, Venezia, Campione - i tavoli di roulette con il doppio zero si affiancano a quelli tradizionali con uno zero solo. Ormai da molti anni ai giocatori sono proposte decine, centinaia di slot machines e videopoker, con continue novità. Da un paio di anni, a St. Vincent, l'ultima suggestiva novità è rappresentata dalle corse dei cavalli.
Agli occhi degli appassionati, "Casino" ha forse un difetto: non racconta (salvo un flash sui bari) alcuna storia di gioco. Eppure Martin Scorsese, volendo, avrebbe potuto trovare ampia materia di ispirazione in tanti episodi e personaggi famosi. Ad esempio la Bella Otero, grande cantante d'inizio secolo, una volta dimenticò poche fiches sul "rouge", che si ripetè per ventitre volte, assicurandole una vincita enorme, che lei raccolse in uno scialle. Maurice Chevalier era tanto fortunato che il casinò di Evian (anche oggi molto attraente) gli mandò un biglietto: non si disturbi a venire sin qui, gli scrisse lo spiritoso proprietario, ci dica direttamente la cifra che desidera incassare. Come vi ho già detto, Faruk si faceva portare al tavolo di poker pestilenziali frittatine e si impossessò di un piatto favoloso dichiarando un poker, ma senza mostrare le carte, limitandosi a dire: parola di re. Mistinguette, ormai anziana, diceva al croupier di puntare sui suoi anni, il 35, anche quando ve aveva dieci, quindici di più. La moglie di Andrè Citroën chiese ai dirigenti del casinò di Deauville d'interdire il marito, che si stava rovinando al gioco.
Il vecchio Aga Khan appariva irritato le poche volte che vinceva e curiosamente felice quando aveva perso tutto. Charlot era perdente, prudente, segnava con pignoleria tutti i numeri usciti alla roulette. Eduardo De Filippo affrontava lunghi viaggi, come ha raccontato Mario Soldati, per raggiungere il più vicino casinò e ingaggiare lunghe sfide a chemin; era un perdente, come del resto il fratello Peppino, eppure tutti e due molto esperti. Vittorio De Sica era jellatissimo: molti lo ricordano corrucciato e inappuntabile a St. Vincent (dove una volta stravinse, la sera della premiazione di "Pane, amore e gelosia") e a Venezia. Edoardo, duca di Windsor, giocava con distratto snobismo. Lord Brummel si aggiudicò venticinque colpi di seguito ai dadi contro un birraio, che aveva osato sfidarlo: tuttavia finì in rovina e morì, in manicomio, dopo aver assaggiato anche la prigione. Caterina II, imperatrice di Russia, aveva fatto sistemare una roulette anche nelle cucina e non disdegnava di giocarsi i suoi schiavi. Enrico VIII perse ai dadi le campane di una chiesa di Londra. Altre abitudini regali che risalgono a Giulio Cesare, Caligola, Nerone, Claudio, tutti giocatori sfrenati.
Si potrebbe continuare all'infinito. Se ci sarà un "Casino parte seconda", per raccontare i giocatori di casinò, offro a Scorsese - sfrontatamente - la mia collaborazione. In ogni storia grande e piccola emergono, tra l'altro, il sentimento comune di uccidere la noia, la volontà di assumersi il brivido del rischio, la curiosità di andare a vedere come va a finire.

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postato da: cesarelanza alle ore 08:25 | Permalink | commenti
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